venerdì 30 maggio 2008

allegrie



Io bambina sognavo
Un vestito da sera con tremila sottane
Tu la donna che già lo portava
C'era sempre un gran sole
E la notte era bella com'eri tu


Lo so che questa non è una canzone allegra, ma che ci posso fare a me mette allegria. Cioè non è neanche allegria, non saprei neppure come definirla. Mi rinfranca. Mi fa tornare ricordi, anzi mi fa tornare sempre ricordi belli...(a martedì)

P. Levi: Nichel (6 puntata)

[SEGUE]

Del mio lavoro mi innamorai fin dal primo giorno, benché non si trattasse d'altro, in quella fase, che di analisi quantitative su campioni di roccia: attacco con acido fluoridrico, giù il ferro con ammoniaca, giù il nichel (quanto poco! un pizzico di sedimento rosa) con dimetilgliossima, giù il magnesio con fosfato, sempre uguale, tutti i santi giorni; in sé, non era molto stimolante. Ma stimolante e nuova era un'altra sensazione: il campione da analizzare non era più un'anonima polverina manufatta, un quiz materializzato; era un pezzo di roccia, viscera della terra, strappata alla terra per forza di mine: e sui dati delle analisi giornaliere nasceva a poco a poco una mappa, il ritratto delle vene sotterranee. Per la prima volta dopo diciassette anni di carriera scolastica, di aoristi e di guerre del Peloponneso, le cose imparate incominciavano dunque a servirmi. L'analisi quantitativa, così avara di emozioni, greve come il granito, diventava viva, vera, utile, inserita in un'opera seria e concreta. Serviva: era inquadrata in un piano, una tessera di un mosaico. Il metodo analitico che seguivo non era più un dogma libresco, veniva ricolladuto ogni giorno, poteva essere affinato, reso conforme ai nostri scopi, con un gioco sottile di ragione, di prove e di errori. Sbagliare non era più un infortunio vagamente comico, che ti guasta un esame o ti abbassa un voto: sbagliare era come quando si va su una roccia, un misurarsi, un accorgersi, uno scalino in su, che ti rende più valente e più adatto.
[CONTINUA]

da: P. Levi, Il sistema periodico

giovedì 29 maggio 2008

lo amo un po', molto, alla follia!

Al numero 12 di rue Mercoeur a Parigi da due anni abitava la famiglia Morlevent. Tre bambini e due adulti, il primo anno. Tre bambini e un adulto, il secondo anno.. E, quel mattino, solo tre bambini: Simèon, Morgane e Venise, quattordici, otto e cinque anni.."


Comincia così questo romanzo per adolescenti della scrittrice francese Marie-Aude Murail. Un libro esagerato nel vero senso della parola dove si trova tutto quello che può far "stroppiare" una storia. Tre fratelli rimasti orfani: Siméon un quattordicenne fisicamente insignificante ma superdotato che per svago si legge Così parlò Zarathustra e Il capitale sociale; Morgane, otto anni, l'ombra del fratello, ma non dotata come lui, una bambina di cui tutti si dimenticano; Venise, cinque anni, bellissima e divertente con i suoi riccioli dorati e gli occhi color pervinca, una bambina di cui non ci si può non innamorare a prima vista. Un padre che è fuggito per ben due volte lasciando a se stesse due famiglie. Una madre che, depressa, si è tolta la vita bevendosi una bottiglia intera di Anitra WC. Due fratellastri: Josiane, oftalmologa, un tipo frigidino che non può avere figli e che immediatamente vede la possibilità di trovarsi una bambina così bella come figlia (ma che non degna di uno sguardo gli altri due); un fratellastro Barthélemy, omosessuale, biondo e con gli occhi color pervinca, un ragazzo di cui non si può fare a meno di innamorarsi a prima vista ma al tempo stesso distratto, pigro e inaffidabile. Una vicina di casa, Amanda, che a giorni prefissati viene picchiata dal marito. Una assistente sociale che deve trovare la soluzione migliore per i tre ragazzi e un giudice donna, che tiene e mangia di nascosto cubetti di cioccolato fondente. La storia è presto fatta. Questo romanzo parla di tre ragazzini rimasti orfani e di un assistente sociale e di un giudice che devono scegliere a chi affidarli tra una sorella francamente antipatica, ma affidabile e un fratello, francamente strepitoso, ma inaffidabile.

Ma non è così! Ve l'avevo detto che questa è una storia esagerata. Allora ci si mette anche che Siméon si ammala, di una malattia grave che sembra non dare scampo: leucemia. E allora ci si aggiunge anche un primario, il dottor Mauvoisin, che si prende a cuore la sua vicenda (e la sua famiglia) e tutto un reparto che si innamora del giovanissimo e dotatissimo malato e del suo sconclusionatissimo ma irresistibile fratello. Ci si mette un obiettivo che sembra più grande di tutto: guarire per poter prendere la tanto ambita maturità. E allora ci sono bambini/adulti che si abbandonano rendendosi conto di essere solo bambini e adulti/bambini che si rendono conto di dover crescere e alla svelta.

Non vado oltre, perché questa storia è da leggere. Potrebbe stroppiare ma non stroppia, perché l'autrice, con un linguaggio e una scrittura di una fluidità invidiabile, ne fa una storia (molto) drammatica ma al tempo stesso (molto) divertente, (molto) commovente ma al tempo stesso (molto) esilarante. Un libro per adolescenti come, sinceramente, non ne trovavo da tempo. E Bart insomma adesso chi se lo può dimenticare...

