lunedì 31 marzo 2008

ho un certo senso di indeterminatezza...

E' da un bel po' che penso a questo post e ora che sono a scriverlo non so che scrivere. Ebbene dopo un periodo infinito (con gli anni che ormai sono in doppia cifra), due selezioni, un concorso vinto, oggi, al mio contratto, sono state aggiunte quelle due letterine tanto ambite IN. In fondo che sono due lettere? il contratto è identico identico a quelli precedenti l'ho confrontato, però ad un certo punto zac due letterine in più, IN, quasi non le noteresti se non fosse che cambiano il senso a tutto il discorso. Sembra, ma non sono due letterine da nulla perché ti cambiano un po' la prospettiva: da oggi non ho da pensare continuamente, da affaticarmi a trovare altri lavori, magari da farne due o tre contemporaneamente, perché si sa non è che una può buttare via le occasioni, da tenere bene a mente qual'è la scadenza del contratto (e se ne hai più di uno tenerli a mente tutti), da preparami a cosa mi offriranno la volta successiva, da ingoiare perché sai com'è ora se non si fa una variazione di bilancio è tutto un po' fermo si potrebbe tappare il buco fino a fine settembre ( e sei a fine agosto) e poi si rinnova, speriamo, e tu lì che aspetti ... no, basta. Da oggi casomai, se voglio, posso decidere se chiedere il trasferimento, però il mio lavoro che è il mio lavoro da una cifra indecente di anni è diventato mio davvero e non me lo può più togliere nessuno. Sono diventata una ragazza indeterminata. E qui mi vien da aggiungere: e meno male che una ragazza determinata lo son sempre stata, perché altrimenti non se ne usciva di certo. Bon! che si può aggiungere oltre? Forse si questo... che sono stata a lungo (troppo) una ragazza determinata, però a differenza di quello che ho potuto sentire e conoscere in giro io sono stata fortunata davvero, perché ho sempre avuto un ruolo mio, cose mie di cui occuparmi, non ho mai fatto da tappabuchi più di quanto non lo facessero le/i mie/i colleghe/i e questo solo perché avevo un contratto diverso e di questo li ringrazio (anche se ciò non esclude il fatto che oggi m'hanno fatto incavolare e non è escluso che sbotti).. che ho sempre avuto le spalle coperte, pur non avendone a sconto neanche mezza e poi - e chiudo perché ahimé non sono ragazza né romantica né sentimentale - con questo: spero proprio di tranquillizzarmi un po', perché gli ultimi mesi son stati complicati, tante le cose a cui pensare, da aggiustare e questo è ricaduto soprattutto su chi mi sopporta da prima del mio arrivo in biblio, perché io sinceramente mi sarei già mandata a quel paese da un pezzo...

ciaoooo scusate ma ora vado a festeggiare con uno yogurth pesca e albicocca..

p.s.: già! dimenticavo il lato divertente di questa giornata. Dopo tutti questi anni son diventata ragazza indeterminata, ma in prova per sei mesi... (potete tranquillamente ridere se volete..)

sabato 29 marzo 2008

P. Levi: Nichel (5 puntata)

[SEGUE]

