sabato 5 gennaio 2008

Con cuore di donna, di Carla Capponi




Con cuore di donna / Carla Capponi. - Milano : Net, 2003. - 322 p.,[8] p. di tav. : ill. - (Storica). - ISBN: 8851520739


"Paolo restò a San Lorenzo con i gruppi di partigiani della zona, io raggiunsi il centro e, mentre stavo per rientrare a casa, incontrai Lallo, Nanda, Rodolfo, Boccanera, che a via IV Novembre avevano occupato la sede del giornale Il lavoro fascista. Un gruppo di operai della tipografia teneva spalancato il portone chiedendo che facessino picchetto armato intorno al fabbricato poiché temeva incursioni di bande fasciste. Giunsero Mauro Scoccimarro, Giacomo Pellegrini, Mario Alicata e altri, che si misero immediatamente a preparare la prima copia dell'Unità. Furono stampati grossi striscioni di saluto agli Alleati, che attaccamo al vetro delle bacheche tutt'intorno al fabbricato. Stavo tornando con il fucile in spalla, la fascia tricolore al braccio, il pennello e la colla in mano, quando incontrai sul portone le tre sorelle Mafai: Miriam, Simona e la piccola Giuliana. Ci abbracciammo, ridendo e singhiozzando senza lacrime perché tutta la pena di quei mesi ci strozzava la gola.
Al primo piano fu installata la direzione del giornale. Scoccimarro era già seduto dietro la scrivania del direttore. Poi arrivarono alla spicciolata, chi dalle carceri, come Emanuele Rocco, chi dalle tane dove erano rimasti nascosti, chi dai luoghi della tortura, come Alfredo Reichlin, Silvio Serra, Franco Ferri, Luigi Pintor. Tutti magrissimi, pallidi, qualcuno ancora con i segni delle torture subite, solo io avevo il volto abbronzato dal sole per i giorni passati a Palestrina, ma non stavo meglio di loro.
Finalmente ci ritrovammo tutti insieme, i sopravvissuti di quella lunga notte che era stata l'occupazione tedesca di Roma. Arrivò Paolo e la scena degli abbracci ricominciò. Tutti volevano sapere l'uno dell'altro e quale fortunata coincidenza li avesse salvati dalla morte, ma nessuno aveva voglia di parlare di ciò che era già superato dagli eventi. Tutti facevano progetti e pensavamo a come costruire il futuro, il giornale, il partito. C'era già aria di rinnovato entusiasmo, volontà di fare presto, di cancellare le tracce della devastazione, di recuperare la vita che a molti di noi era stata negata.
In quella confusione qualcuno mi afferrò alle spalle: era Adriano Mordenti, il mio compagno di scuola, lo vidi titubare, mi chiese scusa, lo abbracciai. Allora si giustificò: aveva chiesto di me e qualcuno mi aveva indicato a lui, ma quando mi ero voltata non mi aveva riconosciuta. «Sono tanto cambiata?» gli chiesi, e lui mi rispose con imbarazzo: «Be', si». Poi, quasi per burla mi prese per la vita sollevandomi e riappoggiandomi in terra. «Non sei neppure un peso piuma» disse ridendo. Arrivò anche Carlo Lizzani e così eravamo già tre della stessa classe del Visconti; non sapevo che anche lui avesse combattuti con i GAP.
Seguì ininterrotto il rito del ritrovarsi, dell'abbraccirsi e sorprendersi di essere ancora vivi, lieti di essere usciti salvi dalla tragedia della guerra. Ma ne mancavano troppi che non sarebbero tornati. D'improvviso qualcuno mi chiamò «compagna» ad alta voce e lo ripetè per due volte, gridando per farsi udire nel chiasso che facevamo tutti insieme. Era la prima volta che qualcuno mi diceva «compagna» ad alta voce e allora mi resi conto che finalmente potevamo persino gridare, parlare, dire i nostri veri nomi, e quella parola, «compagna», mi dava la misura e il senso della libertà conquistata. Una grande gioia mi invase e sentii che erano finiti la paura, la necessità di parlare sotto voce, le severe regole della clandestinità che ci costringevano ad evitare di riconoscerci quando ci incontravamo per strada, a ignorare persino i nostri nomi, e a dimenticare gli indirizzi per tacerli in caso di cattura. L'incubo era finito, era come risvegliarsi dopo un sogno angoscioso e terribile, dopo una lunga malattia, per ritrovarsi in una realtà rassicurante, con gli amici.
Paolo, ritornato ad essere Rosario Bentivegna, era rimasto tutta la notte a San Lorenzo a vigilare con i cimpagni affinché fossero rispettate le direttive di lasciar passare i tedeschi e di rispondere alla furia rabbiosa degli ultimi brigatisti neri. Si diceva che, prima di fuggire i fascisti facessero saccheggi e attuassero vendette poiché si sentivano ancora garantiti dal continuo passaggio dei mezzi nazisti in ritirata. Si temevano attacchi, colpi di coda del mostro in fuga. Paolo aveva il viso stanco, gli occhi rossi, non aveva dormito la notte e non era riuscito a passare da casa per rassicurare la madre e la sorella, Graziella, che tanto aveva lavorato assicurando collegamenti preziosi. Dopo le feste e i saluti, ciascuno tornò nella propria casa per rassicurare i parenti.
Paolo uscì, ma io fui trattenuta da Giulia Rocco che mi chiese di aiutarla a rispondere alle telefonate e di occuparmi con lei della segreteria di redazione. Organizzare il giornale comportava un lavoro enorme. Stabilimmo i turni di guardia, poiché si era sparsa la voce che gruppi di fascisti scorrazzavano per la città saccheggiando e sabotando uffici e negozi. Occorreva sorvegliare gli ingressi, controllare le persone che si presentavano agli incontri politici con i dirigenti del Partito comunista, garantire che le riunioni si svolgessero in sicurezza. Preparammo il primo foglio dell'
Unità ed eravamo tutti eccitati all'idea di avere finalmente il numero uno del giornale, ritornato legale dopo vent'anni di clandestinità." (pp. 303-305)


