venerdì 25 luglio 2008

welcome!



oggi la mia testa ha fatto una contorsione più contorta del solito e pensiero legato a pensiero mi è venuto in mente un periodo della mia vita universitaria in cui mi son divertita davvero tanto. Non sto a raccontare niente perché non c'è niente da raccontare solo un periodo che dire spensierato è dir poco... però poi ulteriore ricordo legato a ricordo mi è venuta in mente tutto un certo tipo di musica che mi lega a quegli anni lì e con la quale oggi pomeriggio sto facendo diventare pazzi i miei vicini di casa... :)

P. Levi: Nichel (7 puntata)

[SEGUE]

La ragazza del laboratorio si chiamava Alida. Assisteva ai miei entusiasmi di neofita senza condividerli; ne era anzi sorpresa e un po' urtata. La sua presenza non era sgradevole. Veniva dal liceo, citava Pindaro e Saffo, era figlia di un gerarchetto locale del tutto innocuo, era furba ed infingarda, e non le importava nulla di nulla, e meno che mai dell'analisi della roccia, che dal Tenente aveva imparato meccanicamente ad eseguire. Anche lei, come tutti lassù, aveva interagito con varie persone, e non ne faceva alcun mistero con me, grazie a quella mia curiosa virtù confessoria a cui ho accennato prima. Aveva litigato con molte donne per vaghe rivalità, si era innamorata un poco di molti, molto di uno, ed era fidanzata di un altro ancora, un brav'uomo grigio e dimesso, impiegato dell'Ufficio Tecnico, suo compaesano, che i suoi avevano scelto per lei; anche di questo non le importava nulla. Che farci? Ribellarsi? Andarsene? No, era una ragazza di buona famiglia, il suo avvenire erano i figli e i fornelli, Saffo e Pindaro cose del passato, il nichel un astruso riempitivo. Lavoricchiava in laboratorio in attesa di quelle nozze così poco agognate, lavava svogliatamente i precipitati, pesava la nichel-dimetilgliossima, e mi ci volle impegno per farla persuasa che non era opportuno maggiorare il risultato delle analisi: cosa che lei tendeva a fare, anzi mi confessò di aver fatto di sovente, perché, diceva, tanto non costava niente a nessuno, e faceva piacere al Direttore, al Tenente e a me.
Che cos'era poi, alla fine dei conti, quella chimica su cui il Tenente ed io ci arrovellavamo? Acqua e fuoco, nient'altro, come in cucina. Una cucina meno appetitosa, ecco: con odori penetranti e disgustosi invece di quelli domestici; se no, anche lì il grembiulone, mesolare, scottarsi le mani, rigovernare alla fine della giornata. Niente scampo per Alida. Ascoltava con devozione compunta, ed insieme uno scetticismo italiano, i miei resoconti di vita torinese: erano resoconti assai censurati, perché sia lei, sia io, dovevamo pure stare al gioco del mio anonimato, tuttavia qualcosa non poteva non emergere: se non altro, dalle mie stesse reticenze. Dopo qualche settimana mi accorsi che non ero più un senza nome: ero un Dott. Levi che non doveva essere chiamato Levi, né alla seconda né alla terza persona, per buona creanza, per non far nascere imbrogli. Nell'atmosfera pettegola e tollerante delle Cave, lo sfasamento fra la mia indeterminata condizione di fuoricasta e la mia invisibile mitezza di costumi saltava agli occhi, e, mi confessò Alida, veniva lungamente commentata e variamente interpretata: dall'agente dell'Ovra al raccomandato d'alto livello.
Scendere a valle era scomodo, e per me anche poco prudente; poiché non potevo frequentare nessuno, le mie sere alle Cave erano interminabili. Qualche volta mi fermavo in laboratorio oltre l'ora della sirena, o ci ritornavo dopo cena a studiare, o a meditare sul problema del nichel; altre volte mi chiudevo a leggere le Storie di Giacobbe nella mia cameretta monastica del Sottomarino. Nelle sere di luna facevo sovente lunghe camminate solitarie attraverso la contrada selvaggia delle Cave, su fino al ciglio del cratere, o a mezza costa sul dorso grigio e rotto della discarica, corso da misteriosi brividi e scricchiolii, come se veramente ci si annidassero gli gnomi indaffarati: il buio era punteggiato da lontani ululati di cani nel fondo invisibile della valle.
Questi vagabondaggi mi concedevano una tregua alla consapevolezza funesta di mio padre morente a Torino, degli americani disfatti a Bataan, dei tedeschi vincitori in Crimea, ed in somma della trappola aperta, che stava per scattare: facevano nascere in me un legame nuovo, più sincero della retorica della natura imparata a scuola, con quei rovi e quelle pietre che erano la mia isola e la mia libertà, una libertà che forse presto avrei perduta. Per quella roccia senza pace provavo un affetto gentile e precario: con essa avevo contratto un duplice legame, prima nelle imprese con Sandro, poi qui, tentandola come chimico per strapparle un tesoro. Da questo amore pietroso, e da queste solitudini d'amianto, in altre di quelle lunghe sere nacquero due racconti di isole e di libertà, i primi che mi venisse in animo di scrivere dopo il tormento dei componimenti in lieco: uno fantasticava di un mio remoto precursore, cacciatore di piombo anziché di nichel; l'altro, ambiguo e mercuriale, lo avevo ricavato da un cenno all'isola di Tristan da Cunha che mi era capitato sott'occhio in quel periodo.
[CONTINUA]