Mi vennero raccontate moltissime storie: a quanto pareva, tutti i cinquanta abitatori della miniera avevano reagito fra loro, a due a due, come nel calcolo combinatorio; voglio dire, ognuno con tutti gli altri, ed in specie ogni uomo con tutte le donne, zitelle o maritate, ed ogni donna con tutti gli uomini. Bastava scegliere due nomi a caso, meglio si di sesso diverso, e chiedere a un terzo: «Che c'è stato fra loro?», ed ecco, mi veniva dipanata una splendida storia, poiché ognuno conosceva la storia di tutti. Non è chiaro perché queste vicende, spesso intricate e sempre intime, le raccontassero con tanta facilità proprio a me, che invece non potevo raccontare nulla a nessuno, neppure il mio vero nome; ma pare che questo sia il mio pianeta (e non me ne lamento affatto): io sono uno a cui molte cose vengono raccontate.
Registrai, in diverse varianti, una saga remota, risalente ad un'epoca ancora di molto anteriore allo stesso Signor Pistamiglio: c'era stato un tempo in cui, negli uffici della miniera, era prevalso un regime da Gomorra. In quella leggendaria stagione, ogni sera, quando suonava la sirena delle cinque e mezza, nessuno degli impiegati andava a casa. A quel segnale, di fra le scrivanie scaturivano liquori e materassi, e si scatenava un'orgia che avvolgeva tutto e tutti, giovani dattilografe implumi e contabili stempiati, dal direttore di allora giù giù fino agli uscieri invalidi civili: il triste rondò delle scartoffie minerarie cedeva il campo ad un tratto, ogni sera, ad una sterminata fornicazione interclassista, pubblica e variamente intrecciata. Nessun superstite era sopravvissuto fino al nostro tempo, a portare testimonianza diretta: una sequenza di bilanci disastrosi aveva costretto l'Amministrazione di Milano ad un intervento drastico e purificatore. Nessuno, salvo la Signora Bortolasso, che, mi assicurò, sapeva tutto, aveva visto tutto, ma non parlava per la sua pudicizia estrema.
La Signora Bortolasso, del resto, non parlava mai con nessuno, salvo che per strette necessità di lavoro. Prima di chiamarsi così, si era chiamata la Gina delle Benne: a diciannove anni, già dattilografa negli uffici, si era innamorata di un giovane minatore smilzo e fulvo, che, senza ricambiarlo propriamente, mostrava tuttavia di accettare questo amore; ma «i suoi di lei» erano stati irremovibili. Avevano speso soldi per i suoi studi, e lei doveva mostrare gratitudine, fare un buon matrimonio, e non mettersi col primo venuto; ed anzi, poiché la ragazza queste cose non le intendeva, ci avrebbero pensato loro; che la piantasse col suo pelo rosso, oppure via di casa e via dalla miniera.
La Gina si era disposta ad aspettare i ventun anni (non gliene mancavano che due): ma il rosso non aspettò lei. Si fece vedere di domenica con un'altra donna, poi con una terza, e finì con lo sposarne una quarta. La Gina prese allora una decisione crudele: se non aveva potuto legare a sé l'uomo di cui le importava, l'unico, ebbene, non sarebbe stata di nessun altro. Monaca no, era di idee moderne: ma si sarebbe vietato per sempre il matrimonio in un modo raffinato e spietato, e cioè sposandosi. Era ormai un'impiegata di concetto, necessaria all'Amministrazione, dotata di una memoria di ferro e di una diligenza proverbiale: e fece sapere a tutti, ai genitori ed ai superiori, che intendeva sposare Bortolasso, lo scemo della miniera.
Questo Bortolasso era un manovale di mezz'età, forte come un mulo e sporco come un verro. Non doveva essere uno scemo puro: è più probabile che appartenesse a quel tipo umano di cui si dice in Piemonte che fanno i folli per non pagare il sale: al riparo dietro l'immunità che si concede ai deboli di mente, Bortolasso esercitava con negligenza estrema la funzione di giardiniere. Con una negligenza tale da sconfinare in un'astuzia rudimentale: sta bene, il mondo lo aveva dichiarato irresponsabile, ed ora doveva sopportarlo come tale, anzi mantenerlo ed avere cura di lui.
L'amianto bagnato dalla pioggia si estrae male, perciò il pluviometro, alla miniera, era molto importante: stava in mezzo ad un'aiuola, ed il Direttore stesso ne rilevava le indicazioni. Bortolasso, che ogni mattina innaffiava le aiuole, prese l'abitudine di innaffiare anche il pluviometro, inquinando severamente i dati dei costi d'estrazione; il Direttore (non subito) se ne accorse, e gli impose di smetterla. «Allora gli piace asciutto», ragionò Bortolasso: e dopo ogni pioggia andava ad aprire la valvola di fondo dello strumento.
Al tempo del mio arrivo la situazione si era stabilizzata da un pezzo. La Gina, ormai Signora Bortolasso, era sui trentacinque anni: la modesta bellezza del suo viso si era irrigidita e fissata in una maschera tesa e pronta, e recava manifesto lo stigma della verginità protratta. Perché vergine era rimasta: tutti lo sapevano perché Bortolasso lo raccontava a tutti. Questi erano stati i patti, al tempo del matrimonio; lui li aveva accettati, anche se poi, quasi tutte le notti, aveva cercato di violare il letto della donna. Ma lei si era difesa furiosamente, ed ancora si difendeva: mai e poi mai un uomo, e meno che tutti quello, avrebbe potuto toccarla.
Queste battaglie notturne fra i tristi coniugi erano diventate la favola della miniera, ed una delle sue poche attrazioni. In una delle prime notti tiepide, un gruppo di aficionados mi invitarono ad andare con loro per sentire che cosa capitava. Io rifiutai, e loro tornarono delusi poco dopo: si udiva solo un trombone che suonava Faccetta Nera. Mi spiegarono che qualche volta succedeva; lui era uno scemo musicale, e si sfogava così.
[CONTINUA]

da: P. Levi, Il sistema periodico

venerdì 28 marzo 2008

ALLEGRIA!

da una parte ci stanno: due gelatai (di cui vi invito a notare la maestria nel comporre la coppetta di gelato) con i clienti, un professore (o formatore) con una classe, tre pasticceri fornai, un operaio edile che poi dopo un po' sale su un camion e si trasforma in camionista, un ragazzo di call-center e i suoi colleghi, un tassita, una mamma con bambino, dei ragazzi che corrono in palestra e poi tutta una serie di giovani e belli che scendono una scalinata

DALL'ALTRA INVECE: una mamma con bambina, un ragazzo che guida, un barista supersimpatico, un edicolante, una dottoressa con paziente donna, un professionista (commercialista?), un ragazzo in motorino, una ragazza che fa jogging, un pensionato alle bocce (che è proprio il pezzo meglio), un ragazzo seduto su una panchina con un bel computer portatile, un pianista, una bella ragazza di un call-center, una ragazza per strada, un ragazzo e una ragazza (lei sta leggendo) alla fermata dell'autobus, una ragazza/benzinaia, una squadra di calcetto, una coppia di fidanzatini in un parco, un uomo tutto impiastricciato di schiuma da barba, una signora che annaffia le piante, una ragazza che studia, un operaio, un barbiere con cliente, una famiglia in cucina, una sindachessa giovane giovane e biondina, una giornalista (?) donna e un ragazzo che attacca i manifesti.

da una parte c'è: una canzone che fa venire il latte ai ginocchi..

DALL'ALTRA INVECE: il rifacimento di una musica molto ritmica e allegra...

