giovedì 24 aprile 2008

berlinando





..domani parto per una settimana a Berlino. Mi porterò due, tre letture e una Mas. da rimettere a posto ... tornerò con quasi tutto da leggere e con una Mas. aggiustata (giuro)

mercoledì 23 aprile 2008

... (2)

... ultimamente non son io

Blanche e Marie

Blanche e Marie. Blanche Wittman e Marie Curie. La "regina delle isteriche", il torso dentro una cassetta di legno e la donna che si è meritata due volte il Nobel. La vita, la morte e il mistero assoluto dell'amore. E tutt'intorno J. M. Charcot, il medico, il mago, un uomo "prigioniero della ragione, ma con i piedi immersi nel fango" divenuto famoso per le sue lezioni nell'Ospedale della Salpétriére, luogo quasi mitico nel quale per i suoi spettacoli era stato costruito persino un anfiteatro, un palcoscenico dove Blanche era stata per anni la protagonista assoluta e dove Jane Avril (divenuta poi famosa come musa di Toulouse Lautrec) aveva creato la sua leggendaria e vorticosa Danse des fous. E Sigmund, l'antipatico e odioso Sigmund, assistente di Charcot, più conosciuto in seguito come Sigmund Freud, uno fissato con il desiderio e con i rapporti familiari..; Pierre Curie, e Paul Langevin (il quarto amore di Marie, l'amore dello scandalo che l'aveva centrata in pieno come una stecca da biliardo fa con la palla). E poi la pechblenda e il radio che, con la sua luce fluorescente e azzurrognola, emanava un fascino strepitoso, il fascino della morte (ma questo lo si saprà soltanto in seguito).
E' la ricerca appassionata di un mondo nuovo, di un tempo nuovo, con il vecchio che ancora ti "s'incolla alle gambe" che Enquist affronta in questo libro "con uno stile così personale e plastico" che riesce ad accompagnare "durante tutto il racconto senza mai allentare la sua stretta". (D. Maraini)

"E' così che è iniziato il Novecento. Se no come avrebbe potuto proseguire e finire come ha fatto" (p. 107)

Io Enquist lo adoro, e questo libro qui, al momento, è il migliore che ho letto. Però ne ho ancora tanti da leggere, perché quando scopro un autore che mi piace così tanto me li "serbo" per i momenti tristi.. (tristi da un punto di vista del leggere chiaramente)

Il libro di Blanche e Marie / Per Olov Enquist ; postfazione di Dacia Maraini. - Milano : Iperborea, 2006. - 251 p. ; 20 cm. - (Iperborea ; 145). - ISBN 88-7091-145-4

lunedì 21 aprile 2008

Elena (Croce)

Dopo che io mi fui sposata mi sentii dire, non senza ironia: dato che tu non sei una donna di casa (come facesse a saperlo non si sa) tanto vale che ti metti a studiare"


Premetto che questo libro a me è piaciuto moltissimo. Vi sono raccolti due "racconti" autobiografici che Elena Croce scrisse in due momenti diversi e per motivi differenti. Nel primo, intitolato L'infanzia dorata, l'autrice si sofferma sulla propria vita focalizzando l'attenzione sugli anni dell'infanzia e dell'adolescenza arrivando grosso modo al momento del matrimonio; mentre nel secondo, Ricordi familiari, scritto su sollecitazione di Leo Spitzer, linguista e critico letterario amico del padre, racconta episodi della vita paterna e ne traccia alcuni profili familiari. Personalmente ho iniziato a leggere questo libro proprio per il secondo racconto, per la curiosità di un approccio a Benedetto Croce che partisse da una visuale differente, da un punto di vista un po' meno accademico e compassato di quanto gli studi ti portano a fare. Effettivamente in questo ho avuto soddisfazione. Però vi ho trovato anche molto di più. Con una scrittura coltissima e a tratti complessa, Elena Croce ricostruisce infatti tutto un mondo, tutta una catena di relazioni, di corrispondenze, di tradizioni che, ai miei occhi, presentano un fascino straordinario. Credo però che l'essenza di queste due memorie sia resa perfettamente dalla stessa Elena Croce nella Premessa all'edizione Adelphi, di cui riporto qui di seguito il brano iniziale.

"I libri di memorie sono facilmente quelli su cui chi li ha scritti ha opinioni più imprecise. E se Luciano Foà non mi avesse suggerito di ristampare in un unico volume i Ricordi familiari e L'infanzia dorata - da me sempre considerati molto eterogenei, in quanto il primo è rigorosamente memorialistico, mentre nel secondo la materia autobiografica è adoprata in forma di racconto - non mi sarei forse accorta di quanto fossero, invece, complementari. Insieme essi ricompongono, infatti, la casa della mia infanzia e giovinezza, che era letteralmente divisa in due parti: da un lato la biblioteca, in fondo alla quale c'era lo studio di mio Padre, dall'altra l'appartamento in cui mi madre governava assoluta sebbene distratta da molteplici attività non casalinghe"