Oh boy! / Marie-Aude Murail ; traduzione di Federica Angelini. - Firenze : Giunti Junior, 2008. - 187 p. - ISBN: 9788809051713

mercoledì 28 maggio 2008

si insomma... questa!

in 1/2 ora!

Ecco la lista delle cose che son riuscita a comprarmi in mezz'ora scarsa mentre aspettavo l'autobus per tornare a casa:

  1. una camicetta con una specie di nodo davanti (la mia è una fantasia un po' diversa)
  2. una canottiera "dorella" di maglia con due specie di anelli che tengono su lo spallino.
  3. Parole sante, di Ascanio Celestini
  4. Pancetta, di Paolo Nori
  5. Perché dollari?, di M. Vichi

fortuna che poi è passato l'autobus... ma questa ragazza va fermata. Assolutamente.

martedì 27 maggio 2008

come una mano in un guanto

Questa cronaca di una vicenda capitatami a Genova negli ultimi tempi della dominazione nazifascita - che dedico ai compagni genovesi in riconoscimento della coraggiosa assistenza prestatami - non ha pretese letterarie né intendimenti di apologia o di polemica. Non quindi in difesa del suicidio, né atto di accusa contro i nemici e tanto meno valorizzazione del mio comportamento; ma semplice esposizione di fatti e chiarificazione di circostanze, alternate al ricordo di quei pensieri e stati d'animo che mi è sembrato indispensabile per comprendere un episodio forse di per sé interessante, non essendo di tutti i giorni l'esperienza di un suicidio mancato.
L'unico pregio di questa storia è dunque l'assoluta autenticità di quanto vi si narra; e tale autenticità ho osservato proprio per l'urgenza di verità che mi ha indotto a documentare in parole un'esperienza che poteva sembrare inenarrabile, a me che non faccio di mestiere lo scrittore. Alla stessa urgenza di verità attribuisco l'uso della prima persona, fastidiosa per ovvi motivi, ma che alla fine ho accettato per evitare inutili artifizi e muovermi con più naturale linguaggio.
Questo lavoro ha soprattutto il compito di fissare sulla carta quei dati che il tempo potrebbe contendere alla memoria, e di occupare in qualche modo le ore di una convalescenza forzatamente lunga e solitaria: non penso dunque che la mia cronaca possa interessare qualcuno fuori della cerchia delle persone - del resto già numerose - che vi sono direttamente interessate, o per aver partecipato ai fatti o per essersi trovate negli ambienti che in essa si richiamano.
Peraltro, sono pienamente convinto che il mio sacrificio non sia che il granello di sabbia di un deserto, e la mia vicenda altro non rappresenti se non lo sforzo e le sofferenze di un uomo tra lo sforzo e le sofferenze d'una moltitudine di uomini che come lui e più di lui hanno lottato e pagato, e i migliori dei quali non sono oggi in grado di scrivere nessuna storia.
Io credo però che sia dovere dei sopravvissuti il fare la storia dei propri «granelli di sabbia» perché anche chi, per particolari circostanze o diversa sensibilità, non abbia fatto parte di quella che più sopra ho chiamato moltitudine, sappia che cumulo di valori, in sangue terrori e attese, è costata questa nostra Liberazione e che cosa ci sia dietro al nome ancora oggi frainteso, disprezzato o rigettato con vacua sufficienza, di «partigiano».


Si può aggiungere qualcosa a questo breve preambolo che Luciano Bolis fece al suo racconto lungo Il mio granello di sabbia? Onestamente non lo so. C'è tutto. Vi si avverte la drammaticità della storia e contemporaneamente se ne ravvisa l'importanza. L'unicità di un granello di sabbia che si fa parte esemplare di un tutto.
Ma è apparenza. Questo preambolo non ti prepara a quello che leggerai. Non ti può preparare a quello che leggerai. Si avverte che la storia sarà drammatica, ma non si avverte davvero quanto questa sarà anche crudele, violenta. Quanti libri abbiamo letto sulla Resistenza, quante autobiografie. Personalmente tante. Per capire. Per ricordare. Per tante cose. Nessuna è come questa. Nessuna ti accartoccia lo stomaco così. Nessuna ti fa star male così. Nessuna ti entra come una mano entra in un guanto e ti rigira completamente. E dire che ero preparata che sapevo - o credevo di sapere - perfettamente a che cosa stavo andando incontro. Ma non basta l'immaginazione. La mia immaginazione non poteva certo arrivare a tanto.
Luciano Bolis fu fermato a Genova il 6 febbraio 1945, imprigionato e sottoposto a torture di ogni tipo perché parlasse. Ebbene Luciano Bolis non parlò. Luciano Bolis fece anzi una scelta estrema: tentò il suicidio per non essere costretto a parlare. Il mio granello di sabbia è il racconto di quei giorni ed è un racconto che non risparmia nulla e la crudeltà di certe immagini si può solo leggerla. E' un racconto che, con una scrittura estremamente semplice, ti arriva come una coltellata improvvisa da cui non c'è possibilità di difesa.
Credo però che questo libro vada letto. Proprio perché non si perda la memoria. Non si dimentichi chi la propria storia non ha potuto scriverla. Perché si continui a riflettere su quello che è stato. In un momento come questo poi in cui la memoria è più importante che mai.