Carla Capponi non era una scrittrice e questo un po' si avverte quando si comincia a leggere questo libro. La scrittura è scorrevole, è piana ma l'inizio è lento, a tratti un po' ripetitivo. Andando avanti però la storia - che è al tempo stesso storia personale e storia di tutti - prende il sopravvento e si fa straordinaria e con lei la scrittura si rilassa riuscendo a catturare in pieno. E allora si va avanti, si continua a leggere, e un po' ci si innamora quasi di questa donna davvero straordinaria, dotata di un coraggio, di una volontà di vivere con impegno e di una passione davvero invidiabili. Ci si immagina questa ragazza minuta e bella che avrebbe potuto decidere per una vita diversa, tranquilla e che invece ha scelto di camminare per le strade di Roma con bombe e armi nelle tasche, di vivere in scantinati, di fare la vedetta nelle campagne romane e persino di uccidere, si proprio così di uccidere. E devo dire che molto belli e importanti mi sono sembrati i brani in cui Carla racconta con lucidità e franchezza le riflessioni e i pensieri avuti negli attimi degli attentati o degli agguati.

Ho scelto questo brano, che forse è anche un tantino lungo, perché alla fine mi è sembrato il più bello. Perché c'è quello che era stato e c'è quello che sarà o almeno quello che si sarebbe voluto.

Alcuni link:

... e poi se ne troverò altri li aggiungo, intanto a ruota leggerò questo, questo e questo...

2 commenti:

lafrancese ha detto...

ciao, ho comprato il libro tanti anni fa, quando uscì credo, ma purtroppo non riesco a leggere tutti i libri che desidero e lo scaffale di quelli da leggere cresce sempre di più, hai un consiglio per questa frustrazione?
ciaoo
La Fra

mastrangelina ha detto...

a chi lo dici! io pure faccio un po' come te! :)
cmq questo se ti capita leggilo perché a mio parere è interessante... ciao mas.