da: P. Levi, Il sistema periodico

martedì 22 luglio 2008

in punta di matita

Vi siete mai messi a guardare un disegnatore che fa uno schizzo? con un tratto veloce e soprattutto con una sicurezza da fare invidia inizia a disegnare e linea dopo linea dal foglio bianco inizia ad apparire qualcosa. A prima vista può succedere che non si capisca neanche bene cosa disegna poi ecco un volto, una figura, degli oggetti, magari la punta si stacca un secondo e si posa accanto e allora s'iniziano a indovinare gli sfondi, altri personaggi altri volti e così via. Alla fine era come se fosse già stato tutto lì sul foglio bianco e tu eri l'unico a non vedere.

Un po' lo stesso mi è successo con questo piccolo libro di Vittorio Giacopini Al posto della libertà, breve storia di John Coltrane. Perché di breve storia infatti si tratta, di uno schizzo di autobiografia in cui trova perfettamente posto il percorso artistico e umano di John Coltrane uno dei grandi della musica jazz. Una matita, tre o quattro linee decise e viene fuori tutto un mondo con i suoi protagonisti, vengono fuori volti più o meno conosciuti. Dall'infanzia in North Carolina, ai primi incontri con Miles Davis a Philadelphia. Dalle magie del Five Spot Café con Thelonius Sphere Monk al nuovo incontro (stavolta più fortunato) con Davis a New York. Dalle prime incisioni talvolta talmente di fortuna da essere diventate oggi piccole gemme preziose, ai dischi della fama più compiuta. Da Blue Train a Expression.

E' solo uno schizzo quello che Giacopini, con una sicurezza e una precisione di tratto davvero notevoli, ci presenta stando attento a non eccedere mai nei particolari di un lavoro dettagliato. E questo ne è sia il pregio che il difetto. Ne è il pregio perché ti avvicina ad una figura e ad un mondo in maniera diretta, lieve, facile (ma attenzione non semplice). Ne è il difetto perché alla fine rimane forse un po' troppo in superficie spingendo così la tua curiosità verso altre letture che vadano un po' più in profondità.

Ora però mi domando: ma è davvero un difetto?

"assolutamente no. Solo i titoli dei pezzi e i nomi dei musicisti. A questo punto non so cos'altro si possa dire con le parole più di quello che sto facendo. La sciamo che la musica parli da sé" (John Coltrane a Bob Thiele, luglio 1967)


(Alabama nella mia personale esperienza di orecchioacerbissimo è tra le mie preferite, ma il mio è un giudizio puramente estetico-emotivo-personale che lascia davvero il tempo che trova)



Al posto della libertà : breve storia di John Coltrane / Vittorio Giacopini. - Roma : e/o, 2005. - 94 p. - (Assolo). - ISBN: 8876416722

venerdì 18 luglio 2008

e studiavamo chiusi in una stanza...*



Buongiorno! ecco una bella canzone per cominciare al meglio la giornata! la mattina sta passando stirando e guardando Ivan il terribile di Ejzenštejn su cui quando ero giovane e bella feci una deliziosa tesina all'Università, una cosa sul rapporto tra mezzo cinematografico e arti figurative nella cinematografia del signore sopracitato. Ricordo che mi venne un gran bel lavorino, come mi vengono quando sono ispirata e ho anche solo un po' di voglia di fare quello che mi tocca fare. Purtroppo questo stato di grazia ultimamente è raro raro.
Il film da allora ogni tanto me lo rivedo con piacere (ma si sa anche che ognuno si fa del male come può)