Il mio granello di sabbia / Luciano Bolis ; introduzione di Giovanni De Luna. - Torino : G. Einaudi, 1995. - XXXIII, 99 p. ; 20 cm. - (Einaudi tascabili ; 272). - ISBN: 8806137913

mercoledì 21 maggio 2008

questo è rischiare


Stavamo arrivando all'albergo, esausti a forza di spassarcela sotto la neve, quando all'improvviso mi è venuto in mente: "Mi chiederà che lo inviti a salire nella mia stanza. Che gli offra qualcosa da bere, che gli mostri l'album delle fotografie, che ne so, uno qualsiasi di quegli imbrogli che inventano gli uomini per salire in camera". E allora ho pensato: "Lui sarà diverso. Non sarà come quelli che hanno fretta, non sarà come quelli che ti domandano se ti è piaciuto e si girano dall'altra parte e subito si addormentano. Macché! Sono sicura che non è uguale a nessun altro". Inoltre, molto in fretta mi son resa conto che non era dell'altra sponda, come voi dite sempre di quelli che sono diversi. Al contrario: è un vero uomo. Al punto che non mi ha proposto di salire nella mia stanza. Mi ha salutato sulla soglia con un paio di baci affettuosi sulle guance, e mai nella mia vita mi sono sentita così sola come quando se n'è andato. Il mattino dopo, insieme alla colazione, mi hanno portato un cesto di rose che non riuscivano a far entrare dalla porta, e un biglietto suo che diceva soltanto: "Che peccato!". Allora ho capito quello che non avevo mai voluto capire: che c'è un momento della vita in cui una donna sposata può andare a letto con un altro senza essere infedele.


Questo si chiama rischiare. Mi spiego: in questo breve testo teatrale Garcìa Marquez ha rischiato e a mio modestissimo avviso ha pure un po' vinto la sua scommessa. Mi spiego ancora meglio: cosa c'è di più banale (letterariamente, cinematograficamente e teatralmente parlando) di una scena in cui una moglie sfoga tutta la sua infelicità, le sue recriminazioni, le sue accuse ad un marito immobile, statico nel suo leggere il giornale? Che argomento c'è più trito e ritrito della fine di un matrimonio, con le sue acrimonie? Quale argomento è più battuto della sensazione di abitudine che si prova dopo molti anni di vita in comune, della sensazione di incomunicabilità, di sedentarietà? Probabilmente nessuno. E qui stanno il rischio e la bravura, affrontare un argomento così e farlo con maestria scrivendo il già detto mille volte come se in realtà non l'avesse ancora detto nessuno. Eppure gli ingredienti, i luoghi comuni, per annoiare c'erano proprio tutti: la fuga e l'idealismo giovanile, il matrimonio da due cuori e una capanna, la contrarietà delle famiglie d'origine e poi il recedere dell'uomo, il suo assuefarsi ad una vita agiata e di comodità, il suo assuefarsi alla sedentarietà, il tradimento che diventa quasi un secondo matrimonio. Eppure non annoia. Parte lento è vero, però non annoia. Anzi. Ci vuole un po' a sintonizzarsi sulla stazione giusta, a immergersi nell'immancabile aria di sogno tipica della letteratura sudamericana, ma quando lo fai Graciela diventa una donna viva lì davanti a te e da donna ne condividi gli slanci, gli sfoghi e pure le inevitabili contraddizioni. E alla fine vorresti essere sul quel palcoscenico al posto suo, con le scale del sassofono di Amalia Florida in sottofondo, per accenderlo tu quel fiammifero.
Non dico altro, al solito racconto anche troppo, voglio solo dire che in Italia questo testo è stato portato in scena dal regista Alessandro D'Alatri con Maria Rosaria Omaggio nel ruolo di Graciela.

Su youtube c'è un video dei ringraziamenti finali al Piccolo Teatro di Milano, non molto in realtà. Io voglio starci attenta perché se lo ripropongono in zona me lo vado a vedere, adesso son curiosa.


Diatriba d'amore contro un uomo seduto : monologo in un atto / Gabriel Garcìa Marquez ; traduzione di Angelo Morino. - Milano : A. Mondadori, 2007. - 75 p. - (Piccola biblioteca Oscar ; 553). - ISBN: 9788804573081

martedì 20 maggio 2008

riflessione ad alta voce




credo che una donna inizi a porsi qualche domanda seria
quando si accorge della differenza che passa
tra truccarsi e non truccarsi...

lunedì 19 maggio 2008

questa qui...



... è per chi se la sente sua e per me soprattutto... insomma questa settimana inizia così, vedremo poi come procede..

giovedì 15 maggio 2008

ululati

Questa mattina Iqbal mi ha chiesto se conoscevo la differenza tra il tollerante e il razzista. Gli ho risposto che il razzista è in contrasto con gli altri perché non li crede al suo livello, mentre il tollerante tratta gli altri con rispetto. A quel punto si è avvicinato a me, per non farsi sentire da nessuno come se stesse per svelare un segreto, e mi ha sussurato: «Il razzista non sorride!».

