Ieri parlavo con una mia amica che sta per fare una gran bella cazzata e anzi sono tre giorni che ci parlo perché lei mica è convinta di questa cosa qui per cui parla e parla e io ascolto e ascolto. E io la ascolto e sono anche la meno adatta di tutti a dire guarda che questa che stai per fare è una cazzata bella grossa perchè io negli ultimi anni ne ho confezionate così tante che ci potrei fare un catalogo e in materia mica mi considero troppo attendibile. Sembra che mi ci ingegno quasi. Che a volte se alle undici e mezzo di sera ancora non se ne è vista in giro neanche una sembra che la giornata non è completa. E mi viene un'urgenza quasi animale di farne o dirne una. Tra l'altro devo anche ammettere che la notte sono parecchio ispirata.
Adesso sono giorni che vedo la cazzata che sta per fare la mia amica e la vedo nitida. Bella lì chiara la sua futura cazzata. Sembra fare luce e dire guardami guardami. Un bel pacco regalo con la carta lucida e un gran fiocco. Di quelle cose che sembra che ti aspetti chissà che mentre sai già da sola che dentro ci trovi un Harmony.
Ecco ora ero qui che mi chiedevo perché le mie invece non le vedo così, che le vedo sempre impacchettate con la carta delle scuse o del magari non è una cazzata, oppure del vedrai che fai bene. Mentre in effetti di solito lampeggiano forte anche loro. Sono arrivata alla conclusione che gli occhiali che guardano fuori vedono bene, ma a quelli che guardano dentro gli devo cambiare le lenti.
"Questa mattina, appena in piedi, mi sono guardata allo specchio. Ero un'altra: ho visto un'espressione che non conoscevo, uno sguardo che mi nascondeva qualcosa. Non ero io, o almeno non quella che riconosco volentieri; ero invece la rappresentazione di quello che vorrei evitare" (M. Vitti)
giovedì 30 settembre 2010
martedì 21 settembre 2010
mercoledì 15 settembre 2010
a patti
Non sono passati cinque minuti che hai già un groppo alla pancia insostenibile. Non sono passate un cinquantina di righe che ti chiedi se è il momento di affrontare anche una cosa così. Pensi a quel sasso, a quel sasso nella tasca. Alle parole di un biglietto troppo crudele, ma al tempo stesso troppo dolce, intimo e complice da non lacerare al centro chi lo riceve proprio con la sua dolcezza, la sua intimità, la sua complicità. Vedi quel pilone del ponte e pensi a due occhi di vetro, al velo dell'acqua sopra quegli occhi. Pensi a come vedresti il mondo in quell'attimo lì. Per un istante folle vorresti viverlo quell'attimo lì. Un ponte da sotto, il velo dell'acqua che rende rarefatto tutto e la luce che piano piano si spegne. Per una frazione di secondo c'è solo la luce luminosissima che trapassa l'acqua e diventa raggio. Un momento di bellezza assoluta sul finale. Solo che il finale è il finale di una vita. Solo che quella vita non è stata finzione ma è stata una vita vera. Con un finale vero. E il finale è proprio quello lì.
Non sono passati cinque minuti che la lentezza ti ha avvolto, quell'incedere faticoso tra parole ricercatissime, immagini che si incastrano perfette ma complicate, personaggi di cui non riesci a tratteggiare i volti, ambienti e geografie di cui non riesci a limitare i confini. Poi ti accorgi che è proprio quella stessa lentezza che ti spinge, che ti trattiene e ti spinge. Quasi ti da slancio. A quel punto tutto diventa lentamente veloce. Una suggestione dopo l'altra, una parola dopo l'altra, un'immagine dopo l'altra. Ti ritrovi a pensare a un ramo, a delle rose gialle e a un tordo, a Londra in un momento di giugno, a una glassa con le briciole e alla N di Dan troppo vicina alle rose. Senti il disagio di una vita perfetta intorno a te. Di una vita che guardi da fuori e che non vuoi. Perché Laura sei tu e quella donna che si muove in schemi altrui ti mette l'angoscia. Ti senti urlare dentro. Senti il bisogno di provare. Di rifare la torta, di riglassarne la superficie, di preparare la cena. E poi senti l'urgenza di prendere la macchina, girare e girare e poi affittare una stanza d'albergo. Una stanza d'albergo per leggere, per dormire, per pensare, per essere te stessa e per due ore diventare una donna proibita al mondo intero.
