venerdì 27 giugno 2008

due paroline




e veloci veloci... ho un po' di preoccupazioni in questi giorni, devo risolvere dei problemi che si son presentati, star dietro ad alcune cose e il tempo che ho è sempre quello che è. Magari non vi sarete neanche accorti che latito, o meglio che son sparita di botto, ma per i due o tre che se ne erano accorti i motivi sono un po' questi ... ciao :)

martedì 24 giugno 2008

rendere l'anima con le spalle al muro


Questo libro è bellissimo e in realtà per parlarne qui mi basterebbe anche una parola sola: leggetelo.

Io l'ho scelto per la copertina. Sono passata davanti all'espositore nella biblioteca dove lavoro e son rimasta colpita dalla foto sulla copertina: una ragazza che trovo bellissima che sorride alla macchina fotografica, in collo un bambino e indosso una divisa. E cos'è che mi ha colpito? gli orecchini. Una ragazza con una divisa indosso e un paio di orecchini molto molto femminili. Una ragazza con l'aria estremamente felice. Allora ho letto il risvolto di copertina e ho immediatamente capito che questo libro era per me, che era lì che mi aspettava, perché è proprio il tipo di lettura che mi piace di più fare. Un romanzo che poggia le sue basi su fonti storiche dirette e se la storia è quella del '900 allora è amore a prima vista. Le ragazze di Ventas della scrittrice spagnola Dulce Chacón ricostruisce infatti in maniera davvero straordinaria un episodio "piccolo" e forse anche un po' dimenticato della storia spagnola del '900: quella delle donne che lottarono in favore dell'istituzione della Repubblica nella Spagna della guerra civile prima e della dittatura di Franco poi. L'ho trovato straordinario perché l'ampissima documentazione e le numerose testimonianze dirette di donne che furono effettivamente detenute nel carcere femminile di Ventas si mascherano completamente nella narrazione dando vita ad un romanzo che non ha mai una sola battuta d'arresto, un momento di cedimento, nonostante la brevità, talvolta davvero fulminante, dei capitoli. E' uno di quei libri che quando arrivi alla fine ti dispiace, in cui senti che le protagoniste un po' ti sono entrate dentro e non ti lasceranno facilmente. Tensi (Hortensia) la cui bambina sembra quasi non voler nascere quasi a sapere che la sua nascita coinciderà con la morte della madre; Pepita che aspetterà Paulino una vita intera in un'attesa paziente che ha un qualche cosa di eroico, Elvira la piccola del gruppo con la sua coda di cavallo e il suo coraggio e poi Tomasa, Reme, Mercedes e molte altre. Un romanzo al femminile che presenta tante storie, tanti destini, tante donne ma alla fine un solo ideale.

Non aggiungo altro se non: leggetelo.

Donna Celia legge le parole che Pepita ha ripetuto ad alta voce e si schermisce:
«Si fa quel che si può».
«ma lei fa anche quello che non può, e non dica di no, che non la ringrazierò mai abbastanza per quel che le devo. Quando il señorito mi ha licenziata lei mi ha accolta come una figlia e mi ha trovato da fare i corredi meglio pagati di tutto Pontejos. E se non fosse per lei, sarei tornata a casa a Còrdoba sola come un cane. Lo sa lei e lo so io. E lo sa anche chi sta lassù in cielo, sempre che in cielo ci sia qualcuno».
Pepita prende lettera e quaderni e va in camera sua borbottando:
«Ma se lassù ci fosse qualcuno, con che coraggio permetterebbe tutto questo?»
Continua a parlare tra sé mentre tira fuori una scatola di biscotti che tiene nascosta sotto il letto.
«Ma perché? Perché lasci che portino via la gioventù a rulli di tamburo? Perché? I migliori ri rendono l'anima con le spalle al muro».


aggiornamento del 25.06.2008: grazie alla sua segnalazione vi metto il link a due belle foto della fotografa tedesca Gerda Taro che aggiungono qualche bel volto a questa storia..
e a questo punto, causa la mia deformazione professionale, mi pare giusto segnalarvi anche il libro di Irme Schaber Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola

Le ragazze di Ventas / Dulce Chacón ; traduzione di Silvia Sichel. - Vicenza : N. Pozza, 2005. - 351 p. ; 22 cm. - (I narratori delle tavole). - ISBN: 8854500313

venerdì 20 giugno 2008

c'è sempre qualcosa di meglio della morte


Si fa una fatica pazzesca a leggere questo libro di Per Olov Enquist. Soprattutto all'inizio ci vuole molta costanza, moltissima pazienza. C'è un momento che tocchi realmente con mano la possibilità di non riuscire a farcela, di non riuscire a finirlo. Troppo frammentata la scrittura, troppo volutamente cruente certe immagini. Troppi ostacoli sulla strada. Ecco questo è quello che razionalmente si prova, ma c'è anche un qualcosa di impalpabile che ti prende per mano e ti porta avanti guidandoti attraverso paesaggi nordici sterminati, attraverso il bianco della neve, attraverso l'aridità quasi desertica della realtà umana descritta. E quindi non solo ci arrivi alla fine del libro, ma in definitiva ci arrivi anche con una facilità che un po' ti sorprende. Tutti i libri di Enquist sono però così: complessi e facili al tempo stesso.

Attraverso una vasta documentazione - talvolta riportata direttamente - e numerose testimonianze Enquist ha qui ricostruito, in forma romanzata, la nascita dei primi movimenti operai in Svezia, ma come gli è caratteristico non si è limitato a questo. Non poteva limitarsi a questo. Per rendere questo episodio infatti ha ricostruito per intero una società, quella delle campagne svedesi all'inizio del '900, fortemente arretrata e arroccata nella sua religiosità quasi fanatica, nelle sue tradizioni. Una società di una chiusura estrema, fredda come il clima e il paesaggio che la circonda. Una società, un clima, un sistema che somigliano fortissimamente alla sensazione della morte. E allora, proprio come i protagonisti della fiaba dei fratelli Grimm I musicanti di Brema non si può far altro che partire, andare altrove, perché comunque "c'è sempre qualcosa di meglio della morte". Alcune immagini saranno indimenticabili: penso alla morte di Aron che chiude il libro, alla corsa di Nicanor per fermare Eva-Lisa, alla caduta della neve e al buco troppo piccolo nel ghiaccio, al viaggio di Josephina per recuperare il figlio solo per citarne alcune. Ma ad essere indimenticabili saranno soprattutto il freddo, il paesaggio sterminato che Enquist sa rendere magistralmente. E indimenticabile è il cielo, l'enormità della calotta che se sei stata in Svezia hai percepito in tutta la sua bellezza e grandezza.

E poi insomma mentre leggi questo libro ci sono momenti in cui l'arpa la senti un po' anche tu...





La partenza dei musicanti / Per Olov Enquist ; introduzione di Fulvio Ferrari. - 2. ed. - Milano : Iperborea, 2007. - 369 p. - (Iperborea ; 28). - ISBN: 8870910288

martedì 17 giugno 2008

peccato..



Si perché ieri è morto Mario Rigoni Stern, un uomo semplice e uno scrittore che personalmente amo moltissimo, per la "normalità" e l'essenzialità dei suoi racconti, per i suoi ricordi, per le sue montagne, per il freddo che talvolta sembra ti entri diritto nelle ossa, per la neve, per gli odori e i sapori che quasi escono dalle pagine... e poi per molto di più che adesso però, su due piedi, non sono in grado di rendere.

ultimamente avevo ri-letto Inverni lontani... ora però mi sa che rileggo anche qualcos'altro. Ciao.

lunedì 16 giugno 2008

color sassolino


Occhi verdi? - sono verdi, vero?
[...]
E mormorò, quasi in tono di scusa, anche se in realtà le stavano facendo un complimento: Si, verdi...
belli.
In realtà gli occhi di Kelly Kelleher erano più grigi che verdi: color sassolino, li definiva lei.


ecco in questo libro di Joyce Carol Oates* ho trovato la definizione dei miei occhi... color sassolino. Anche i miei son così: color sassolino. Sono verdi ma con pagliuzze qua e là di una tonalità più calda tendente al giallo dorato: si, proprio come quei sassolini che hanno un qualche sbrilluccichio dentro.