...insomma io ho scelto...
(avevo scelto già prima ma questo non conta ;)





se poi proprio non ne potete fare a meno e volete fare il confronto l'altro lo trovate QUI

giovedì 27 marzo 2008

cuoredimamma


Scena: casa di mas.

driiiiiin (campanello)
mas.: chi è?
mamma: io spicciati!
mas. sulla porta: ehi ciao... non ti aspettavo..
mamma: cribbio mas. oggi fai proprio schifo!
mas.: ahh grazie
mamma: ero passata di qui, però ora ho furia e vado a casa, ciao
mas.: ok.. ma guarda, RIPASSA QUANDO VUOI!..




MAH! io mi vedo più o meno sempre uguale... (e poi sicuro domani mi racconta perché le giravano)

mercoledì 26 marzo 2008

preziosità

ultimamente più che raccontare le cose che leggo riesco davvero a far poco ho la fantasia azzerata... perciò ecco un'altra recentissima lettura, un librino piccolo piccolo ma prezioso che si trova difficilmente e che forse ripubblicheranno (mi dicono... e la fonte è di primissima mano)

Giorgio*

- Anche con la neve è voluto andarci. Nemmeno fossero armi per i partigiani.
Poi si ammala e diventa una palla. Anna, Dina, Dina, Anna, mamma, babbo.
Era questo che pensava sua sorella vedendolo allontanarsi sotto i portici in direzione di Piazza Maggiore.
- Non ha il fisico - disse Dina a voce alta, rompendo così il silenzio.
- Potevo andarci io - continuò in romagnolo dandosi un sostegno vigoroso al seno come se invece lì ci fosse stata la forza di cento cavalli. - Solo quando i tedeschi gli davano la caccia - continuò - mi mandava in giro. Tutti cercavano farina e zucchero, io invece bottiglie, blu. Avete una bottiglia blu cobalto con il collo lungo? Con il collo lungo c'era solo a forma di pugnale degli arditi. Se gli portavo quella vomitava.
- Fu l'anno che dipinse conchiglie e ciotole - considerò Dina, l'altra sorella. Poi aggiunse: - Anna, lascialo stare. Se ci portava le donne era peggio.
- Non lo so - rispose l'altra con tono secco e restò ferma alla finestra a guardare le biciclette e il nevischio, sempre verso Piazza Maggiore. Poi avvicinando le sue labbra al vetro disse:
- Forse le bacia.
Dina non rispose.
- Forse ci amoreggia.
Dina continuò a far finta di non sentire.
Anna non trovando spago, cambiò genere.
- Non c'è farina. E lui: ci arrangiamo. Non c'è zucchero. E lui: ingrassa. Non c'è legna. E lui: ci copriamo. Giorgio non c'è più blu cobalto. E lui impazza. Urli pianti. Quando sono uscita sotto i bombardamenti per andare a cercarglielo, ho pensato se trovo uno che mi dà il blu cobalto, gliela do.
Dina, più sorda che mai, era entrata in cucina e si era messa a impastare acqua e farina. Quando ai rintocchi di mezzogiorno Giorgio sarebbe tornato, quelle avrebbero già preso l'aspetto di fettuccine. Pallide, ma era già tanto.
Continuando a guardare verso Piazza Maggiore, Anna lo vide sbucare da sotto i portici. Alto, magro, con un cappotto lungo e largo e gli occhiali tondi di tartaruga come De Gasperi, camminava svelto in mezzo alla neve portata dal vento. Aveva con sé una borsa gonfia e leggera come se ci fosse del pane ferrarese e stava attento a non batterla, come se ci fossero delle uova. (pp. 29-30)

Sei brevissimi racconti tutti incentrati su scrittori famosi italiani e non: Flaubert che ruba ascoltando; Hemingway e la domanda non fatta; Karen Blixen e la poesia d'amore africana; George Simenon la mano sul cuore e le pantofole; la vecchiaia, la giovinezza Leopardi e Silvia; Pavese, la sorella, la sua ombra e la casa-museo; e appunto Giorgio Morandi e il blu cobalto. Racconti che hanno la caratteristica di vedere da fuori, di trovare un varco alternativo a quella che è la visione ufficiale, di ricreare brevi momenti familiari con un linguaggio e una scrittura che son quelli "di casa" e che son tipici un po' di tutti i libri di Maria Pagnini. Questo è il primo che ha pubblicato, ed è anche uno dei più belli.

Se poi volete conoscere un po' meglio Maria Pagnini potete leggere qui (un brano/racconto che ha scritto qualche tempo fa e che mi sembra la rappresenti parecchio bene).