Update (delle ore 10.17): se preferite Alice :)



* questo è annoverabile tra i post inutili che ogni tanto mi diverto ad inserire quindi, per dirla con Guccini ignoratelo, come avete ignorato gli altri ... ciao :D

mercoledì 16 luglio 2008

Luchino, ovvero, Pane e coraggio*

E sì che l'Italia sembrava un sogno
steso per lungo ad asciugare
sembrava una donna fin troppo bella
che stesse lì per farsi amare
sembrava a tutti fin troppo bello
che stesse lì a farsi toccare


"Sono a Roma. Ascolto la gente che parla in albanese. Rallento il passo per sentire, non posso farne a meno. Ed ecco: mi ritrovo a spiare. Sono curiosa di quello che dicono i miei connazionali fuori dall'Albania. Come vedono Roma o quello che è straniero. M'interessa proprio. E' uno spiare «buono», mi rassicuro, per ragioni non poi così volgari.
Siamo vicini a un'università della quale ignoro il nome. Loro sono una coppia di una quarantina d'anni. Faccio finta di continuare a leggere gli orari delle lezioni. Non mi stacco. La donna si sente persa, vuole rientrare a Valona, è gente del Sud. Vuole rientrare al più presto. Questo pomeriggio!, perché no?
L'uomo non è convinto. Cerca di farla ragionare sulla vita misera in Albania, cosa che di sicuro lei ha scordato in questo breve soggiorno romano.
- Ti rendi conto che ti son bastate due settimane per scordare tutto? Sei stata tu a voler partire! Eravamo d'accordo, no? Volevi partire più di me!
La paura causata dalle strade ignote, le macchine che le scivolano di fianco quasi sfiorandola le fanno venire la voglia matta di tornare a casa. Non ne vuole più sapere di questa cosa chiamata Italia. Vuole andare via, trovare la sua terra. Al diavolo tutto quanto. Ieri notte, dalle suore dove hanno dormito, non ha chiuso occhio; la croce scura sopra il letto le inculcava timore, l'odore della mirra nei corridoi la paralizzava. La sacralità le metteva paura. Le lenzuola non l'avevano scaldata, erano rimaste umide per tutta la notte. I fioralisi bianchi le ricordavano la morte. Ecco, ora capiva: ovunque sentiva e vedeva la morte.
Di fianco al portone dell'università si trova l'immancabile bidello. Lo vedo ogni mattina mentre passo. Ha un grande cane grigio, un mastino napoletano. Lo fa giocare ogni giorno, insomma, lo fa correre un po'. La mia connazionale guarda il cane, ha ragione di guardarlo, in Albania di cani così non ne abbiamo mai visti. Noi coltivavamo l'umano, non gli animali di razza diversa.
Anch'io la prima volta che l'ho visto l'ho osservato a lungo. Il discorso della coppia si è interrotto. Il cane attira la loro attenzione. Il signore del cane, il bidello, va verso l'animale chiamandolo con la voce alterata da troppo affetto:
- Luchino, Luchino, dài, vieni a mangiare! Dài! Muoviti! Vieni dal paparino!
Luchino corre, sotto il velluto grigio brillante erompono i muscoli agili dell'animale. Il paparino apre una grande scatola cilindrica. Io e i miei connazionali siamo fermi e guardiamo la scena. La scatola si apre a strappo. E' una scatola molto colorata. Criiiiiic! si produce un rumore di metallo tagliente. Aperta! Grossi bocconi di carne con sugo precipitano fuori sensualmente. Luchino li ingoia muovendo la coda e con la bava alla bocca. Il padrone scuote il cilindro svuotandolo del tutto. Noi guardiamo ancora. C'è del magico in tutto questo.
Il marito ritorna verso la moglie:
- Vedi anche tu quello che vedo io? I pezzettoni di carne che mangia questa bestia? La-bestia-che-mangia-della-carne? Ma tu vedi o no quello che vedo io?
La donna rimane silenziosa. Guarda la-bestia-che-mangia-della-carne.
- E tu vuoi tornare in Albania, - riprende l'uomo con voce da cospiratore. - Qui, Luchino mangia polpette.
Luchino si affretta a lasciare il piatto pulito e brillante sotto il sole per correre verso la palla verde da tennis.
- Io non torno, - decide l'uomo senza staccare gli occhi dal cane.
- Vedo, vedo... - sospira la moglie. - Si, non torniamoci più in Albania. Non ci torniamo più, ecco. Si! si, in effetti...
Fu così che Luchino cambiò il destino di una coppia d'oltremare"
.
(O. Vorspi, La mano che non mordi, Torino 2007, pp. 55-57)

E noi cambiavamo molto in fretta
il nostro sogno in illusione
incoraggiati dalla bellezza
vista per televisione
disorientati dalla miseria
e da un po' di televisione.

