La cosa più bella che ci è successa a me e alla Sidgi ieri che siamo andate alla mostra del libro oltre aver visto tutta la Fiera, aver visitato la mostra degli illustratori, aver conosciuto Scarabottolo, aver chiacchierato con RobyC e Sandra, aver scoperto che ci sono più di 4000 animali fantastici (che noi ora li conosciamo e voi no), aver chiacchierato tipo dalle noveemezzolamattina alle setteemezzolasera senza interruzione, aver fatto una giretto in centro e essere andate alla Libreria della Coop, oltre tutto ciò. Che già di per sé in effetti non sarebbe neanche tanto poco. Ecco oltre a tutto ciò dicevo. La cosa più bella che ci è successa è stata quando sotto i portici una ragazzina ci ha chiesto: "me lo dite l'ultimo libro che avete letto?" e noi che leggiamo tutte e due diciamo abbastanza parecchio le abbiamo risposto ridendo "eh!" come per dire "ora quale ti dico tra i venti che ho appena letto e i dieci che sto leggendo?" e forse avremmo anche risposto subito solo che lei la ragazzina mica l'ha capito e ci ha guardato con l'aria schifata di chi pensa "oddio è così tanto che non leggete che non vi ricordate neanche un titolo? Topolino, ehi il Corrierino dei piccoli... iuhuu" e anzi non l'ha solo pensato ma ci ha fatto la battuta con la sua amica.
Ecco sappiate che noi da donne adulte e di mondo neanche l'abbiamo guardata, neanche ci siamo voltate e ci siamo messe a ridere. Ecco. Che ci avevamo anche due bustate di libri nuovi appena comprati tra l'altro.
"Questa mattina, appena in piedi, mi sono guardata allo specchio. Ero un'altra: ho visto un'espressione che non conoscevo, uno sguardo che mi nascondeva qualcosa. Non ero io, o almeno non quella che riconosco volentieri; ero invece la rappresentazione di quello che vorrei evitare" (M. Vitti)
venerdì 26 marzo 2010
mercoledì 17 marzo 2010
aria
Stamani a un tratto mi sono trovata in panne. In una difficoltà oggettiva e soggettiva come poche altre volte mi era capitato. Ad affrontare senza alcun preavviso, un po' come un tuono che ti arriva senza fulmine, una morte quattordicenne con una classe di quattordicenni. Che vaglielo a dire che sei quella grande che queste cose purtroppo è la vita e che, e che e che.. quando invece quel viso lì è da quando faceva le elementari che te lo trovavi davanti fosse per leggere o fosse per incazzarsi che faceva casino in sala di lettura.
Ecco io ora mi vado a fare un giro in bici.
Ecco io ora mi vado a fare un giro in bici.
martedì 9 marzo 2010
monologando (ma tutte insieme)
La dico perché credo che ciò che non si dice non venga visto, riconosciuto e ricordato. Ciò che non diciamo diventa un segreto, e i segreti spesso creano vergogna, paura e miti. La dico perché un giorno o l'altro vorrei sentirmi a mio agio pronunciandola, e non vergognarmo o sentirmi in colpa. (Eve Ensler, Introduzione, p. 25)
Questo per dirvi che in questa settimana che è iniziata con la festa della donna insieme ad alcune amiche - ma mi dicono dalla regia anche due amici più o meno a sorpresa - ci siamo prese il piacere, o tolte lo sfizio, di leggere per Collettivovoci alcuni brani tratti da I monologhi della vagina di Eve Ensler. Un libro di cui si possono dire tante cose, che butta tanti semi, che apre tanti scenari di discussione e che sicuramente lascia un segno.
Ecco di sotto dove potete ascoltare ognuna di noi:
- Michiamomitia legge Donne di conforto
- Simple legge Sono preoccupata per le vagine
- Mastrangelina legge Avevo dodici anni. Mia madre mi ha dato uno schiaffo
- Claire legge Se potesse parlare
- Dud Cheque legge Di che cosa sa...