(Sono ancora all'inizio, non so se questo libro mi piacerà, se rimarrà nella mia memoria, se mi piacerà regalarlo, se ne parlerò qui... ma il color sassolino credo che me lo ricorderò per sempre)

*Acqua nera / Joyce Carol Oates. - Milano : Anabasi, 1993. - 139 p.

mercoledì 11 giugno 2008

incontro di poesia a Firenze


Oggi - mercoledì 11 giugno 2008 - alle ore 17.00
presso Consiglio Regione Toscana
Palazzo Panciatichi, Sala del Gonfalone
via Cavour 4 (ang. Via de' Pucci)

Federico Batini - con Enzo Brogi, Francesco Botti e altri interventi a sopresa - presenta il suo libro Io una poesia tu mi paghi un'aranciata


mi pare una cosa carina e io se posso (ma sarà difficile) ci farò una scappata. E' chiaro che se ci vado poi racconto :) Ciao


* Io una poesia tu mi paghi un'aranciata / Federico Batini ; postfazione di Simone Giusti. - Civitella Val di Chiana (AR) : Zona, 2007. - 59 p. - ISBN: 9788889702864
** se poi se ne vuol sapere di più si può guardare anche qui

martedì 10 giugno 2008

la sfida (vinta) di un'analfabeta



Sto un po' in ansia quando consegno per la prima volta il mio tema raffazzonato al professore di letteratura ungherese. Ha grosse sopracciglia nere, fa paura a tutti gli allievi.
- Kristof, si alzi.
Mi ridà il tema del giorno prima:
- Legga
Mi alzo, leggo. Mi vergogno. E' corto. Molto corto, troppo corto. Quando finisco , il professore dice alla classe:
- E' così che dovete imparare a scrivere. E' breve, conciso, essenziale. Però stia più attenta alla calligrafia, Kristof


Che aggiungere? Sicuramente sarebbe meglio non aggiungere niente. Tutto è un di più.
Questo è un libro piccolo piccolo, esile esile, ma breve, conciso ed essenziale. Dello stile non dico niente. Ha già detto tutto il professore. Il linguaggio limato e rilimato, la prosa asciuttissima, l'essenzialità della forma è il grande pregio di Agota Kristof. Mi soffermo solo un attimo sul contenuto.
Una vita intera ripercorsa in sole cinquantatre pagine. Brevissimi capitoli che son come brevissimi racconti, scritti con un linguaggio, un'espressività che evolve, che sembra crescere e maturare insieme alla protagonista. Da collante il leggere, lo scrivere, l'amore per la lettura, per le parole, per la lingua. Elemento focale la perdita della propria lingua e la difficoltà di acquisirne un'altra, di diventare padrona di una lingua, il francese, che però è e rimarrà lingua nemica (sta uccidendo la mia lingua materna).
Ma questo libro esile esile non è solo l'autobiografia di una scrittrice. Ha in realtà un respiro molto più ampio, ed è questo che alla fine incanta. L'analfabetismo di cui parla l'autrice è infatti quello tipico di chi si ritrova da adulto a non capire chi gli sta intorno, a non poter comunicare; di chi si ritrova davanti un figlio che parla una lingua diversa dalla sua, un figlio che è tuo figlio ma che è anche figlio di un mondo completamente diverso che ha basi e radici diverse; di chi per scelta o più spesso per costrizione ha dissotterato le proprie radici, per provare a piantarle altrove. Quanta terra, concime, acqua ci vogliono, quanto accudimento, quanta cura, quanto amore. Se si è fortunati, se si è seminato e concimato bene, la pianta riprenderà, sarà rigogliosa. Ma forse lo sarà sempre e solo esternamente, le radici chissà, non si vedono.

C'è un brano bellissimo (ma in realtà tutto il libro è un sapiente collage di brani bellissimi) che riporto qui di seguito perché mi ha particolarmente colpito per il suo rendere il deserto che, nonostante l'apparente benessere, talvolta un immigrato può provare intorno a sé. Da leggere e soprattutto da ricordare quando serve.

