martedì 30 dicembre 2008

(in fondo) il conto è in attivo

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai...


Qui la canzone continuerebbe "ma qualcosa ancora qui non va" però l'ho tolto perché non va bene per me. Sono stata due giorni a pensare se fare un post con le cose dell'anno che se ne va e con le speranze per l'anno che viene. Non mi convincevo e anche adesso che scrivo non sono per niente convinta. Non sono neanche troppo sicura alla fine di pubblicarlo. Vedrò come viene e poi deciderò. Il 2008 è stato un anno lungo e complicato pieno di cose importanti e di cose futili, di grandi soddisfazioni e di delusioni cocenti, di perdite dolorosissime che ancora si devono assorbire e di stabilità raggiunte. E' stato un anno che se mi limitassi a misurarlo attraverso il solo metro del dolore provato sarebbe in rosso acceso, ma non è così e per questo non voglio limitarmi a farlo. E' stato l'anno in cui il mio amato lavoro precario tenuto per anni e anni con le unghie e con i denti è diventato il "mio" lavoro stabile, in cui la mia scrivania è diventata la mia scrivania e in cui sul mio contratto è sparita la data di fine. E' stato un anno di viaggi, bei viaggi, Berlino, la Sicilia, la Sardegna, la Francia. E' stato un anno di amicizie nuove e soprattutto di riavvicinamenti ad amicizie antiche. Sapete quelle che risalgono ai periodi belli della vita? l'infanzia, gli anni dell'università. E' stato un anno pieno di letture. E' stato l'anno del mio innamoramento per Proust. Certo è stato anche l'anno in cui ad un certo punto ho davvero pensato di non farcela più, di non avere le spalle abbastanza forti per reggere, in cui in alcuni momenti mi si sono piegate le ginocchia. Però è stato anche l'anno in cui alla fine per la prima volta mi sono guardata negli occhi e mi sono piaciuta con tutti i miei difetti e le mie particolarità. E' stato un anno in cui ho salito un altro gradino della mia scala e questo, credetemi, era particolarmente alto da salire. Poi un giorno, sarà stato all'incirca un mesetto fa, sono uscita per andare al lavoro e alla radio mentre guidavo è passata una canzone allegra, ho alzato il volume e mi sono messa a cantare e da allora ho cercato di continuare a farlo. Ho cercato di proseguire di giorno in giorno, un passo alla volta ma in avanti. Del resto il fatto di essere un capricorno ascendente ariete da qualche parte si dovrà pur vedere.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità

Il 2009? Sinceramente non so come lo voglio e forse non voglio neanche che sia in un modo o in un altro. Lo affronterò all'arrembaggio. E' banale dirlo ma per quel che mi riguarda se starò bene, se le persone che mi circondano staranno bene tutto il resto si potrà affrontare e l'anno nuovo sarà come gli altri lungo ma velocissimo da attraversare, per certi versi facile per altri difficile ma con alla fine il conto in attivo.

tanti tanti auguri di buon anno a tutti


giovedì 25 dicembre 2008

Racconto di Natale

Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda - lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, e non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don Valentino "la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?" Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata di vento entrò un poverello in cenci.
«Che quantità di Dio!» esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. «Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.»
«E' di sua eccellenza l'arcivescovo» rispose il prete. «Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.»
«Neanche un pochino, reverendo? Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!»
«Ti ho detto di no.. Puoi andare.. Il Duomo è chiuso al pubblico» e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all'improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c'era un poco di Dio.
«Buon Natale, reverendo» disse il capofamiglia. «Vuol favorire?»
«Ho fretta, amici» rispose lui. «Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto voi siete in compagnia, non ne avete assoluto bisogno.»
«Caro il mio don Valentino» fece il capofamiglia. «Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero fare a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.»
E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel brio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna.Sopra iprati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.
«Ma che cosa fa, reverendo?» gli domandò un contadino. «Vuol prendersi un malanno con questo freddo?»
«Guarda laggiù figliolo. Non vedi?»
Il contadino guardò senza stupore. «E' nostro» disse. «Ogni Natale viene a benedire i nostri campi.»
«Senti» disse il prete. «Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa almeno fare un Natale decente.»
«Ma neanche per idea, caro il mio prete reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi.»
«Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì.»
«Ne ho abbastanza di salvare la mia!» ridacchiò il contadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio sulla neve. «Aspettami, o Signore» supplicava «per colpa mia l'arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!»
Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?
Finché udì un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
«Fratello» gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli «abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego.»
Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.
«Buon Natale a te, don Valentino» esclamò l'arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. «Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?» (D. Buzzati)
Volevo trovare un modo per fare gli auguri a chi più o meno volontariamente passa di qui e questo bel racconto di Dino Buzzati che ho trovato nella raccolta "La boutique del mistero" vuol essere un regalo che vi faccio.