(I. Fossati, Pane e coraggio)

se invece ve la volete godere davvero e fino in fondo questa straordinaria canzone (e io ve lo consiglio di cuore) la potete trovare qui:
http://it.youtube.com/watch?v=rhU-maMHuVk


* in questo modo mantengo la promessa fatta qualche tempo fa di riportare il brano sul cane Luchino tratto dallo straordinario libro di Ornela Vorpsi La mano che non mordi .

lunedì 14 luglio 2008

forte come un fulmine, sottile come la nebbia


Miriam - Vivi una vita normale finché qualcosa, a volte forte come un fulmine, a volte sottile come la nebbia, ti colpisce o ti avvolge: e il campo torna. (p. 327)

Questa è soltanto una delle tante frasi, citazioni, che si possono trarre da questo libro davvero straordinario, ma in questo momento mi pare anche la più adatta a spiegare quello che mi ha colpito di più in questa lettura.

Le reaparecide. Sequestrate, torturate, sopravvissute al terrorismo di Stato in Argentina. Con un titolo così inizi a leggere che provi già un po' di timore. Sai che ci troverai testimonianze dirette di una pagina della Storia che sembra quasi riduttivo definire buia. Cerchi di prepararti a quello che ti aspetta. Poi però succede che ti rincuori un po', perché giri la prima pagina e vedi una foto piuttosto piccola che raffigura cinque donne intorno a un tavolo, in mezzo a loro spuntano un thermos e un mate. Allora tiri un mezzo sospiro di sollievo e pensi che se loro la storia se la son raccontata così intorno a un tavolo, davanti ad un mate allora sapranno raccontarla con dolcezza anche a te. Speri in fondo di evitarti un eccessivo coinvolgimento emotivo. Se le guardassi bene però ti accorgeresti che i loro sorrisi non sono distesi, non sono aperti, ma in quel momento lì non te ne accorgi, hai bisogno di tranquillizzarti e quindi un thermos e un mate quasi bastano a farlo. Poi giri ancora pagina e la storia prende forma. Piantine di stanze, mappe: qui c'era l'Altillo, qui c'era il Dorado, la capucha, la capuchita, la pecera. Leggi, cerchi di interpretare, ma ancora non capisci bene; perché sarà dopo, dopo che hai letto, che avrai ben presente che cosa hanno rappresentato il Dorado e l'Altillo nella ESMA, che cosa era la Pecera, e che cosa ha significato portare una capucha.
Giri ancora ed è finalmente l'ora di iniziare a leggere e quello che ti ritrovi davanti non è un romanzo, non è un saggio storico, non è un'intervista ma la trascrizione di incontri, voci che si susseguono regolari. Sono le trascrizioni degli incontri che cinque donne, Munù, Cristina, Liliana, Miriam, Elisa, cinque reaparecide della ESMA per l'appunto, hanno fatto a casa di una di loro per ricordare, probabilmente per aiutarsi reciprocamente a ricordare.
Ne vien fuori una lettura fortemente impegnativa. Impegnativa perché ci devi mettere un po' tutto per andare avanti: la testa per capire, il cuore per cercare anche solo da lontano di avvicinarti a questa donne e spesso anche lo stomaco per sopportare. Ne vien fuori un'esperienza cruda e crudele. Dove la crudeltà non sta tanto nella descrizione morbosa delle torture, dei soprusi fisici. No. Sembra quasi paradossale ma questi, anche se ci sono, non li avverti quasi, perché te li raccontano davvero quasi con pudore. La crudeltà sta nel capire l'impatto interiore che questa esperienza ha avuto. Nel vedere la crudeltà e la brutalità dei ricatti psicologici a cui queste persone sono state obbligate. Nel cercare anche solo di immaginare che cosa possa aver significato stare sedute ad un tavolo di ristorante davanti ad una frittura di pesce con chi fino a pochi minuti prima ti ha torturato, con chi pochi minuti prima ha ucciso un tuo compagno, se non il tuo compagno. La crudeltà sta nel percepire la pesantezza di questa capucha e nell'avvertire la difficoltà (che a tratti diventa quasi impossibilità) a toglierla del tutto. La crudeltà sta nel capire il senso di colpa di chi è rimasto, nei confronti di chi non c'è più. Personalmente l'ho trovato agghiacciante, forse anche di più che se mi fossi trovata davanti ad un racconto più diretto, più brutale.