Questo libro mi incuriosiva. Che cosa fosse che mi incuriosiva di preciso non lo so: forse il fatto che me ne avevano parlato bene o forse l'edizione (ho una passione per le edizioni e/o in generale e per le copertine della collana Assolo in particolare). Non lo so. So solo che era da un po' che lo volevo leggere. E l'ho fatto. L'ho preso in biblioteca e l'ho letto. Me ne avevano parlato come di un romanzo giallo per cui io mi aspettavo un intreccio giallo più o meno tradizionale ambientato in uno dei luoghi simbolo della Roma multietnica: piazza Vittorio all'Esquilino. E in fondo è così. Cioè se mi chiedessero di descrivere questo libro direi: è un giallo ambientato in uno dei luoghi simbolo della Roma multietnica: piazza Vittorio all'Esquilino. Solo che poi a dire così manca qualcosa. Manca quello che questo libro è davvero. Perché si c'è un delitto, c'è un sospettato, ci sono tanti personaggi e tante verità. Però c'è anche molto di più. C'è Parviz l'iraniano che odia la pizza e la pasta e che passa il suo tempo a dar da mangiare ai piccioni in compagnia di un fiasco di vino. C'è Benedetta la portiera napoletana, una tutta San Gennaro, Totò e Giulio Andreotti, fissata con l'ascensore. La classica lingua lunga. C'è Iqbal, il bengalese, che ha fondato una cooperativa e aperto un negozio, che si è convinto a mandare la moglie a una scuola di italiano e che ha deciso di chiamare il figlio Roberto perché non ci siano più problemi a capire quale è il nome e quale è il cognome. C'è Elisabetta Fabiani che, dopo l'abbandono del figlio, vive con il cane e per il cane. Almeno fino a quando anche il cane sparisce. C'è Maria Cristina la badante peruviana che ha solo pochi minuti al giorno per andare a fare la spesa, che passa le sue giornate davanti alle soap opera, che ingrassa a vista d'occhio, che piange quando la televisione si guasta e che aspetta la domenica per mangiare con gli altri peruviani alla stazione, la domenica per fare l'amore. C'è Antonio Marini, il "Professor" Antonio Marini, milanese, molto professore e molto milanese, che si è trasferito a Roma per lavoro, ma con la mente e con il cuore è rimasto a Milano. C'è Joahn lo studente olandese innamorato del neorealismo italiano che dei personaggi della piazza e del palazzo vorrebbe fare un film. C'è Sandro, il romanista, il classico proprietario di bar. C'è Stefania, innamorata del Sahara e dei figli del Sahara che lavora in un'agenzia di viaggio e insegna l'italiano agli stranieri. C'è Abdallah, algerino, che è orgoglioso del proprio nome e delle proprie tradizioni, e che sa. E poi c'è Ahmed/Amedeo il vero protagonista, quello a cui tutti vogliono bene, quello che non è assolutamente possibile che sia straniero perché parla così bene l'italiano, è così educato, gentile, per bene. Quello che però è anche il sospettato. Infine c'è l'ascensore, il luogo del delitto, l'oggetto intorno a cui si muovono i personaggi, intorno a cui si scatenano tutti i litigi e le incomprensioni.
Non vi racconto di più, è già anche troppo. Dico solo che l'intreccio giallo in realtà è appena abbozzato, è uno sfondo su cui far agire un'umanità variegatissima, a tratti divertente, a tratti irritante, a tratti dolorosa, a tratti surreale. Si legge questo libro ed è come se si vivesse la propria vita perché è un po' come quando si sale sull'autobus e si ascoltano i discorsi delle persone che ci stanno intorno: luoghi comuni a non finire, qualunquismi, stupidaggini alternati però a momenti di intelligenza e di divertimento.. E in questo un plauso va all'autore, Amara Lakhous, che in maniera del tutto originale è riuscito a ricreare davvero tante voci, tante realtà, tanti volti. E' riuscito a coglierli nella sua vita e a ricrearli intatti sulla pagina.

Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio : romanzo / Amara Lakhous. - Roma : e/o, 2006. - 189 p. - (Assolo). - ISBN: 8876417168

domenica 11 maggio 2008

Cattiveria: Stupro, di J. C. Oates





Dopo aver subito uno stupro di gruppo, esser stata malmenata e lasciata a morire sul pavimento della lurida rimessa per le barche di Rocky Point Park; dopo essere stata trascinata in quella baracca da cinque - a meno che non fossero sei, o forse sette - ragazzi ubriachi mentre la figlia dodicenne urlava "Lasciateci andare! Non fateci del male! Vi prego non fateci del male!" Dopo che come un branco di cani che attaccano la preda l'avevano afferrata, torcendole le caviglie e facendole perdere entrambi i sandali con il tacco alto sul sentiero che costeggia la laguna. Dopo averli pregati di lasciare libera sua figlia mentre loro le ridevano in faccia...


E' un libro cattivo questo qui della Oates. E' cattivo l'argomento centrale: la violenza sessuale su una donna e la violenza sulla figlia che è costretta ad assistere impotente. E' cattivo il ragionevole dubbio che si insinua e che fa dei carnefici le vittime e delle vittime i carnefici, annullando e annientando ogni rapporto umano e sentimentale. E' cattivo il messaggio: la violenza della vendetta che, intelligente e sinuosa, rende quella giustizia che i tribunali non sono riusciti ad accordare. E' cattivo il finale che sulla violenza della vendetta costruisce un seguito fintamente radioso e sereno. E' cattiva e dura la scrittura che alternando registri diversi, descrizioni, discorsi tutti in seconda persona, non fa sconti alla cattiveria della storia. E' un libro che lascia perplessi di una scrittrice che trovo davvero straordinaria. E' un libro che si divora, da cui si ha fretta di staccarsi, per cui si prova un fastidio quasi fisico. Però è un libro su cui, col pensiero, si ritorna spesso. Come si ritorna spesso a pensare al titolo Stupro e al suo complemento una storia d'amore...