Siamo una decina di ungheresi a lavorare nella fabbrica. Ci ritroviamo alla mensa durante la pausa di mezzogiorno, ma il cibo è così diverso da quello a cui siamo abituati che non mangiamo quasi niente. Da parte mia, per almeno un anno a pranzo non prendo altro che un po' di pane e caffellatte.
Nella fabbrica tutti ci trattano bene. Ci sorridono, ci parlano, ma noi non capiamo niente.
E' qui che comincia il deserto. Deserto sociale, deserto culturale. All'esaltazione dei giorni della rivoluzione e della fuga subentra il silenzio, il vuoto, la nostalgia dei giorni in cui avevamo l'impressione di partecipare a qualcosa di importante, forse anche di storico, la malinconia di casa, la mancanza della famiglia e degli amici.
Ci aspettavamo qualcosa venendo qui. Non sapevamo che cosa ci aspettavamo, ma certo non questo: queste grigie giornate di lavoro, queste serate silenziose, questa vita contratta, senza cambiamenti, senza sorprese, senza speranza.
Dal profilo materiale si vive un po' meglio di prima. Abbiamo due camere al posto di una. Abbiamo abbastanza carbone e cibo a sufficienza. Ma rispetto a quel che abbiamo perduto, è un prezzo troppo alto.
Nell'autobus del mattino, il controllore si siede vicino a me, la mattina è sempre lo stesso, un tipo grosso e gioviale, mi parla per tutto il tragitto. Non è che lo capisca molto bene, capisco però che vuole rassicurarmi spiegandomi che gli svizzeri non permetteranno mai che i russi giungano fin qui. Dice che non devo più avere paura, non devo più essere triste, adesso sono al sicuro. Sorrido, non posso dirgli che non ho paura dei russi, e che, se sono triste, è piuttosto per la grande sicurezza attuale, e perché non c'è nient'altro da fare e da pensare che il lavoro, la fabbrica, la spesa, il bucato, cucinare, e non c'è altro da spettarsi che le domeniche per dormire e sognare un po' più a lungo del mio paese.
Come spiegargli, senza offenderlo, e con le poche parole che so di francese, che il suo bel paese non è altro che un deserto, per noi rifugiati, un deserto che dobbiamo attraversare per giungere a quella che chiamano «l'integrazione», «l'assimilazione». In quel momento lì non sapevo ancora che certi non ce l'avrebbero fatta.
Due di noi sono ritornati in Ungheria nonostante la condanna alla prigione che li aspettava. Due altri, uomini giovani e celibi, sono andati più lontano, negli Stati Uniti, in Canada. Altri quattro, ancora più lontano, nel posto più lontano di tutti, oltre la grande frontiera. Queste quattro persone di mia conoscenza si sono uccise durante i primi due anni del nostro esilio. Una con i sonniferi, una con il gas, le altre due impiccandosi. La più giovane aveva diciotto anni. Si chiamava Gisèle.
(pp. 42-44)

... mi sa che stanotte me lo rileggo :)

L'analfabeta : racconto autobiografico / Agota Kristof ; traduzione di Letizia Bolzani. - Bellinzona : Casagrande, c2005. - 53 p. - (Scrittori). - ISBN: 8877134267

sabato 7 giugno 2008

la mano che non si può mordere si bacia

Avevo paura. Non mi è piaciuto avere tanta paura. Tu, - dice inatteso e alzando la voe, cercando di avere un tono più convinto, - tu sei diventata verde. Fai attenzione!
- Verde come?
- Verde di migrazione, povera mia. Il verde della denutrizione, quello tipico di chi ha le radici in aria. Fai attenzione, perché la malattia di cui ti sto parlando comincia così