Non sono passati cinque minuti che tutti i piani di un racconto talmente costruito e strutturato da sembrare di una spontaneità assoluta si spiegano lì davanti a te. Ti sorprendono. Ti fanno socchiudere le labbra di stupore. In sottofondo un libro e in superficie tre vite. In superficie tutti gli spessori e le sfumature della morte. Una morte che è dentro e fuori, una morte da cui non si può fuggire. In superficie tutti gli spessori e le sfumature dello scorrere del tempo. Uno scorrere del tempo che è dentro e fuori, uno scorrere del tempo da cui non si può fuggire. In sottofondo un libro, in superficie quattro vite. La quarta è la tua.
Alla fine ti resta la meraviglia per un finale perfetto e poi solo parole, suggestioni, colori, sensazioni. Avresti voglia di rileggerle al contrario per ritrovarle tutte lì, presenti. Parole, sensazioni che sono soltanto tue perché per una volta ti sei lasciata andare e ci hai accordato te stessa a quello strumento lì. Hai sentito risuonare note dentro di te, solo che sono note dolcemente stridenti. Di quelle note che il tuo orecchio non vorrebbe sentire ma che poi cerca, furiosamente quasi. Soltanto tu e la tua musica perfetta.
E ognuno in fondo, dove la trova, è giusto che cerchi la propria di musica. E ci venga a patti.
* Le ore / Michael Cunningham ; traduzione di Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 1999. - 169 p. - (Narratori stranieri Bompiani). - ISBN: 8845240975
Non sono passati cinque minuti che la lentezza ti ha avvolto, quell'incedere faticoso tra parole ricercatissime, immagini che si incastrano perfette ma complicate, personaggi di cui non riesci a tratteggiare i volti, ambienti e geografie di cui non riesci a limitare i confini. Poi ti accorgi che è proprio quella stessa lentezza che ti spinge, che ti trattiene e ti spinge. Quasi ti da slancio. A quel punto tutto diventa lentamente veloce. Una suggestione dopo l'altra, una parola dopo l'altra, un'immagine dopo l'altra. Ti ritrovi a pensare a un ramo, a delle rose gialle e a un tordo, a Londra in un momento di giugno, a una glassa con le briciole e alla N di Dan troppo vicina alle rose. Senti il disagio di una vita perfetta intorno a te. Di una vita che guardi da fuori e che non vuoi. Perché Laura sei tu e quella donna che si muove in schemi altrui ti mette l'angoscia. Ti senti urlare dentro. Senti il bisogno di provare. Di rifare la torta, di riglassarne la superficie, di preparare la cena. E poi senti l'urgenza di prendere la macchina, girare e girare e poi affittare una stanza d'albergo. Una stanza d'albergo per leggere, per dormire, per pensare, per essere te stessa e per due ore diventare una donna proibita al mondo intero.
Non sono passati cinque minuti che tutti i piani di un racconto talmente costruito e strutturato da sembrare di una spontaneità assoluta si spiegano lì davanti a te. Ti sorprendono. Ti fanno socchiudere le labbra di stupore. In sottofondo un libro e in superficie tre vite. In superficie tutti gli spessori e le sfumature della morte. Una morte che è dentro e fuori, una morte da cui non si può fuggire. In superficie tutti gli spessori e le sfumature dello scorrere del tempo. Uno scorrere del tempo che è dentro e fuori, uno scorrere del tempo da cui non si può fuggire. In sottofondo un libro, in superficie quattro vite. La quarta è la tua.