Stupro : una storia d'amore / Joyce Carol Oates ; traduzione di Rino Serù. - Milano : Bompiani, c2004. - 187 p. - (Narratori stranieri). - ISBN: 8845232484

fragile



Stamani mi son svegliata stranamente presto e stranamente tranquilla. Son stata un po' a rigirarmi nel letto e poi mi sono alzata, vestita e sono uscita. Avevo deciso di farmi un giretto in centro zona p.zza Santa Croce perché c'era "Un libro in piazza" una specie di mostra mercato del libro antico e usato e così ho fatto. Ho vagabondato un'oretta tra i banchetti trovando tra l'altro un libro che cercavo da un po' e poi sono andata a fare colazione in p.zza della Repubblica alle Giubbe rosse. Poi sono entrata in libreria e son rimasta lì un bel po' uscendo con alcuni libri che mi incuriosiscono molto. Sono uscita, mi son comprata una pianta, e poi ho vagabondato in centro, il centro dove son nata e dove fino a non tanti anni fa son cresciuta: p.zza della Repubblica, p.zza della Signoria, gli Uffizi, il Duomo, via de' Neri, il Lungarno... insomma ho camminato e camminato e camminato. Mi son goduta la mia città, che cavolo è proprio bella. E poi insomma avrà anche centomila difetti però è la citta dove mi sento a casa e dove alla fine voglio sempre ritornare. Son passata dal mio angolino preferito, quello dove ogni tanto vado e dove, se ho tempo, mi siedo. L'angolo di piazza della Signoria che passando accanto al Perseo entra nel loggiato degli Uffizi e poi va verso Via de' Neri. C'era un ragazzo che suonava, un tipo che ho già sentito un sacco di volte perché è spesso li a suonare e al quale personalmente, se fossi Domenici, darei lo stipendio. Stava suonando questa canzone qui: Fragile. E' stato un attimo. Non so perché ma tutte le volte che la sento mi si annoda qualcosa qui davanti e sentirla in quel punto lì, proprio in quell'angolino di città mi ha tirato un pugno diritto diritto nello stomaco. Mi son scesi due lacrimoni enormi. Eppure ero tranquilla, ma i lacrimoni mi scendevano lo stesso. E i miei occhi non perdonano, quando mi scendono le lacrime, anche una sola per sbaglio, diventano tutti grandi, lucidi e con un cerchio rosso rosso intorno che insomma non c'è modo di fingere.
Ho continuato a camminare e mentre tornavo verso casa sono entrata in un negozietto a provarmi un paio di orecchini. Nel guardarmi allo specchio mi sono vista: vestita normale senza troppa attenzione, senza trucco e ora anche con gli occhi tutti gonfi e rossi. In altri momenti mi sarei vista uno schifo. Stamani invece ho visto la f. che preferisco senza quella bella maschera di finta tranquillità che di solito si appiccica sul viso. E il bello è che in quel momento lì mi son sentita tranquilla davvero.

sabato 10 maggio 2008

cervelli in fuga

no no niente super ricercatori talentuosi che se ne vanno dall'Italia, ma il mio è piccolo e pesa poco e insomma se qualcuno l'ha trovato ...

Perché? vi basti sapere la cronaca dell'ultima ora:

1. esco di biblioteca e mi dirigo verso il supermercato per andare a fare la spesa
2. arrivo alla macchina e mi accorgo di aver lasciato le chiavi in ufficio
3. ri-salgo in ufficio apro la borsa prendo le chiavi della macchina lascio lì la borsa ed esco
4. a circa metà strada mi accorgo di aver lasciato la borsa in ufficio giro la macchina e torno a prenderla
5. al supermercato strano ma tutto ok (a parte che son andata in rilettura)
6. arrivo a casa parcheggio prendo la borsa e vado in casa
7. arrivo in casa e mi accorgo di aver lasciato la spesa in macchina
8. prendo le chiavi di casa e scendo alla macchina per prendere la spesa
9. arrivo alla macchina e mi accorgo che ho lasciato le chiavi della macchina in casa
10. torno indietro e prendo le chiavi della macchina lascio quelle di casa e torno alla macchina
11. prendo la spesa arrivo al portone e evoilà son rimasta chiusa fuori

sarà per questo che ho mazzi di chiavi disseminate ovunque? faticate a crederci? anch'io... ma ho l'impressione che la giornata è di quelle con lo schema molto ma molto difficile...

giovedì 8 maggio 2008

mi ritorna in mente...


ieri è successa una cosa che proprio non mi va giù. Stefania Prestigiacomo è diventata Ministro dell'Ambiente. Qualche anno fa lessi su l'Espresso un articolo che mi colpì moltissimo. Parlava di lavoro e tutela della salute, l'ho ricercato e trovato e adesso lo riporto qui sotto, con una domanda: era proprio opportuno?.