* in: La sorella di lui / Maria Pagnini. - Firenze : Gazebo, 1998. - 45 p. - (Gazebo ; 14)

sabato 22 marzo 2008

visto da mezza altezza

Una bambina e basta / Lia Levi. - Roma : e/o, 1997. - 121 p. - (Tascabili ; 92). - ISBN: 8876413073


"Alla radio scrivo un giorno una lettera per partecipare a un gioco, forse un concorso. Sono ancora nel cerchio di mia madre e così corro a fargliela leggere, prima d'imbucare il foglietto nitido dove ho sforzato la scrittura al meglio.
«Cara radio» comincia la letterina «sono una bambina ebrea...». Mia madre legge e con un grande gesto come di teatro comincia a strappare il foglio scritto in pezzi sempre più piccoli. La guardo sbalordita: che grande errore ci può mai essere? E anche se c'è da correggere, perché questo insolito rompere tutto? Dispetti così la mamma non li aveva mai fatti. Mamma non sembra arrabbiata, anzi, è quasi allegra e butta i pezzetti del mio lavoro in aria come se fossero coriandoli di carnevale. La guardo irosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una specie di ilare indulgenza: «Non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta».
Una bambina e basta". (pp. 120-121)

Con questa citazione ho fatto una cosa che non si fa! Ovvero ho messo proprio le ultime frasi, il finale. Però in queste parole, a mio avviso, ci sta un po' tutto il libro, il suo significato. Una bambina è basta è la storia di una bambina durante la seconda guerra mondiale, una bambina di cui - ripensandoci - non viene neanche mai svelato il nome, ma che non è difficile avvicinare parzialmente alla stessa autrice. E' la storia di una bambina piemontese, come ce ne sono tante, tra il 1939 e il 1945, solo che questa bambina è anche ebrea e questi sono anni in cui essere ebrei voleva dire qualcosa. E' quindi con una prospettiva tutta particolare, da "mezza altezza", che Lia Levi racconta l'esperienza umana di tanti: i cambiamenti repentini, inesorabili e inspiegabili, le prime paure, le lontananze, i dubbi, la necessità di nascondersi... e da mezza altezza lo sguardo è ingenuo, talvolta anche crudelmente ingenuo e quindi il racconto procede lieve e, se possibile, anche con un che di divertito e impertinente.
In parte mi ha ricordato i capitoli iniziali dell'autobiografia di Carla Capponi (di cui avevo parlato poco tempo fa), quelli in cui vengono ricordati gli anni dell'infanzia, ma lì era comunque con voce di adulta che la scrittrice parlava, qui invece la maestria della Levi sta proprio nel riuscire a parlare dalla prima pagina all'ultima con voce di bambina. E' un racconto lungo piuttosto bello che nel 1994 ha anche vinto il Premio Elsa Morante - Opera prima. Un racconto che scivola via veloce; ma che, se proprio gli si vuole trovare un difetto, non è riuscito a coinvolgermi fino in fondo forse per una scrittura, a mio avviso, un tantino monotona. E' un libro che si può, o forse si deve, presentare ai ragazzi perché affronta una tematica importante partendo da un punto di vista a loro più vicino. Rimane in me la perplessità per lo stile, che invece non trovo particolarmente appetibile soprattutto per i più giovani, ma naturalmente questa è solo la mia impressione.

"noi lanciamo occhiate supplichevoli a nostra madre chiedendole, certo senza saperlo, di riconsegnarci il nostro lindo mondo, ordinato come i quaderni di «bella copia» che hanno un foglio bianco nella prima pagina in modo che ci si possa scrivere con cura nome, cognome e classe, dentro una bella cornicetta disegnata a piacere con foglie e fiori"


* brevissima segnalazione: per ragazzi, sempre di Lia Levi, trovo che sia assolutamente delizioso La ragazza della foto edito da Piemme nella serie arancio della collana Il battello a vapore

venerdì 21 marzo 2008

21 marzo 2008

oggi è il primo giorno di primavera, il cielo è grigio grigio, piove e mi girano un po', però è anche la giornata mondiale della poesia e quindi festeggiamo...

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.

(G. Caproni, Per lei)

giovedì 20 marzo 2008

...tornando a casa

Oggi son dovuta andare a Greve in Chianti e devo ammettere che mi son proprio goduta il viaggio.
Primissimo pomeriggio... solicino di inizio primavera, una bella strada con una campagna straordinaria tutta intorno, l'aria dal finestrino un po' aperto, la radio accesa piano piano, il silenzio. Mezz'ora da sola con i miei pensieri: un privilegio assoluto. Poi la radio che è in sintonia con la macchina e con me (cioè sta dando un po' i numeri) ha iniziato a saltare da una stazione all'altra senza posa... e boh oggi doveva piacerle questa canzone (o forse l'ha scelta per me chissà...) fatto sta che me l'ha fatta ascoltare ben tre volte e io l'ho trovata molto in sintonia con gli ultimi tempi...





* per la cronaca e tanto per cambiare Greve era strapiena di tedeschi e inglesi e stranieri d'ogni dove..

mercoledì 19 marzo 2008

tutti i colori del freddo


Inverni lontani / Mario Rigoni Stern. - Torino : Einaudi, c1999. - 44 p. - (I coralli ; 119). - ISBN: 8806153404