Alla fine ti resta la meraviglia per un finale perfetto e poi solo parole, suggestioni, colori, sensazioni. Avresti voglia di rileggerle al contrario per ritrovarle tutte lì, presenti. Parole, sensazioni che sono soltanto tue perché per una volta ti sei lasciata andare e ci hai accordato te stessa a quello strumento lì. Hai sentito risuonare note dentro di te, solo che sono note dolcemente stridenti. Di quelle note che il tuo orecchio non vorrebbe sentire ma che poi cerca, furiosamente quasi. Soltanto tu e la tua musica perfetta.
E ognuno in fondo, dove la trova, è giusto che cerchi la propria di musica. E ci venga a patti.
* Le ore / Michael Cunningham ; traduzione di Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 1999. - 169 p. - (Narratori stranieri Bompiani). - ISBN: 8845240975
lunedì 13 settembre 2010
rami e rifrazioni
L'altro giorno mi è arrivato un messaggio parlava di spessori e di rifrazioni, di luminosità e se si vuole anche di ombre. Dei miei spessori, delle mie luminosità, delle mie luci e se si vuole delle mie ombre. Un bel messaggio, reso bello dal fatto che chi me l'ha scritto non mi conosce, non mi conosce più di tanto almeno. Reso soprattutto bello dal fatto che è arrivato in un momento in cui l'unica cosa di luminoso che avevo era una bella lacrima all'angolo di un occhio. Una bella lacrima che infatti inesorabile ha deciso immediatamente di scendere giù. Una sola sensazione quella dell'acqua salata che si fa strada nel viso millimetro dopo millimetro, poro dopo poro, piega dopo piega lasciando una scia che brucia dietro di sé. Nessuna agitazione reale, nessuna difficoltà, solo un lasciarsi andare a un'emozione. Una solo desiderio poi, quello di dire grazie, magari trovando le parole giuste. Che le parole giuste sono importanti, essenziali. Così essenziali che le vorrei avere sempre giuste, per ognuno. Vorrei poter avere il tempo di sceglierle, di avere la lucidità giusta per pesarle e regalarle. Adeguate, sonore, musicali, secche, ironiche o arrabbiate. Di tanti tipi, con tanti gusti, soltanto mai a caso. Vorrei questo da me per gli altri. In questo caso grazie è una bella parola, breve e scrocchiante. Una parola che si potrebbe legare a un abbraccio se ci fosse la possibilità di trovarsi. Davvero.
Oggi invece con qualcun'altro si parlava di suggestioni, di frasi e di rami. Di cose che ti entrano da una porta strana e poi stanno lì ad aspettare che tu gli trovi un significato, o se non un significato un posto. O se non un posto una ragione. Poi ti fermi e pensi che non sempre c'è bisogno di ragioni, di posti o di significati. Basta che quella cosa sia entrata dalla porta strana.
Ora ero qui, in un attimo di pausa non so se dal lavoro o da me stessa e riflettevo su una cosa: ho belle conversazioni io a volte.
Oggi invece con qualcun'altro si parlava di suggestioni, di frasi e di rami. Di cose che ti entrano da una porta strana e poi stanno lì ad aspettare che tu gli trovi un significato, o se non un significato un posto. O se non un posto una ragione. Poi ti fermi e pensi che non sempre c'è bisogno di ragioni, di posti o di significati. Basta che quella cosa sia entrata dalla porta strana.
Ora ero qui, in un attimo di pausa non so se dal lavoro o da me stessa e riflettevo su una cosa: ho belle conversazioni io a volte.
venerdì 10 settembre 2010
accanto
(D. Longo, L'uomo verticale, Roma 2010, p. 40)
lunedì 6 settembre 2010
ho solo
Ci sono dei momenti che sono speciali anche se a pensarci bene non c'è assolutamente niente di speciale intorno a te. L'altra sera ad esempio ero sola in macchina. Tornavo a casa all'inizio della notte e tra me e il fuori c'erano solo il finestrino semiaperto e la radio accesa. Tra me e il dentro invece c'era una massa informe di pensieri che si srotolavano, si arricciavano e si annodavano e si allungavano. Tra me e il dentro c'era un momento di calma strana, di una piacevolezza quasi fisica. Una di quelle sere in cui hai da fare un po' di strada e la città ti sembra bellissima anche se in effetti non attraversi nessun posto bellissimo. Hai da fare un po' di strada e quando arrivi ti faresti ancora un giro dell'isolato per prolungare quel momento lì, come se uscendo da quella scatola si rompesse un equilibrio fragile. Come se fermandoti si interrompesse l'incantesimo.