Questo di Ornela Vorpsi è un libro strano. In realtà tutti i libri di Ornela Vorpsi sono un po' strani, molto frammentati, apparentemente caotici, ma alla fine belli, di una bellezza però che non si può spiegare, a tratti indecifrabile. Io li apprezzo molto per la capacità della autrice di cucire insieme con un esilissimo, ma consistente filo rosso, frasi, immagini, volti che si susseguono sulle pagine e ti accompagnano. Ma è una sensazione strana. Non so se regalerò mai un libro di Ornela Vorpsi, forse no: è troppo personale il mio giudizio, troppo legato al muoversi di corde interne, di sensazioni, che difficilmente si pensa di poter condividere.
Più o meno all'inizio dell'anno avevo letto Il paese dove non si muore mai, un romanzo dove ad essere cucite insieme erano i ricordi e le immagini dell'infanzia, dell'Albania, di tutto un popolo e della sua cultura. Ne ero rimasta fortemente colpita, così ora a distanza di mesi ho letto questo La mano che non mordi.
Questo è un libro sul ritorno più che sulla partenza; sulla sensazione di non essere pienamente dentro al mondo dove si è scelto di vivere e sulla sensazione di non appartenere più al mondo che, partendo, ci si è lasciato alle spalle. Sul senso di spaesamento e di conflitto interiore nel sentirsi senza un luogo proprio. Sulla difficoltà del partire e sull'impossibilità, talvolta, di tornare. L'occasione di un viaggio nei Balcani è infatti spunto per una serie di riflessioni, di incontri, di racconti che sono personali e collettivi al tempo stesso. E' l'occasione per parlare nuovamente la lingua dell'infanzia, per riassaporare i sapori (il byrek e la grappa albanese mi incuriosiscono molto ora), per sentire nuovamente gli odori conosciuti, per ripensare alla callosità dei piedi perché abituati a camminare direttamente sulla terra e al colorito verde tipico di chi è andato via. Per riflettere sulle differenze e su un paese, l'Albania, in tutte le sue caratteristiche più peculiari e in tutte le sue contraddizioni. Per sentirsi, per gioco, nuovamente Shqiptarke jedan (pezzetto d'albanese).

Sono moltissime le frasi che mi piacerebbe riportare qui, moltissimi i brani che ricorderò a lungo. Per cui ne inserisco solo alcuni, quelli che più mi hanno colpito di più*:

"Ormai sono una perfetta straniera. Quando si è così stranieri, si guarda il tutto in modo diverso da uno che fa parte del dentro. A volte, essere condannati a guardare dal di fuori suscita una grande melanconia. E' come recarsi ad una cena di famiglia e non poter partecipare; si frappone una gelida finestra. Di un vetro bello spesso, antiproiettile, anti-incontro: loro ti scrutano, ti riconoscono, ti fanno dei segni perché tu entri e li raggiunga, pure ti li vedi e rispondi con gli stessi gesti, ma la cena si consuma qui, si consuma così. Dopo poco tempo smettono di invitarti, si stancano, il pollo arrosto gli sorride, il pollo arrosto sfornato al momento giusto è una vera consolazione. Le loro parole sono inudibili. Il loro calore lontano. Tu rimani spetattore." (pp. 19-20)

"Guardavo con attenzione il suo viso, «guardavo» è dire poco, lo devo ammettere; l'ho sbirciato, osservato, letto spiato, contemplato, ammirato, fissato, sgranato, divorato: pelle bianca, capelli castani, occhi scuri e assenti, naso diritto e finemente disegnato, naso elegante per profumi sottili, labbra da mordere, la pelle ho detto che l'aveva bianca? Riprendo meglio: esangue è la sua pelle, pallida come la mia. Le sue mani che non hanno mai lavorato sono curate fino alla perfezione. Parlava inglese con un accento pesante, era alto e muscoloso. Bello, oh bello, poi odorava di uomo. Lo ascoltavo, e intanto pensavo: ecco, davanti a te hai uno di quelli che ti sventrano con la baionetta mentre lo sguardo rimane comunque assente - lui è di quelli che ti violentano sotto gli occhi della tua famiglia per poi spappolarti il cervello contro il muro di casa." (pp. 21-22)

"Mi sono resa conto che il byrek me l'ha fatto pagare un prezzo salato, ma non mi è nuova la voglia di fregare quelli che stanno meglio. Io vivo a Parigi, di sicuro sto meglio di lui - risultato: devo essere fregata anche se mi sta chiedendo un favore. Sono ancora là ad ascoltarlo, questè anche l'odissea del mio popolo, non posso andare via così sbattendo la porta come se niente fosse. Il byrek, il passato, l'Albania mi hanno portato là e là mi trattengono. Come giustamente si dice dalle nostre parti: il sangue non è acqua! Non puoi far finta di niente. Non puoi girare la testa e non ascoltare." (p. 80)

La mano che non mordi / Ornela Vorpsi. - Torino : G. Einaudi, 2007. - 86 p. - (L'Arcipelago ; 110). - ISBN: 9788806185268

* poi un'altra volta inserirò in un post a sé il brano del cane Luchino, perché l'ho trovato di una bellezza e di una crudeltà clamorosa e non volevo che tra tanto scritto si perdesse un po'.




poi scusate ma mi concedo una piccola divagazione tutta personale. Ecco come finisce il viaggio e il libro di Ornela:



Arrivata a casa, dovrò rianimare le stanze. Ho un rituale dopo ogni viaggio ed è la voce di Sarah Vaughan. Sdraiata sul pavimento, chiudo gli occhi e ascolto. E' qui che il mio viaggio finisce. Nelle sue note, lontano da tutto ciò che mi è vicino.