Inverni lontani è un racconto lungo di Mario Rigoni Stern che ha, come filo conduttore, l'inverno, il freddo. Inizialmente si ha una sensazione strana come di un qualcosa di magmatico, di inafferrabile che cerchi di prendere ma ti scivola un po' da tutte le parti, talvolta molto fluido, talvolta terroso e pieno di pietre. Poi una frase che passa, quasi casualmente - "un ricordo invernale richiama un altro ricordo: un fuoco che ci riscaldava, un gelo che ci assiderava"" - e il caos apparente prende una forma: la forma del ricordo. Perché i ricordi non hanno una forma precisa, un contorno, son casuali. Allegramente o nostalgicamente sono disorganizzati, talvolta è un odore ad evocarli, talvolta una musica, un sapore, il suono di una voce... Qui è l'inverno a richiamare alla mente dell'autore una dopo l'altra tutta una serie di immagini. Le immagini dell'infanzia con i suoi giochi, la costruzione di un paio di sci di legno, le gare sugli slittini. Le immagini della guerra, con i volti dei compagni incontrati e non tornati, il gelo del fronte russo e la neve altissima di quello albanese. Le immagini dei luoghi delle proprie origini, dell'altopiano di Asiago con le sue tradizioni, i suoi sapori: la semina e la raccolta delle patate per la scorta dell'inverno, la grappa, i crauti, il pane di frumento (ma dove oggi si potrebbe ritrovare quel sapore?). Su tutto costantemente il bianco della neve con una sensazione di freddo che un po' ti prende le ossa, un po' ti scivola addosso. Su tutto una sensazione di calma, di quella calma tipica di chi ha vissuto e ad un certo punto si volta indietro a guardare.
Insomma ero partita perplessa, ma alla fine mi è piaciuto, perché è stata una lettura che mi ha rilassato e cullato molto.

Ora però (non me ne vogliate) una piccola deformazione professionale. La citazione del brano in cui Rigoni Stern parla della biblioteca di cui si è occupato per un breve periodo e il racconto di un diverso valore della lettura:

"Due o tre ore ogni sera le passavo a riordinare la biblioteca degli ex combattenti, che aveva un migliaio di volumi. Per intiepidire la stanza mi portavo da casa un po' di legna e accendevo il fuoco nella stufa di cotto. C'erano molti volumi che riguardavano la Prima Guerra Mondiale, ma pure romanzi della «Medusa», gialli, rosa, tutto D'Annunzio, Oriani, Papini, e anche uno scaffale di libri naturalistici e scientifici lasciati per testamento da un vecchio ingegnere, e l'Enciclopedia Utet. I romanzi di cappa e spada e dell'Ottocento francese erano i più richiesti dai lettori e dalle lettrici che venivano dal contado, e quando li riportavano sapevano di stalla. Si sa, allora non c'era la televisione, pochi avevano la radio e la gente leggeva di più. Alla domenica mattina, dopo la messa, venivano in biblioteca anche dalle contrade lontane. Pagando venti lire potevano avere in prestito un libro per quindici giorni. Gli ex combattenti avevano lo sconto e pagavano la metà. Insomma, che cosa importava se quando li restituivano avevano odore di vacca e di letame e se erano un po' sciupati? Intanto venivano letti nelle lunghe sere invernali, magari a voce alta, alla tenue luce delle cucine o nelle stalle mentre si aspettava il parto delle vacche.
Quelle venti lire per libro così raccolte e giornalmente registrate servivano per pagare un modesto canone alla vedova che ci affittava la stanza al piano terreno e il cui marito era morto prigioniero in Africa. Riuscivo persino a far rilegare ogni mese una decina di libri da Costantino, un falegname reduce anche lui dalle patrie guerre, che alla domenica e alla sera faceva bene il rilegatore. E riuscivo addirittura a comprare qualche libro nuovo di narratori e poeti, o qualche saggio di storia che istintivamente sceglievo dai cataloghi delle case editrici.
Fu così che i miei giovani compaesani poterono leggere Kafka, Faulkner, Babel', Hemingway, Garcìa Lorca, Eliot, i poeti russi, Carlo Levi, Pavese, Vittorini, Gramsci... Queste mie scelte arbitrarie provocarono in paese una certa reazione da parte dei benpensanti che vedevano nella piccola biblioteca un luogo di riunioni sovversive. Ma che belle discussioni in quelle sere invernali! Quanto entusiasmo nei nostri discorsi animati da letture che ci avevano fatto scoprire un mondo che fino ad allora ci era stato tenuto nascosto."

domenica 16 marzo 2008

P. Levi: Nichel (4 puntata)

[SEGUE]