Credo sia l'incantesimo di riuscire a godere di momenti propri. Di vederli forse, di ascoltarli, di non farseli soltanto scivolare addosso. Di ascoltare una canzone con un senso che solo raramente ti ricordi di avere. Un senso che ti sta lì sospeso tra la pancia, il cuore, il respiro e la testa. E forse ci vuole un momento in cui sei sola, la città intorno, il vento e l'inizio della notte per ricordarti di averlo quel senso lì. E allora la radio suona bassa e tu quella canzone l'ascolti e un po' ti meravigli che possa non stancarti mai, un po' ti commuovi che ti smuova migliaia di cose dentro, un po' ti viene da sorridere, un po' te la senti addosso come se la musica fosse una mano che ti sfiora e ti tocca nei punti più sensibili che hai.
Ecco avrei voluto non essere sola l'altra sera per quei quattro, cinque minuti che mi sono sembrati lunghi e brevi insieme, per la durata di quella canzone lì e poi dopo. Avrei voluto ascoltare quelle note e quelle parole nel silenzio di un viale, di altre macchine, e di un respiro accanto al mio. E adesso vorrei riuscire a trovare le parole giuste per far sentire quell'emozione e l'intensità di quel momento in cui ero sola ma non lo ero, ma non le ho. Non ho l'insieme del vento, della temperatura, della città, della velocità della macchina, non ho l'insieme del mio respiro, del mio stato d'animo, non ho la consistenza dei vestiti che avevo e che mi sfioravano. Non ho tutto quell'insieme lì. Ho solo la parte finale di tutto questo e poi adesso ho solo la canzone.
Credo sia l'incantesimo di riuscire a godere di momenti propri. Di vederli forse, di ascoltarli, di non farseli soltanto scivolare addosso. Di ascoltare una canzone con un senso che solo raramente ti ricordi di avere. Un senso che ti sta lì sospeso tra la pancia, il cuore, il respiro e la testa. E forse ci vuole un momento in cui sei sola, la città intorno, il vento e l'inizio della notte per ricordarti di averlo quel senso lì. E allora la radio suona bassa e tu quella canzone l'ascolti e un po' ti meravigli che possa non stancarti mai, un po' ti commuovi che ti smuova migliaia di cose dentro, un po' ti viene da sorridere, un po' te la senti addosso come se la musica fosse una mano che ti sfiora e ti tocca nei punti più sensibili che hai.
Ecco avrei voluto non essere sola l'altra sera per quei quattro, cinque minuti che mi sono sembrati lunghi e brevi insieme, per la durata di quella canzone lì e poi dopo. Avrei voluto ascoltare quelle note e quelle parole nel silenzio di un viale, di altre macchine, e di un respiro accanto al mio. E adesso vorrei riuscire a trovare le parole giuste per far sentire quell'emozione e l'intensità di quel momento in cui ero sola ma non lo ero, ma non le ho. Non ho l'insieme del vento, della temperatura, della città, della velocità della macchina, non ho l'insieme del mio respiro, del mio stato d'animo, non ho la consistenza dei vestiti che avevo e che mi sfioravano. Non ho tutto quell'insieme lì. Ho solo la parte finale di tutto questo e poi adesso ho solo la canzone.
sabato 4 settembre 2010
reggersi
Ieri nel chiacchierare ho scoperto che io sto come quando si sale in un crepaccio in montagna con una mano a un appiglio, l'altra a un altro appiglio, un piede puntato su una roccia e l'altro arpionato in un buco e che sarebbe bene che mollassi un po' mani e piedi. Stanotte mi sono chiesta, ma non è che cado se mollo tutte le prese?
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