- Chiaratiz legge Peli
- Niki Costantini legge Il ricordo della sua faccia
- Lindalov interpreta La donna che amava far felici le vagine
- Isa Dex legge Cosina
- Elena Monteggia legge La mia vagina arrabbiata
- Sidgi legge La vagina -alcuni fatti
*I monologhi della vagina / Eve Ensler ; prefazione di Gloria Steinem ; traduzione di Margherita Bignardi. - Milano : Il saggiatore, [2008]. - 218 p. ; 19 cm. - (Tascabili ; 19). - ISBN: 9788856500233
lunedì 8 marzo 2010
oggi sono io
Oggi è l'8 marzo, festa della donna. Delle donne in realtà, di tutte. E non è neanche una festa, che non c'è proprio niente da festeggiare. Di certo non c'è da festeggiare qui. Che questa donna che ho qui non ha bisogno di mimosa o di auguri ma ha bisogno di se stessa forse, o di sole, o di una vacanza o di superare il blocco che si è creata. Di affrontare le cose e di risolverle anche se questo può portare a decisioni difficili. Che è stanca di chiedere, che è stanca di razionalizzare tutto e di trovare una spiegazione sempre. Che è stanca di sentirsi a metà, che è stanca di sentirsi domandare di arrivi che non arriveranno. Che è stanca di non dormire mai. Questa donna che invece ha voglia di arrabbiarsi anche se poi non ce la fa. Che ha voglia di amare e di essere amata. Che ha voglia di farsi un giro in bici, sulla spiaggia, di tornare in Sardegna, di togliersi questo groppo fisso sullo stomaco. Che ha voglia di respirare con leggerezza.
Ieri sera l'amico apparentemente più stupido e superficiale che ho mi ha fatto una domanda all'orecchio, una domanda importante, io mi sono voltata e mi sono venute le lacrime agli occhi. Ho risposto senza finzioni e senza blocchi. Ero io in quel momento. Un attimo di silenzio e poi mi ha abbracciato forte. Ecco sono questi qui gli auguri che a volte servono. Gli auguri che auguri non sono, ma sono di più.
Ieri sera l'amico apparentemente più stupido e superficiale che ho mi ha fatto una domanda all'orecchio, una domanda importante, io mi sono voltata e mi sono venute le lacrime agli occhi. Ho risposto senza finzioni e senza blocchi. Ero io in quel momento. Un attimo di silenzio e poi mi ha abbracciato forte. Ecco sono questi qui gli auguri che a volte servono. Gli auguri che auguri non sono, ma sono di più.
venerdì 5 marzo 2010
l'attesa dei colori
Ci sono posti magici, luoghi che incantano. Conosco una ragazza che due anni fa che era quasi Natale è partita. Un viaggio breve, in macchina. Prima una riviera azzurra piena di sole nonostante il periodo e poi l'arrivo in un luogo allegro, pieno di banchetti, di luci colorate, di alberi addobbati, di canzoni, di dolci e di gente. Quattro giorni passati in un lento movimento concentrico, in un avvicinarsi. Una montagna di lato e lo sguardo che le si posava lì, incessantemente. A voler trovare quei colori che sulla tavola sembravano innaturali ma che lì diventavano reali. Gli azzurri, i rosa, i gialli, i verdi. Tutti lì presenti. Bastava guardarli, bastava solo aspettarli. Ognuno con il suo turno. I colori argentei del mattino, i fumosi del mezzogiorno, i vivi del dopopranzo, gli accesi del pomeriggio, gli sfumati della sera e alla fine i cupi della notte. Bastava aspettare, guardare e riconoscere. Come in un gioco di pazienza.