Mentre i savi deliberavano, si era udito un boato sordo: il tappo aveva ceduto, l'acqua si era inabissata nel pozzo e nella galleria, aveva spazzato via il treno con tutti i suoi vagoni, ed aveva devastato lo stabilimento. Anteo mi mostrò i segni dell'alluvione, due metri buoni al di sopra del piano inclinato.
Gli operai e i minatori (che nel gergo locale si chiamavano «i minori») venivano dai paesi vicini, facendosi magari due ore di sentieri di montagna: gli impiegati abitavano sul posto. La pianura era a soli cinque chilometri, ma la miniera era a tutti gli effetti una piccola repubblica autonoma. In quel tempo di razionamento e di mercato nero, non c'erano lassù problemi annonari: non si sapeva come, ma tutti avevano di tutto. Molti impiegati avevano un loro orto, attorno alla palazzina quadrata degli uffici; alcuni avevano anche un pollaio. Era successo varie volte che le galline dell'uno sconfinassero nell'orto dell'altro, danneggiandolo, e ne erano nate noiose controversie e faide, che male si confacevano alla serenità del luogo ed all'indole sbrigativa del Direttore. Questi aveva troncato il nodo da par suo: aveva fatto comprare un fucile Flobert, e lo aveva appeso a un chiodo nel suo ufficio. Chiunque vedesse una gallina straniera razzolare nel proprio orto aveva il diritto di prendere il fucile e di spararle due volte: ma occorreva la flagranza. Se la gallina moriva sul terreno, il cadavere apparteneva allo sparatore: questa era la legge. Nei primi giorni dopo il provvedimento si era assistito a molte rapide corse al fucile e sparatorie, mentre tutti i non interessati facevano scommesse, ma poi non c'erano più stati sconfinamenti.
Altre storie meravigliose mi vennero raccontate, come quella del cane del Signor Pistamiglio. Questo Signor Pistamiglio, al mio tempo, era ormai sparito da anni, ma sempre viva era la sua memoria, e, come avviene, si andava ricomprendo di una patina dorata di leggenda. Il Signor Pistamiglio era dunque un ottimo caporeparto, non più giovane, scapolo, pieno di buon senso, stimato da tutti, ed il suo cane era un bellissimo lupo, altrettanto probo e stimato.
Era venuto un certo Natale, ed erano spariti quattro dei tacchini più grassi nel paese giù a valle. Pazienza: si era pensato ai ladri, alla volpe, poi più a niente. Ma venne un altro inverno, e questa volta di tacchini ne erano spariti sette, fra novembre e dicembre. Era stata fatta denuncia ai carabinieri, ma nessuno avrebbe mai chiarito il mistero se non si fosse lasciata scappare una parola di troppo il Signor Pistamiglio medesimo, una sera che era un po' bevuto. I ladri di tacchini erano loro due, lui e il cane. Alla domenica lui portava il cane in paese, girava per le cascine e gli faceva vedere quali erano i tacchini più belli e meno custoditi; gli spiegava caso per caso la strategia migliore; poi tornavano alla miniera, e lui di notte gli dava la larga, e il cane arrivava invisibile, strisciando lungo i muri come un vero lupo, saltava il recinto del pollaio oppure scavava un passaggio sotto, accoppava in silenzio il tacchino e lo riportava al suo complice. Non risulta che il Signor Pistamiglio vendesse i tacchini: secondo la versione più accreditata, li regalava alle sue amanti, che erano numerose, brutte, vecchie, e sparse in tutte le Prealpi piemontesi.
[CONTINUA]

da: P. Levi, Il sistema periodico

giovedì 13 marzo 2008

martedì 11 marzo 2008

Goed vs Fout

Ovvero il calcio, l'Olanda e la seconda guerra mondiale.





Ajax, la squadra del ghetto : il calcio e la Shoah / Simon Kuper ; traduzione Michela Canepari ; revisione Massimiliano Galli ; segnalato da Alberto Piccinini. - Milano : Isbn, 2005. - 254 p., [8] p. di tav. : ill. - ISBN: 8876380132



E' un libro interessante questo qui di Simon Kuper. L'autore infatti prendendo spunto dalla storia della squadra dell'Ajax, da sempre definita la "squadra degli ebrei", fa una ricostruzione piuttosto attenta e dettagliata del calcio olandese (e non solo) durante la seconda guerra mondiale, del rapporto tra calcio, sport e nazismo e del loro utilizzo ai fini propagandistici e infine della storia dell'Olanda durante l'occupazione tedesca. Una storia che, come l'autore sottolinea più e più volte, non fu così goed come tradizionalmente si è portati a pensare, ma che - a differenza di quanto avvenuto nella vicina Danimarca - comportò spesso il girare il viso dall'altra parte. Riemergono così in questo libro fatti e personaggi noti e meno noti: dal saluto nazista* in direzione del pubblico al quale furono costretti i giocatori inglesi a Berlino il 14 maggio 1938 in occasione dell'amichevole con la squadra tedesca, ai cori vergognosi che ancora oggi i tifosi del Feyenoord continuano a urlare dagli spalti potendo confidare sul fatto che l'olandese è lingua poco conosciuta. Dalla vicenda ancora oscura di Matthias Sindelar il miglior giocatore austriaco di quegli anni che, dopo l'annessione dell'Austria alla Germania e la fusione delle due nazionali di calcio, si ritirò dal gioco ufficialmente con la scusa, a 35 anni, di essere ormai troppo avanti con l'età e che fu poi trovato morto insieme alla sua compagna soltanto pochi mesi dopo; alla vicenda dell'esterno destro dell'Ajax Eddie Hamel, ebreo nato a New York, "un giocatore estremamente simpatico e popolare" che nel 1943 venne deportato a Birkenau e di cui, Leon Greenmann, suo compagno di branda nel campo di concentramento, ricorda "era difficile dormire. Io e Eddy spesso stavamo schiena contro schiena. [...] il suo corpo era molto caldo. E noi avevamo molto freddo". Dalla vicenda della squadra dello Sparta Rotterdam e della misura dei suoi cartelli per vietare l'ingresso agli ebrei; alla resistenza del Gorcum e di Oscar Heisserer, il capitano del Racing Strasbourg e della nazionale francese che, dopo l'annessione dell'Alsazia alla Germania, si rifiutò di cambiare squadra e dovette scappare in Svizzera fingendo una fuga d'amore con l'amante, e lasciando la moglie poco prima del parto. Ma sarebbero ancora centinaia gli esempi da fare, le foto da ritirare fuori, i volti da osservare; perché molti sono i volti e le storie che Simon Kuper ha recuperato. E se si vuole fare una critica a questo libro sta proprio nel fatto che forse l'autore non è riuscito in pieno a dare una continuità a queste storie a inserirle in una cornice storica forte che le rendesse pienamente comprensibili. Concludo ponendo l'attenzione sul fatto che nei Paesi Bassi (e non solo) il calcio - ma si potrebbe dire lo sport in generale - non si fermò neanche durante il periodo più buio della seconda guerra mondiale, le persone non smisero di andare a vedere le partite, in migliaia e migliaia assistettero alle finali dei campionati, a partite amichevoli il cui significato sportivo era praticamente pari a zero, e questa è una cosa che chiaramente colpisce. In merito mi piace perciò riportare qui una citazione da questo libro che mi ha colpito davvero moltissimo. Raccontò infatti lo scrittore ebreo Abel Herzberg subito dopo la guerra:

«uno dei luoghi di raccolta durante la razzia era l'Olympiaplein. Il tempo, quel giorno, era bello, perciò sui campi la gente giocava a tennis. Gli ebrei in attesa sentivano le palle rimbalzare e i giocatori che gridavano: "Pronti. Gioco. Parità". Non erano gli appartenenti al partito nazista olandese che stavano giocando. Non erano gli uomini della Resistenza. Era la maggioranza della popolazione olandese».


In conclusione voglio però dire alcune cose in merito all'edizione di questo libro che è davvero pessima. Al costo di € 15,50 (io però l'ho preso in biblioteca) si legge un libro pieno zeppo di refusi, di errori di traduzione che sono talmente evidenti da risultare persino irritanti, e questo naturalmente influisce in maniera notevole sulla lettura del libro che di per sé ripeto è interessante.

Per approfondire:
  • dal sito di ISBNedizioni la scheda del libro con numerosi articoli e approfondimenti;
  • un'articolo interessante di Jonathan Duffy dal titolo Football, fascism and England's Nazi salute dal sito di BBCNews;
  • il sito dell'Ajax
  • dal sito di Mondadori la scheda del libro di Nello Governato La partita dell'addio, dedicato alla storia e alla figura di Matthias Sindelar;
    (per ora questi pochini... poi magari ne aggiungo)


* Ricordava Eddie Hapgood appena del 1945 "ho praticamente lanciato la palla in braccio a Mussolini a Roma, e avuto il peggior arbitraggio della mia carriera con il Milan; sono stato in Svizzera, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Olanda, Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Norvegia, Danimarca, Svezia e Jugoslavia. HO mangiato così tanto aglio da non voler più mangiare nulla in vita mia [...] sono stato coinvolto in un naufragio, un incidente ferroviario, e vicinissimo a un disastro aereo [...] ma il peggior momento della mia vita, uno che non voglio assolutamente ripetere, fu fare il saluto nazista a Berlino"

domenica 9 marzo 2008

cosechenonsipossonoproprioperdere...





ieri a margine del teatrino del PDL a Milano è stato presentato anche silviodanaio... mi domando ma poi per romperlo dove va sbattuto?... perché io una mezza idea ce l'avrei :)

... chi si azzarda a regalarmelo giuro che ...

sabato 8 marzo 2008

una donna da leggere (La parete, di M. Haushofer)

Oggi è la festa della donna e, dopo approfondite riflessioni, ho deciso di fare un post su una lettura, molto al femminile, che ho fatto un bel po' di anni fa, ma che a tutt'oggi rimane una delle più belle e significative mai fatte. Un libro coinvolgente e bello come pochi altri scritto da un'autrice, Marlen Haushofer, che purtroppo è stata un po' troppo presto dimenticata.

La parete, scritto da Marlene Haushofer nel 1963, è un romanzo particolarissimo. E' un diario, non in forma di diario, una sorta di memoria; la cronaca di una rinascita, intesa davvero come "nuova nascita" di una donna. La trama è tutta nell'invenzione iniziale: l'apparizione inspiegabile di una parete trasparente, liscia, fredda che in pratica isola una donna in uno chalet in cima alle montagne obbligandola in tal modo a reinventarsi da capo tutta la propria vita. Unica compagnia la natura, un cane, alcuni animali. Poi non succede più niente se non l'accordare la propria vita ai ritmi delle stagioni, i gesti quotidiani, le nuove piccole conquiste di autonomia e indipendenza. Pagina dopo pagina il lettore non può far altro che assistere e condividere la trasformazione interiore e fisica di questa donna, di cui l'autrice non rivela mai il nome e attraverso la sua solitudine e il suo isolamento riuscire a avvertire una nuova percezione e valorizzazione di sé e ad esserne coinvolto completamente.

La prima pagina:
"Oggi, 5 novembre, inizio la mia cronaca. Annoterò tutto con la massima precisione possibile. Ma non so neppure se oggi sia veramente il 5 novembre. Nel corso dell'ultimo inverno ho smarrito alcuni giorni. Non sono in grado di dire che giorno della settimana sia. Credo però che ciò non abbia molta importanza. [...] Non scrivo per il gusto di scrivere; vi sono costretta dalle circostanze, se non voglio perdere la ragione. Non c'è nessuno che possa occuparsi o aver cura di me. Sono completamente sola, e devo tentare di sopravvivere ai lunghi, bui mesi dell'inverno. Non conto che queste annotazioni vengano mai trovate. Per ora non so nemmeno se lo desidero. Forse lo saprò quando avrò finito di scrivere questa cronaca. Mi sono imposta questo compito per impedirmi di fissare il crepuscolo e di aver paura. Perché ho paura. Da ogni lato la paura striscia verso di me, e non voglio attendere che mi raggiunga e mi sconfigga. Scriverò fin quando annotta, di modo che questo nuovo, insolito lavoro mi affatichi la mente, la renda vuota e sonnolenta. Non temo il mattino, solo i lunghi pomeriggi crepuscolari."