auguri di buone feste di cuore a tutti*

martedì 16 dicembre 2008

100 cose che mi piacciono


la zucca gialla, il mare, camminare scalza per casa, entrare in piazza della Signoria dall'angolo con il Loggiato degli Uffizi, gli orecchini grandi, chi non si nasconde, le autobiografie, gli spaghetti al pomodoro, stare al pubblico in biblioteca, la vista di Firenze dalle rampe, viaggiare in treno, l'odore del caffè, il Boccioni sulla moneta da 20 centesimi, la lentezza, infilare perline, il cappuccino del sabato mattina, vagare in libreria, il "Terre a mano", i momenti di silenzio, i Rolling Stones, leggere, hala-âsana, le letture del sabato, le parole scelte, i mercatini dell'antiquariato, camminare in montagna, il succo di pompelmo, i miei occhi con un po' di trucco, Paul Cézanne, incontrare per strada gli amici dell'Università, il cartello che è appeso sulla bancarella di libri usati in via Martelli, l'immediatezza, la vallata di Delfi, le scarpe (di tutte le forme e di tutti i colori), il velluto, il cioccolato fondente, La Parete di M. Haushofer, la Sardegna, stare a occhi chiusi, i mon chéri, la Storia, chi non mi fa domande quando è il momento di non farmi domande, le Olimpiadi, la cotognata, il rosso, "Il caminetto" a Cabras, Monemvasia, leggere nella vasca da bagno, la saturazione dei colori quando il tempo è brutto, la poesia, i cuscini colorati, la primavera, la linea di contorno di Oscar Ghiglia, la musica brasiliana, le donne indipendenti, il parmigiano, Marcel Proust, controllare il respiro, il "cremino" del Cosi, Ivano Fossati, il viola, cucinare, la vibrazione che si sente cantando l'Om, la mia (piccola) collezione di disegni del '900, la bottarga, Johann Sebastian Bach, chi guarda negli occhi, entrare nella chiesa di Santa Croce dal portone sulla facciata e uscire dalla porticina sul lato sinistro, lo yogurth all'ananas, i libri di Leo Lionni, le spille un po' kitch, l'olio novo, i miei momenti di commozione, la gola di Vikos e Zagoria, il servizio-pizza e il servizio-gelato della domenica sera, la vista dalla mia scrivania in ufficio, la bistecca di "Padellina" a Strada in Chianti, il parquet, guardare il fuoco, il lino, la sensazione del vento sul viso, il sole, camminare senza meta in centro, il colore del vino rosso nel decanter, chi non fa calcoli stupidi, il mio divano rosso, "La torre" a Rosano, ascoltare, i fiori di campo di Henri Fantin-Latour, i massaggi ai piedi, i marrons glacés, l'atmosfera che si crea alla fine di una lezione di yoga, Coquinarius (e i suoi abitanti), il miele, l'odore della biancheria appena lavata, Il barone rampante di Italo Calvino, il cous-cous, la musica in sottofondo della Libreria Chiari, i film di Ejzenštejn, Stargirl.

[Questo mi è venuto un po' così, di getto. Mi sono concentrata sulle cose che mi fanno stare bene, e non sono concetti generali, sono le cose che mi danno gusto giorno per giorno, che mi fanno sorridere, che mi rilassano, su cui rifletto o che assaporo. Sono le cose che forse mi rappresentano più di ogni descrizione potessi fare di me. Poi la lista si potrebbe allungare molto, ma queste sono le prime 100 che mi sono venute in mente senza starci a pensare troppo.]

mercoledì 10 dicembre 2008