Lavoro e salute / il caso Prestigiacomo
il gruppo chimico che il ministro possiede con la famiglia è sotto inchiesta. Dopo la bancarotta fraudolenta spuntano strani disturbi

La fabbrica delle malattie

(di Marco Lillo)


Combatterò le ineguaglianze sociali, i problemi dei più deboli, degli invalidi... Il ministro delle Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, ha le idee molto chiare. Per realizzarle non deve andare lontano. Sarebbe sufficiente che poggiasse lo sguardo sui casi umani della sua azienda, la Ved di Siracusa. Per esempio sui tre operai che hanno avuto figli con malformazioni congenite. O su quelli che non hanno mai fumato una sigaretta e che dopo dieci anni anni di stabilimento si ritrovano la polvere nei polmoni.
Coicidenze. E' la risposta che gli operai si sono sentiti opporre dal padre del ministro, Giuseppe Prestigiacomo, fondatore e amministratore dell'impero della vetroresina. Ma a volte le coincidenze sono sospette. Nella fabbrica della famiglia Prestigiacomo si lavora in condizioni di sicurezza che sono oggetto di un'inchiesta della Procura di Siracusa. Il sostituto Maurizio Musco procede per lesioni contro papà Prestigiacomo e altri dirigenti. Due dipendenti hanno denunciato la società dopo aver fatto delle analisi ai polmoni. Tre mesi fa la Polizia è entrata in ditta riscontrando una serie di violazioni. Gli operai si feriscono gravemente e muoiono con frequenza inquietante. La settimana scorsa è morto un dipendente di una delle aziende del gruppo, la Coemi,cadendo da un traliccio mentre lavorava. Pochi mesi prima un altro era rimasto gravemente ferito alla Ved.
Ma la vicenda più inquietante, finora passata sotto silenzio, è quella delle malattie congenite dei bambini. Tutto comincia nel 1993, quando Sebastiano Guzzardi, un operaio di 36 anni, scopre che suo figlio ha una malformazione congenita dell'uretere che fa tornare i veleni del suo corpo al rene, danneggiandolo. Dopo due operazioni è tornato alla normalità. Ora ha sette anni e conduce una vita serena, anche se il rene è danneggiato e deve essere soggetto a controlli frequenti. Il suo caso non è isolato. Tre anni dopo, un collega di Guzzardi, Giovanni De Cillis si ritrova nella stessa situazione: suo figlio nasce con una malformazione dell'uretere. Anche lui ha la febbre e il reflusso urinario. Anche lui è operato a Vicenza. Il tarlo che ronza nella testa dei due papà diviene un rombo un anno dopo. Nello stesso reparto della fabbrica, un caposquadra li chiama in disparte e confida: "mio figlio ha il reflusso dell'uretere". Un incubo, un serial killer senza volto. Non passa un anno e un altro operaio ha una bambina che gli nasce con la febbre e problemi alle vie urinarie.
A questo punto Sebastiano Guzzardi pensa che la misura sia colma. Cerca una risposta ai suoi dubbi dal padrone, Giuseppe Prestigiacomo, e dalla Asl, ma niente. Solo la Cgil lo aiuta e lo fa eleggere rappresentante sindacale in azienda. Sempre la Cgil avvia una campagna per migliorare le condizioni di lavoro in fabbrica, ma la famiglia Prestigiacomo non apprezza. Il 14 maggio la Ved spedisce a Sebastiano Guzzardi una lettera minacciosa: "Poiché ravvisiamo in tali gratuite e infondate osservazioni un chiaro proposito diffamatorio, stiamo valutando l'ipotesi di una denunzia penale a suo carico".
Eppure la richiesta di comprare gli aspiratori per tutelare i polmoni dei dipendenti non era campata in aria. Dopo le indagini della procura, pochi giorni fa, gli aspiratori sono stati installati. Eppure le sostanze usate per produrre la vetroresina potrebbero avere un legame con le malattie. Alcuni operai ricordano per esempio che in fabbrica in passato si usava una sostanza chimica denominata dimetil anilina. La faccenda è delicata, e per capirlo basta sentire una delle massime esperte del settore, la dottoressa Fiorella Belpoggi, ricercatrice della Fondazione Ramazzini di Bologna: "Questo tipo di sostanze può causare tumori delle vie urinarie. Quanto alle malformazioni della prole, la scienza non ha ancora detto una parola definitiva. Sono in corso degli studi sugli animali, tuttavia di fronte a una serie di casi ravvicinati, non mi sento di escludere una correlazione. Ci vorrebbe uno studio approfondito". Uno studio che la famiglia Prestigiacomo ha evitato di fare. Sembra che si voglia rimuovere il problema.
L'azienda è arrivata a negare una settimana di ferie, trasformata in cassa integrazione, a un lavoratore che chiedeva di stare vicino al figlio durante l'intervento. Un altro operaio ha avuto due figli nati con alcune dita delle mani attaccate. L'operaio chiese un prestito da trattenere in busta paga per la seconda operazione, ma gli fu opposto un rifiuto. Solo grazie a una colletta dei colleghi il bambino è stato operato.
E Stefania Prestigiacomo? Sebastiano Guzzardi, oltre a essere un suo dipendente, è anche cugino di secondo grado. Ma appena la mise a parte del suo dubbio, l'attuale ministro cambiò tono: "Non pensarle nemmeno certe cose. Sai quanti miliardi spendiamo noi per la sicurezza? Il lavoro non c'entra nulla". Nessuno ha certezze in questo campo. Ma proprio per questo le istituzioni sanitarie dovrebbero verificare. Eppure nessuno si muove. I Prestigiacomo a Siracusa sono abituati a non rendere conto. Gli stabilimenti incriminati in precedenza erano in dotazione della Sarplast, l'azienda di famiglia fallita nel 1997 perché oltre a non pagare i creditori non seguiva gli ordini del giudice. Al crac è seguita un'indagine per bancarotta fraudolenta. Secondo i giudici "la società ha compiuto atti diretti a frodare le ragioni dei creditori e ha accultato attivo". Il procuratore capo di Siracusa, Roberto Campisi ha scoperto decine di miliardi finiti alle controllate estere o usati per pagamenti preferenziali alle banche amiche, e ha iscritto nel registro degli indagati una ventina di amministratori. Eppure i Prestigiacomo continuano a lavorare negli stessi locali, con gli stessi macchinari e gli stessi operai, avendo cambiato solo la struttura societaria. E Stefania? Quali responsabilità ha? In qualità di socio di maggioranza relativa della holding di famiglia (21,5 per cento) è il principale beneficiario della bancarotta ipotizzata dai magistrati, ma non è perseguibile perché non ha incarichi esecutivi. Quanto alle condizioni sanitarie, anche qui non esiste una sua responsabilità diretta. prima di lasciare l'azienda era un dirigente senza rappresentanza: "Mi occupavo delle forniture, dalla carta igienica alle gru", ha raccontato al Sole 24 Ore. (L'Espresso, 25 ottobre 2001)