La parete / Marlen Haushofer ; traduzione dal tedesco di Ingrid Harbeck ; postfazione di Gunhild Schneider. - Roma : e/o, 1992. - 285 p. - (I tascabili e/o ; 22). - ISBN: 8876411372

mercoledì 5 marzo 2008

La misura del mondo, di D. Kehlmann

E' il 1828 e Carl Friedrich Gauss (matematico per passione e astronomo per necessità) viene invitato a Berlino da Alexander von Humboldt (geografo ed esploratore) per un Congresso di scienziati tedeschi. L'incontro tra due grandi misuratori del mondo tedeschi offre l'occasione a Daniel Kehlmann per ricostruire la loro avventura di uomini e di scienziati. Il primo convinto che la scienza sia rappresentata da "un uomo solo seduto alla sua scrivania. Un foglio di carta, tutt'al più un canocchiale davanti alla finestra con un cielo terso. E quest'uomo che non si arrende fino a quando non capisce", il secondo invece che per capire, quasi come un ubriaco, si è spinto fino ai confini del mondo allora conosciuto, in alto sulle vette ritenute più alte o giù dentro grotte e vulcani, raccogliendo e catalogando foglie, minerali, rocce, cadaveri, animali... Entrambi però perfettamente consapevoli di essere in fondo soltanto un gradino nella scala della conoscenza umana.

Gauss: "E' bizzarro e ingiusto [...] il fatto che si nasce in una determinata epoca e, volenti o nolenti, vi si resta imprigionati: un esempio calzante della penosa accidentalità dell'esistenza. Così uno ha un vantaggio spropositato rispetto al passato e diventa lo zimbello del futuro". Humboldt: "Anni fa ho visto il primo pallone nei cieli di Germania. Beato chi c'è salito allora. Quando non era più un miracolo, ma non ancora qualcosa di terreno. Come la scoperta di una nuova stella".

Divertente è divertente, certo deve un po' piacere il genere, ma Kehlmann riesce con una naturalezza e un'ironia a dir poco invidiabili ad affrontare l'esperienza umana di questi due personaggi a prima vista per niente accessibili. Volevo trovare una citazione che mi colpisse più delle altre, ma alla fine mi sono accorta di averne trovate troppe perciò chiudo con questa frase riferita alla noiosità e alla quasi assente appetibilità dei diari di viaggio di Alexander von Humboldt: "solo chi racconta delle buone storie diventa un viaggiatore famoso".

* La misura del mondo / Daniel Kehlmann. - Milano : Feltrinelli, 2006. - 254 p. ; 23 cm. - (I narratori). - ISBN 8807017024

rallentando un po'

Stasera mentre mi spostavo in macchina stavo ascoltando un programma alla radio in cui si chiedeva agli ascoltatori di intervenire raccontando i primi ricordi della propria vita. Le risposte erano le più disparate, finché non è arrivato un certo Simone (mi sembra) che ha raccontato che i suoi primi ricordi risalivano ai due anni circa, al tempo del nido. Anche i miei risalgono a quel periodo e più precisamente a quei momento del dopo pranzo in cui ci mettevano a letto per fare il sonnellino. Sarà perché allora ho dormito tanto che ora non ho più sonno? però quei pomeriggi con la luce soffusa son proprio una cosa di cui ho ricordi nitidissimi.

Questa cosa dei ricordi mi ha messo allora nello stato d'animo di pensare a quale era il ricordo più vivo che ho, il più bello. E su tutti mi è venuta in mente una mattina prestissimo, era l'agosto del 1994 a Bodo quasi in cima alla Norvegia. Avevamo fatto un viaggio notturno lunghissimo in treno e dovevamo prendere il traghetto che ci avrebbe portato alle isole Lofoten verso l'ora di pranzo. Per ammazzare il tempo dell'attesa ci siamo fermati all'ostello per sederci da qualche parte e fare colazione. Non c'era neanche un bar e ad un certo punto - non ho idea di fossero finiti gli altri - mi ritrovo da sola al tavolino di una saletta dell'ostello. L'unica cosa che c'era era una macchinetta delle bevande e un Juke-box. Ecco il ricordo è questo.. poche persone intorno che non conosco, l'aria assonnata, un té della macchinetta, dei biscotti di quelli con l'occhio e la marmellata dentro e questa canzone.



insomma lo so è un ricordo banale però io in quel momento mi sono sentita perfettamente bene e tutte le volte che sento questa musica mi rilasso e rallento...

martedì 4 marzo 2008

unafatica...




oggi mi son alzata indecisa. Ci ho messo mezz'ora per decidere che cosa volevo per colazione, un'ora per decidere cosa fare e un'altra ora poi per decidere di non fare niente. Ora è un bel po' che son con lo sguardo fisso nel vuoto per decidere a che ora entrare a lavoro (e insomma la flessibilità è all'incirca di un quarto d'ora, quindi la decisione è ardua davvero). Poi c'è l'arcano dilemma che mi metto? e poi vabbé stasera vado a yoga oppure no? perché se ci vado devo decidermi a preparare la borsa e quale roba mi porto? e poi che faccio mangio a casa oppure mi porto qualcosa in biblio? e comunque che mangio? ... oggi mi sa che è una faticaccia...