E' proprio così. L'infanzia dorata, tutto scritto in terza persona con una visione che, in modo straordinario, è esterna e interna al tempo stesso, è un racconto in fondo intimo dove convivono pensieri personali, modelli educativi, tradizioni sociali, abitudini, dove protagonista è il lato femminile della casa, dove si sentono gli odori, i sapori: il bucato, il cibo, il legno pesante dei mobili scuri, l'odore dei libri antichi e rari; dove si girano i vestiti, si allungano le maniche. Ricordi familiari, invece, che presenta una narrazione molto più tradizionale, e quindi per certi versi più facile, rappresenta un lungo ricordo del padre e del mondo che gli ruotava intorno. Elena Croce, nella già citata Premessa, ricorda che Spitzer ne rimase quasi deluso, probabilmente avrebbe desiderato un qualcosa di meno familiare e di più distaccato. E invece qui si incontra Benedetto Croce, ma lo si incontra con il filtro di occhi familiari, con il filtro degli occhi di una figlia che analizza, a mio avviso, perfettamente l'ufficialità della figura paterna ma che ce la restituisce anche un po' più umanizzata. Sia chiaro, non è una lettura facile, è una lettura che va assaporata lentamente che ti porta spesso a tornare indietro per rileggere, con la sensazione frequentissima di non aver capito, di essersi persi qualcosa. Alla fine però, quando si gira pagina e ci si accorge che non c'è più niente, che la storia è finita, si rimane colpiti, perché la fatica fatta non la si avverte più e la storia sembra che ti sia corsa via rapida rapida.

L'infanzia dorata e Ricordi familiari / Elena Croce. - Nuova ed. - Milano : Adelphi, c1979. - 164 p. ; 22 cm. - (Biblioteca Adelphi ; 6)

lunedì 14 aprile 2008

io talvolta ...

... rimango basita. A volte mi capita che penso a una cosa, una cosa a cui magari non penso da un po' e zac questa cosa mi si materializza. Di solito allora rimango di stucco e mi ci fisso un po'. Insomma stavo per inserire qui un'esecuzione di Ferruccio Spinetti, Petra Magoni e Pacifico della canzone Caffé per iniziare la nuova settimana con un caffettino un po' meno caffeinico e con un buongiorno diverso e proprio mentre mi avviavo a scrivere ecco Spinetti e la Magoni che compaiono dalla Dandini... e era un po' che non li vedevo in giro... sia chiaro, questo post era per domattina, ma lo metto ora perché altrimenti non ci crede più nessuno alla mia casualità :D



(... non so se qualcuno sta guardando la Dandini, ma questi due son stupendi e se vi capita andateli a vedere dal vivo, perché son straordinari davvero. Di Pacifico parlo un'altra volta perché prima o poi avrà uno spazio tutto suo, o più di uno, due, tre ... forse non ve l'ho mai detto ma è uno dei miei preferiti e all'origine il video che volevo mettere era per mettere qualcosa di suo qui... e comunque vale sempre il buongiorno e il buon inizio di settimana)

venerdì 11 aprile 2008

Di sera, un geranio

mi son venuti pensieri tristi e un pensiero dopo l'altro, un ricordo dopo l'altro, un nodo dopo l'altro mi è tornato alla mente un racconto bellissimo che lessi tanti anni fa al liceo ...

"Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra!"


S'è liberato nel sonno, non sa come; forse come quando s'affonda nell'acqua, che s'ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giù.
Dormiva, e non è più nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell'aria della sua camera chiusa.
Alienato dai sensi, ne serba più che gli avvertimenti il ricordo, com'erano; non ancora lontani ma già staccati: là l'udito, dov'è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov'è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giù il pavimento col tappeto, e quell'uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s'indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull'occhio.
Lui, quello! Uno che non è più. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d'addormentarsi. Difatti poi, nel sonno...
Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:
- Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un'operazione così rischiosa?
- Al punto in cui siamo, il rischio veramente...
- Non è il rischio. Dico se c'è qualche speranza.
- Ah, poca.
- E allora...
La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.

Ma dopo tutto, ora s'è liberato, e prova per quel corpo là, più che antipatia, rancore.
Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell'immagine come la cosa più sua.
Non era vero. Non è vero.
Lui non era quel suo corpo; c'era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s'agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza più vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.
Già, ma ora, senza più il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza più lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.
Lui è ora quelle cose; non più com'erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono più niente per lui.
E questo è morire.

Il muro della villa. Ma come, n'è già fuori? La luna vi batte sopra; e giù è il giardino.
La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
L'acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.
Come chiara quest'acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d'acqua già caduta è come un'eternità di oceano.
A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d'acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell'acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s'ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche nel cupo verde vitreo dell'acqua. Ma se son cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!
Sparire.
Sorpresa che si fa di mano in mano più grande, infinita: l'illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c'erano; suoni, colori, non c'erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com'era. Quel verde... Ah come, all'alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l'umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz'aver più nulla vicino; si, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza più tempo, nella tristezza infinita d'una così vana eternità.
Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...

- Oh guarda giù, nel giardino, quel geranio rosso. Come s'accende! perché?

Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende così, improvvisamente qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene una ragione.