Questo era quello che succedeva all'interno dell'azienda, nella voce polo petrolchimico siracusano di Wikipedia quello che succedeva (e succede) invece all'esterno delle aziende. Era il 2001 e Stefania Prestigiacomo si era fatta tutta la sua bella gravidanza a Roma non facendosi mai vedere in Sicilia... però non pensate male, avrà avuto sicuramente moltissimo da fare...

dimattina



qualcuno tempo fa mi scrisse che c'erano canzoni per quando ci si vuole fare i fatti propri e io aggiungo per quando si voglion pensare i propri pensieri, per quando si vuol sentire vibrare quella cordicina che si ha dentro... ecco questa è una delle mie

mercoledì 7 maggio 2008

geografia (interpretazioni varie)




Colleghe A e B: Mas. ciao, è da un po' che in biblioteca non si trovano le guide turistiche di Monaco e della Baviera, non è che le hai prese tu per andare in vacanza e non te le sei messe in prestito?
Mas.: e che me ne facevo... io son stata a Berlino
Collega A: si però sempre Germania è
Mas.: eh ?
Collega A: io quando fai la pignolina così non ti sopporto... sempre Germania è!
Mas.: io pignolina? ma scusa se vai a Napoli ti porti la guida di Firenze?
Collega A: allora insisti!

la soddisfazione di darmi ragione MAI...

martedì 6 maggio 2008

spaghetti e odore di caffè




Sembrano piccoli, i libri di Buzzi, ma a conti fatti ci sono dentro un mucchio di cose...,questo non lo dico io, ma il critico Paolo Mauri e, a mio giudizio, ha proprio ragione. Parliamo d'altro, ad esempio, è un libro piccolino con la copertina tutta rossa e una foto d'altri tempi pure piccolina in copertina. Un libro così piccolino che ti basta l'andata del tragitto Berlino-Potsdam per leggerlo, che ti sta facilmente in borsa, che ti sta pure in tasca se solo provi a mettercelo e ti ci sta anche se hai i jeans strizzati. Però poi magicamente lo apri e ti si apre un mondo, un mondo che è cittadino e di provincia al tempo stesso; un mondo che ha il tempo rallentato, dilatato, dove ci si siede al tavolino di un bar e ci si prende un caffè in tutta calma, dove a tratti l'odore del caffè si sente davvero. Son piccole storie, versi, ricordi che sembran scollegati tra loro ma che poi alla fine non avrebbero potuto che stare insieme. Sarà che a me i libri così danno un senso di rilassatezza, ma l'ho apprezzato molto. Riporto una delle storie, un piccolo frammento che mi è piaciuto così giusto per dare un'idea..


L'avvenire d'Italia

A pochi passi dal monumentino ai caduti delle ultime guerre, appare su un muro una scritta, che coperta più di cinquanta anni fa da una frettolosa mano di calce viene a poco a poco riportata alla luce dalle intemperie: «La classe operaia è la forza, la speranza e la certezza dell'avvenire d'Italia - Mussolini». Frase detta, quasi certamente, da quella accattivante voce di bronzo, durante una grande adunata, e salutata da acclamazioni.
Ebbene (penso), se alla fine delle acclamazioni un ometto qualunque avesse alzato la mano chiedendo la parola... Una semplice supposizione, naturalmente, dati i tempi...
«Eccellenza» dice l'ometto, con una voce infinitamente meno bronzea di quella echeggiata poco prima, «Eccellenza Mussolini, scusate, permettete una riflessione: se la classe operaia è la speranza dell'avvenire d'Italia, non può essere la certezza... E se è la certezza, non può essere la speranza. Dico bene?»
Mio padre, Mussolini lo aveva visto da vicino, a Milano, quando Mussolini era direttore dell'Avanti! Se lo era trovato seduto di fronte in tram, a un metro e mezzo di distanza. Raccontava - mentre infilandosi un angolo di tovagliolo nel colletto della camicia fissava il piatto di spaghetti che gli fumava davanti - che gli occhi di Mussolini, rotondi, neri, esaltati, lo avevano impressionato. Avevano quella forza magnetica che gli avrebbe permesso, in futuro, di affacciarsi ad un balcone, gridare delle assurdità come quella sopra riportata e, nel contempo, essere acclamato dalla folla.
Detto questo, il papà, imitato dal resto della famiglia, infilò la forchetta in pochi spaghetti, girò la forchetta, la sollevò di poco dal piatto, la riabbassò, finì di avvoltolare e, con visibile soddisfazione, introduzze una bella forchettata di spaghetti nella bocca. Così fecero gli altri commensali. Era quasi l'una.
Gli occhi di Mussolini?
Furono, se così posso dire, messi da parte. Gli spaghetti, come sanno tutti, sono la forza, la speranza e la certezza dell'avvenire d'Italia.