Anche io faccio così, non tanto (e non solo) quando torno da un viaggio, ma quando ho bisogno di ritrovarmi, mi sdraio a terra e ascolto una voce o uno strumento amico. Abitudini.

mercoledì 4 giugno 2008

lista delle cose che mi devo ricordare di non fare

quando la giornata è così così...

1. non andare a fare un giro in centro perché ci son troppe vetrine
2. non andare dalla parrucchiera

(quanto ci mettono i capelli a ricrescere?)

martedì 3 giugno 2008

immagini sognate... (La notte, di M. Lodoli)

- Ho obbedito quanto ho potuto.
- E poi?
- Poi mi sono sentito troppo solo.


Faccio una premessa obbligatoria. A me i racconti lunghi (o romanzi brevi) in cui la storia sta perfettamente a metà tra il sogno, la fantasia pura e la realtà piacciono moltissimo. Mi rilassano estremamente. Sostanzialmente riescono a farmi staccare la spina e la mente. Ecco il motivo per cui La notte di Marco Lodoli mi è piaciuto davvero molto. Un uomo, Costantino, in giro in una Roma di notte, in una brutta Roma di notte. Con lui due uomini, Fedele e Ottavio, due dei tanti Fedele e Ottavio che Costantino ha incontrato. Con lui la consapevolezza che sarà l'ultima notte della sua vita perché quei due uomini quando si farà giorno lo uccideranno. Con lui quindi un'intera vita, rivissuta momento per momento attraverso tanti flashback che è come se fossero tanti sogni in quell'ultima (e a tratti quasi unica) notte. Tanti piccoli sogni di una luminosità estrema, immagini fortemente surreali che ti entrano un po' dentro e ti sorprendono cullandoti. Leggere si legge in un soffio, come respirare, come bere un bicchiere d'acqua fresca; potere di una scrittura estremamente piacevole e scorrevole nonostante in realtà il registro cambi continuamente.

Non dico altro, stamani sono stanca e ho la testa un po' annebbiata, però questo libro meritava davvero. Anche se forse meritava che ne parlassi in un giorno migliore. Non lo so. Quello che so è che leggerò qualcos'altro di Lodoli, a breve.


Se però volete leggere qualcosa di più e di meglio, guardate qui.

La notte / Marco Lodoli. - Torino : G. Einaudi, c2001. - 88 p. - ISBN: 8806158295

Paris? (no grazie)

Passando da qui sono arrivata al quiz What city should you live in?. Ecco pare che io mi posizioni a Parigi


You should live in Paris. The city of lights will appeal to your appreciation of beauty and romance. You are a lover and a poet by nature, and Paris' sensitive charms will be a perfect match for yours.




Però a me questo risultato non convince per niente. Non so quali fossero le altre città possibili, però sicuramente ci son posti in cui starei davvero, mentre a Parigi no. Io e Parigi non ci somigliamo molto; anzi direi che non ci somigliamo per niente. E dire che ci son già stata molte volte. Parigi è una bella città per farci un bel viaggio, un weekend, ma per viverci no grazie. Troppo grande, troppo attenta a se stessa, troppo presa da se stessa, troppo burro nel cibo. Io vivrei bene in Grecia, un po' tutta la Grecia credo. E come capitale vivrei bene a Lisbona, una città bellissima che guarda il mare, che guarda l'Oceano che è più di un mare. Una città che ha la giusta decadenza e che ha una musicalità lenta e veloce al tempo stesso, triste e allegra al tempo stesso. Una città che ti permette di sdraiarti chiudere gli occhi e lasciarti cullare, che ti concede di essere triste. Vorrei un posto dove non ti si chiede di correre sempre, anzi ti si chiede di rallentare. Parigi no non è così, a Parigi devi essere all'altezza e io di essere sempre all'altezza sono stanca.

Ecco, per capirsi, io vorrei stare in una città, in un paese dove si ascoltano cose così...