Quattro giorni lì, a girare in basso, fino all'ultimo giorno: la vigilia di Natale. Il giorno in cui alla fine ha preso la salita. Fino a una casa alta. Stretta e alta. Una casa fino ad allora vista solo in bianco e nero e che a un tratto invece diventava a colori. Gli scuri rossi delle finestre, il giardino con le sedie di ferro, il tavolino, un pergolato nel verde, il boschetto, la fontana. E la montagna sempre di là, fissa. A occupare lo sguardo, a occupare i pensieri. A spiegare il perché di quella che per tanto tempo è sembrata un'ossessione.
Poi una porta stretta e una rampa di scale. In cima una stanza grande, altissima, piena di luce e di cose: alcune sedie, un tavolo, due cappotti, un paniere, un crocifisso, tre teschi, piatti, tazze, scodelle, una marea di cocci sbeccati, cavalletti, un pannello cinese, tele finite o solo abbozzate, litografie, disegni, fotografie, lettere e un amorino. Nell'angolo una fessura nel muro, alta quanto la parete, chiusa con una porticina assurda, stretta e lunga. Stretta e lunga lunga. La ragazza però sorride capisce che era fatta apposta per far passare le tele grandi, quelle che dalle scale non sarebbero passate. In un lampo vede bagnanti che escono di lì, tuffandosi quasi nel verde. In un lampo è come se nella stanza ci fosse qualcuno.
C'è un'aria strana, una luce strana, un'atmosfera strana. L'atmosfera di quando arrivi proprio al centro di una delle tue passioni e non puoi far altro che perderti. Non puoi far altro che sentire una stretta da qualche parte tra lo stomaco, il cuore e gli occhi.
A quel punto la ragazza non ha potuto far altro che ridiscendere le scale e uscire. L'incontro che voleva fare l'ha fatto, le attese che voleva capire le ha capite, i colori che voleva trovare li ha trovati. Anche gli azzurri, quegli azzurri che non riusciva spiegarsi. Ma prima di uscire non ha resistito e non ha potuto fare a meno di rubare una fotografia.
Quattro giorni lì, a girare in basso, fino all'ultimo giorno: la vigilia di Natale. Il giorno in cui alla fine ha preso la salita. Fino a una casa alta. Stretta e alta. Una casa fino ad allora vista solo in bianco e nero e che a un tratto invece diventava a colori. Gli scuri rossi delle finestre, il giardino con le sedie di ferro, il tavolino, un pergolato nel verde, il boschetto, la fontana. E la montagna sempre di là, fissa. A occupare lo sguardo, a occupare i pensieri. A spiegare il perché di quella che per tanto tempo è sembrata un'ossessione.
Poi una porta stretta e una rampa di scale. In cima una stanza grande, altissima, piena di luce e di cose: alcune sedie, un tavolo, due cappotti, un paniere, un crocifisso, tre teschi, piatti, tazze, scodelle, una marea di cocci sbeccati, cavalletti, un pannello cinese, tele finite o solo abbozzate, litografie, disegni, fotografie, lettere e un amorino. Nell'angolo una fessura nel muro, alta quanto la parete, chiusa con una porticina assurda, stretta e lunga. Stretta e lunga lunga. La ragazza però sorride capisce che era fatta apposta per far passare le tele grandi, quelle che dalle scale non sarebbero passate. In un lampo vede bagnanti che escono di lì, tuffandosi quasi nel verde. In un lampo è come se nella stanza ci fosse qualcuno.
C'è un'aria strana, una luce strana, un'atmosfera strana. L'atmosfera di quando arrivi proprio al centro di una delle tue passioni e non puoi far altro che perderti. Non puoi far altro che sentire una stretta da qualche parte tra lo stomaco, il cuore e gli occhi.
A quel punto la ragazza non ha potuto far altro che ridiscendere le scale e uscire. L'incontro che voleva fare l'ha fatto, le attese che voleva capire le ha capite, i colori che voleva trovare li ha trovati. Anche gli azzurri, quegli azzurri che non riusciva spiegarsi. Ma prima di uscire non ha resistito e non ha potuto fare a meno di rubare una fotografia.
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