Questa è stata una lettura che mi ha impegnato a lungo e che mi ci vorrà molto a metabolizzare. Una lettura però che sono molto felice di aver portato a termine perché l'ho trovata necessaria, di quelle che a mio avviso non si può fare a meno di fare. Il mio grazie a queste cinque signore straordinarie per i sabati che ci hanno voluto donare e per i loro ricordi che hanno voluto condividere tra sé e con noi che li abbiamo letti; e i miei complimenti a chi ne ha realizzato l'edizione italiana perché la cura traspare davvero pagina dopo pagina. Ho saputo (e mi è stato anche confermato) che l'edizione italiana è esaurita. Un vero peccato.


Le reaparecide : [sequestrate, torturate, sopravvissute al terrorismo di Stato in Argentina] / Munù Actis, Cristina Aldini, Liliana Gardella, Miriam Lewin, Elisa Tokar ; tradotte da Fiamma Lolli. - Milano : Stampa alternativa, c2005. - (Eretica speciale). - ISBN: 8872268672

mi ricordo (2)

2. mi ricordo Duilio 48

sabato 12 luglio 2008

mi ricordo (1)




Questo lo lessi tanti anni fa. Stamani mi è ricapitato casualmente tra le mani e mi son divertita a risleggiucchiarlo in qua e là. Lui si è in parte ispirato a I remember di Joe Brainard, io in parte mi ispiro a lui... comincio (poi col tempo vado avanti)



1. mi ricordo che la coppetta da 500 lire di Vivoli era un azzurro-verdino e che io la riempivo di riso e cioccolato



Mi ricordo / George Perec. - Torino : Bollati Boringhieri, 1988. - 131 p. - (Varianti). - ISBN:8833904253

martedì 8 luglio 2008

suona un'armonica..

Eppure poteva farcela la bambina. Glielo dicevo sempre quando guardavamo la televisione. Sei più bella di Alessandra e lei si è presa Costantino e fa i soldi. Quelli veri, non la miseria che prendi al Pony. Che poi è pericoloso con quel motorino sempre in mezzo al traffico. Poteva andare dalla De Filippi, prendere contatto con qualche agenzia. Ero anche disposta ad accompagnarla per presentarla ai telespettatori. Mi ero anche preparata il discorso. Una volta che sei nel giro, qualche cosa succede sempre. Anche Costantino viveva in un quartiere come questo e poi è riuscito ad andarsene e l'ho visto sul giornale in vacanza in Costa Smeralda. Ma hai idea, bambina mia, quanto costa un caffé a Porto Cervo? Ma se non ti fai notare - le dicevo - non combinerai nulla di buono per la tua vita. Se non ne approfitti adesso che sei giovane niente più niente al mondo servirà per cambiarti il destino.
E lei sbuffava. Che mi faceva venire certi nervi. Non sbuffare! Ma dài, mamma, sempre con 'sta storia. Che palle!
Ma vuoi diventare come me? - le chiedevo - Vuoi fare anche tu la mia vita? C'ho quarantacinque anni e la mia vita è già finita da un pezzo. Tutto il santo giorno a sbattermi per tirare avanti con l'angoscia che il giorno seguente sarà grigio e uguale come il precedente? Ma non vuoi qualcosa di diverso?


Un monologo. Una donna che racconta se stessa, la sua vita, la sua famiglia, il fallimento delle sue aspirazioni giovanili. Una vita vuota. Una vita di falsi miti, di giornaletti, di qualunquismi, di trasmissioni televisive, di passeggiate al sabato pomeriggio davanti a vetrine tanto addobbate quanto inaccessibili. Un marito, un'ombra. Una vita di speranze riposte in una figlia che quei miti non li condivide o che semplicemente vive più realisticamente. Una vita che finisce in tragedia. Un rapporto madre/figlia che finisce in tragedia.

Ci ho riflettuto parecchio su questo racconto lungo di Carlotto. Inizialmente mi sembrava talmente esagerato nei luoghi comuni, talmente esasperato nel delineare una società vuota e aggrappata a tutto quanto c'è di esteriore da esserne quasi infastidita. Poi però no, tre stellette se le merita tutte. Perché insomma l'esagerazione non è mica qui in questo racconto, è altrove. L'autore è stato soltanto molto bravo a percepirla e a raccontarla.