Parliamo d'altro / Aldo Buzzi. - Milano : Ponte alle Grazie, 2006. - 38 p. - ISBN: 8879288296

lunedì 5 maggio 2008

ma le istruzioni dove erano?


"Te, ho pensato, pensare questo problematico legame con questa tua amica, Francesca, si chiama, questa tua amica, te ti viene da pensare che questa esperienza sarà il pozzo delle tue sofferenze future che te tutte le volte che andrai a bere dell'acqua attingerai a questo pozzo che ti farà male la pancia, ogni volta che bevi dell'acqua, comunque, per adesso va bene, ho pensato.

Che comunque anche se adesso va bene, ho pensato io l'altro giorno, te comunque lo sai che poi dopo succede comunque qualcosa che lei ti dirà Lascia perdere. Lascia pur stare, ti dirà lei, e basta. Comunque domani per dire ci vediamo, ho pensato."


Caro Paolo Nori,
oggi ho finito questo romanzo e ti dico - dal profondo dello stomaco - che è il più bel romanzo che m'è capitato di leggere da un po' di anni a questa parte. E dire che l'ho iniziato a leggere per un motivo cretino, ma cretino cretino bene. Di quei motivi che insomma vanno anche benino se sei un adolescente ma dopo vanno bene un po' meno. Insomma era un po' che guardando qua e là sul web leggevo e Paolo Nori qua e Paolo Nori là, e Nori su e Nori giù e io, che ogni tanto (spesso) mi sento ignorante come una capra, mi ripromettevo su ragazza, uno di questi giorni ti leggi un bel romanzo di Nori, poi però trovavo sempre qualcos'altro da leggere prima. Si ma ovviamente non è questo il motivo cretino. Poi un tizio in biblioteca, poco prima di partire mi chiede se ho letto qualcosa di Paolo Nori e io confesso che no, leggo tanto, ma Nori ancora non l'ho letto e lui allora: ma come? e Nori qua e Nori là, e Nori su e Nori giù e io mi riprometto su ragazza, ora ti prendi in prestito un bel romanzo di Nori e te lo porti in vacanza. Si ma anche questo non è un motivo così tanto cretino. Allora apro il catalogo guardo e trovo Si chiama Francesca, questo romanzo e penso: Nori ha scritto un romanzo con questo titolo qui e tu neanche lo conoscevi? guarda che sei ignorante come una capra davvero. Si perché (e qui arriva il motivo cretino) è stato per il titolo, per il nome del titolo che l'ho scelto. Si perché anch'io, anche se per motivi un po' diversi dai tuoi, ho la mia Francesca che gli voglio bene, che ci canto in macchina, che ci canto l'OM dello yoga in macchina, che ci faccio la respirazione a narici alternate in macchina, che ci prendo l'autobus e che ultimamente mi fa star male perché vorrei che stesse bene ma da quell'orecchio non ci sente proprio e se non sta bene lei, allora anche io è praticamente impossibile che ci riesca a stare bene. Perché si insomma la mia Francesca, sono quasi io.
In più quando l'ho iniziato questo romanzo ho pensato, ma come scrive questo? è un pazzo? però più andavo avanti e più mi divertivo, e più mi divertivo più mi emozionavo, e più mi divertivo e emozionavo più mi commuovevo e più mi divertivo emozionavo e commuovevo più pensavo. Solo che forse ci volevano le istruzioni per l'uso, che ne so tipo il bugiardino delle medicine che ci trovi si questa pasticca ti fa bene a questo però ti può fare anche male a quest'altro. E così qui. Qualcosa del tipo tu leggilo questo romanzo che si chiama Francesca, però non so se ti fa bene oppure no, può essere che se stai passando un periodo così così questo libro ti apre delle ferite, però per dirla tutta potresti essere fortunato e magari te le cura. Può darsi che se sei un po' troppo suscettibile non vada bene per te, magari aspetta un po' di tempo. E invece niente te lo leggi e poi son affari tuoi. E trovi delle pagine che le inizi e ti vien da ridere, ma da ridere proprio e arrivi a metà che senza neanche accorgertene ti sta cambiando l'umore e poi arrivi alla fine che c'hai il magone; oppure ci son delle pagine che ti succede tutto il contrario. E' un romanzo che si va all'avventura.

Insomma io questo romanzo l'ho letto per un motivo cretino, però gli altri li leggerò perché mi sei piaciuto proprio. Grazie

Si chiama Francesca, questo romanzo / Paolo Nori. - Torino : Einaudi, 2002. - 199 p. - (Einaudi tascabili. Stile libero ; 980). - ISBN: 8806158716