(L. Pirandello)

mercoledì 9 aprile 2008

bene così

ognuno ha le sue particolarità, fisse, manie, perversioni, abitudini...
io ho quella che quando non sto tanto bene mi ascolto Ornella Vanoni...




e poi in fondo potrei anche fare di peggio, no?

lunedì 7 aprile 2008

Nell'intimità, di H. Kureishi

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Nell'intimità / Hanif Kureishi ; traduzione di Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 2000. - 107 p. ; 19 cm. - (Tascabili ; 664). - ISBN: 8845243524

"È la notte più triste, perché sto per andare via e non tornerò indietro. Domani mattina, quando la donna con cui ho vissuto per sei anni sarà andata al lavoro in bicicletta, e i nostri figli saranno stati accompagnati al parco a giocare con la palla, infilerò alcune cose in una valigia, scivolerò fuori di casa sperando che nessuno mi veda e prenderò la metropolitana fino all'appartamento di Victor. Lì, per un periodo di tempo indefinito, dormirò sul pavimento nella minuscola stanza che lui gentilmente mi ha messo a disposizione, accanto alla cucina. Ogni mattina solleverò il sottile materasso a uno piazza e lo rimetterò sullo stenditoio. Riporrò il piumino ammuffito in una scatola. Sistemerò i cuscini sul divano. Non ritornerò a questa vita. Non posso." (p. 5)

Il motivo per cui ho letto questo libro di Hanif Kureishi non lo so, perché non ha proprio niente del libro che di solito mi piace e mi va di leggere: e infatti - detto fatto - non mi è piaciuto. In realtà il motivo per cui l'ho letto è duplice: uno perché era un po' di tempo che in biblioteca mi passavano sotto mano altri romanzi di Kureishi e non conoscendoli mi avevano incuriosito, e due perché una sera, tornando a casa in macchina, alla radio ho sentito gente che parlava di questo romanzo qui. E insomma si sa la curiosità è donna.
La storia è pressoché inesistente: un uomo, Jay, decide di andare via di casa lasciando la compagna e i due figli piccoli e questo è il racconto della sua ultima notte nell'appartamento che hanno condiviso per sei anni, una notte di pensieri sconnessi, di ricordi e di riflessioni. Chiaramente dell'argomento sarebbe interessante il punto di vista maschile, ma, se devo proprio dirla tutta, Kureishi - da uomo - non rende un gran servizio agli uomini. I luoghi comuni infatti ci sono tutti: l'assoluta incapacità di accettare i cambiamenti del tempo nel corpo della donna, l'incapacità di accettare l'evolversi e il cambiare del sentimento all'interno della coppia, l'incapacità di assumersi delle responsabilità, la necessità di sentirsi continuamente vivo, di sedurre, di vedere donne giovani, di tradire.. In parole povere, l'incapacità di crescere e l'assoluta vocazione all'egoismo. Che dire poi delle descrizioni degli effetti delle droghe, e delle scenette erotico/sessuali di cui, senza una ragione valida apparente, è punteggiato il racconto? che non hanno a mio giudizio alcun senso, se non ribadire l'assoluta vacuità del protagonista, e che mi paiono più un modo per dare interesse ad un racconto che ha uno spunto interessante e che avrebbe potuto avere ben altro sviluppo. Peccato però che non sia così. A beneficio del dubbio devo però anche ammettere che magari chi ha vissuto l'esperienza della separazione o chi ha condiviso con Jay l'assunzione di responsabilità in un momento del genere potrà avere una visione completamente diversa dalla mia, ma per me non è così. La mia esperienza è assolutamente differente e per me questo è un libro di cui ancora non riesco a comprendere il senso e che, a mio avviso, avrebbe potuto dare molto di più.

...comunque prima o poi un'altra possibilità gliela offro e leggo qualcos'altro di questo autore, però un po' più in là... invece uno di questi giorni, quando avrò un po' di tempo, vi parlerò di un libro che ho letto e subito riletto pochi giorni fa e che è davvero un capolavoro, ma un capolavoro di quelli rari

venerdì 4 aprile 2008

incantesimo



..we went down to the river
And into the river we'd dive
Oh down to the river we did ride..


... questo video l'avevo messo qualche notte fa qui di fianco, però oggi, a mente affollata, mentre lo stavo togliendo l'ho riguardato e ho deciso di metterlo qui... sarà che son stanca, che negli ultimi giorni non mi son fermata un secondo, che sto scaricando tutta insieme la tensione di mesi, sarà quel che sarà... però mi ha ipnotizzato, un po' come se mi avesse fatto un incantesimo. Parecchi anni fa mi comprai un CD di Bruce Springsteen (che forse non l'ho mai detto ma è un'altra delle mie passioni) dove c'era la versione studio di questa canzone che è bellissima e che è di quelle che chiamo "da viaggio" perché è come se ti accompagnassero in movimento, proprio un fiume che scorre. Questa versione qui è tutt'altra cosa: lenta, di un'intensità spettacolare e sì ci saranno state anche tante persone davanti, ad ascoltare, ma è come se fosse solo, come se la cantasse per sé...