Niente, più niente al mondo : monologo per un delitto / Massimo Carlotto. - 3. rist. - Roma : e/o, 2006. - 69 p. - (Assolo). - ISBN: 8876416358

giovedì 3 luglio 2008

Giamilja, ovvero, melodia della terra


«Perché la vita è tanto misteriosa e complicata?»


Non avrei mai pensato che questo piccolo libro di Čingiz Ajtmatov potesse piacermi. Non fa parte del tipo di letture che di solito prediligo. Invece ho dovuto ricredermi. E' un racconto lungo, una favola dai toni caldi e dalle atmosfere rarefatte come proprio non mi aspettavo e che mi ha piacevolmente sorpreso. Il poeta e scrittore francese Louis Aragon ha detto che Melodia della terra "è la più bella storia d'amore del mondo". Ecco io non lo so. Che sia la più bella non credo, che sia una gran bella storia però si. L'autore è bravo. Ti cattura e ti porta in un mondo lontanissimo, ti fa avvertire il caldo, l'odore della steppa, la sensazione della polvere, il fresco dei piedi nell'acqua. Ti fa vedere paesaggi sterminati e se stacchi la testa e provi ad ascoltare ti fa sentire il riso di Giamilja e forse anche la voce di Danijar. Ti fa sentire il suono della terra, la sua melodia. Ti fa assistere, proprio come il kicine-bala, alla nascita di un amore. L'autore è davvero bravo. Nascosta dalla storia ti racconta tutta una società quella dei contadini kirghisi ai primi del '900 che difficilmente ti aspetteresti in un libro così. E lo straordinario è che tutto ciò avviene con una naturalezza sorprendente. Una favola, non saprei trovare parola migliore, perché della favola ha i toni, gli sfondi, i personaggi.


Giamilja era triste e silenziosa. E io non potevo credere ai miei occhi, davanti a questa steppa in cenere, annerita. Non era ben diversa ieri? Era come se me ne avessero fatto una fiaba, e quel quadro di felicità non volesse uscirmi dall'anima, metteva sottosopra il mio spirito. Mi pareva di aver afferrato, non so come, uno degli aspetti più stupendi della vita


Melodia della terra : Giamilja / Tschingis Aitmatov ; versione italiana di Andrea Zanzotto. - Milano : Marcos y Marcos, 2006. - 108 p. - (Le foglie ; 82). - ISBN: 8871684443

martedì 1 luglio 2008

c'è qualcosa che mi brucia...



Una monetina per sapere
che non ho sbagliato mondo
Adesso, le riconto
se no mi confondo..*


Vi racconto una storiella. Stamani mi sono alzata (presto), sono andata nel ripostiglio di casa e da una busta ho preso quattro tovaglie azzurre, le ho smacchiate ben benino e le ho cacciate in lavatrice. Poi le ho stese, le ho ritirate e mi sono accorta che una tanto bene non era venuta e allora che ho fatto? Ho provato a smacchiarla nuovamente e l'ho lavata a mano. Adesso è stesa fuori. Le altre nel frattempo ho tirato fuori l'asse da stiro e le ho stirate.

Direte voi dove vuoi arrivare? a noi che c'importa? Più che legittimo

Allora vi racconto la storia di queste quattro tovaglie. Che non sono mie, ma della biblioteca dove lavoro e sono quelle che usiamo per sistemare un po' i tavoli quando ci sono le conferenze, gli incontri con gli autori, magari quando c'è qualche buffet... L'altra settimana ci siamo accorte che facevano schifo e che le piante che abbiamo non bastavano più per coprire tutte le macchie e allora Mas. che ha fatto? le ha prese e portate a casa per lavarle.

Arrivo al dunque. Non è il fatto che una è al lavoro di pomeriggio e passa la mattina a lavare le cose della biblioteca. Non è che la stessa ogni tre mesi si porta a casa i libri di stoffa della sezione bambini e lava e stira anche quelli. Non è questo. Non è che prima delle letture si spazza e lava a terra perché non ci sono i soldi per le pulizie. Ribadisco non è questo. Perché questo è da fare e si fa.

E' che una non può ritrovarsi a mezzogiorno del 1 luglio con 150° all'ombra a stirare cose della Pubblica Amministrazione dove lavora con Brunetta in TV che le ricorda per l'ennesima volta come lei passi le giornate a scaldare la sedia... perché se poi questa qui alla fine svalvola.. ha perfettamente ragione.


* la canzone non c'entra niente, solo mi mette allegria :D