mercoledì 21 luglio 2010

quasi una tradizione

Pare diventata una tradizione, Jonathan Coe a Firenze in luglio e la sottoscritta ad ascoltare. Già quando uscì La pioggia prima che cada vi avevo raccontato il piacevolissimo incontro avvenuto in una gremita sala grande della libreria Feltrinelli. Adesso con l'uscita de I terribili segreti di Maxwell Sim l'occasione si è ripresentata; l'unica differenza il luogo. Il Salone di Palagio di Parte Guelfa a cui mancava soltanto l'aria condizionata (che a Firenze di questi tempi non è una mancanza secondaria in effetti)
Al tavolo Jonathan Coe col suo stile sempre molto inglese e il suo aspetto sempre un po' agé, l'interprete e l'assessore alle politiche culturali del Comune di Firenze Giuliano da Empoli.

Giuliano da Empoli: quello che colpisce leggendo questo romanzo è il tono leggero del racconto, dei sentimenti evocati, del mondo raccontato. Quasi come un'Odissea minore di un personaggio minore. Quasi come una strada percorsa sottovoce. Sembra di rivivere un'atmosfera di nostalgia epocale.

Jonathan Coe: Chi arriverà alla fine del libro rimarrà credo colpito dal capitolo finale. Molti miei lettori mi hanno già scritto in merito. Un capitolo che non ha niente a che vedere col libro, con i suoi personaggi, con la sua storia. Un capitolo che vuole spiegare solo il perché. Il perché di questo libro qui o forse un perché più ampio. I critici hanno subito identificato nel tema delle nuove tecnologie il tema portante de I terribili segreti di Maxwell Sim. In realtà non è così, o almeno non è solo così, perché niente può essere scisso da quelli che sono i sentimenti umani. L'idea del romanzo è nata circa tre anni fa mentre ero insieme alla mia famiglia in un ristorante nel porto di Sidney. Guardandomi intorno mi sono accorto che nessuna delle persone che si trovavano intorno a me parlavano l'una con l'altra. Anche io e la mia famiglia stavamo insieme, ma in silenzio. Tutto sembrava immobile e silenzioso se non fosse stato per una signora cinese che giocava a carte con la figlia piccola. Colpiva la simpatia, la complicità, la circolarità del loro comunicare; un affetto e uno stare insieme che in quel momento lì mi sono sembrati il paradigma di quelli che sono i rapporti tra le persone.
Ecco. L'idea del romanzo è nata proprio chiedendomi come mi sarei sentito se invece di una famiglia, di figli, amici, colleghi fossi stato solo, senza legami. E soprattutto come mi sarei sentito se, solo, avessi assistito a una scena di così elevato livello emotivo e affettivo. Forse a quel punto mi sarei sentito davvero solo. Non è un caso forse se in alcuni paesi questo romanzo è stato tradotto col titolo La terribile solitudine di Maxwell Sim.
Oltre ai sentimenti poi c'è il tema della casualità. La casualità degli eventi, degli incontri, dell'accadere delle cose. Sempre nello stesso viaggio avevo un appuntamento con un amico al caffè dei giardini botanici di Melbourne. Il problema era che ai giardini botanici di Melbourne ci sono due caffè e nessuno dei due lo sapeva, per cui siamo stati delle ore ad aspettarci uno seduto in un caffè e l'altro nell'altro senza neanche avere modo di chiamarci perché siamo tutti e due senza cellulare.
Il tema della casualità però non è solo di Maxwell Sim, ricorre un po' in tutti i miei libri. Perché mi piace osservare le cose, il loro susseguirsi e costruirsi, guardare le pieghe che prendono senza apparente motivo.

Giuliano da Empoli: con i suoi libri ha affrontato molti temi di attualità. Gli anni '70, il tatcherismo, il periodo di Blaire e adesso la contemporaneità più pura e la crisi economica attuale. Si può parlare nel tempo di una storia della realtà?

Jonathan Coe: Secondo me questo libro vive nel contemporaneo ma potrebbe anche benissimo non farlo. Non volevo necessariamente scrivere sulla crisi economica. Mi sentirei anche addirittura abbastanza incapace. Riguardo a questo momento storico particolare ho chiesto a un amico, che in Inghilterra ha scritto una sorta di guida "per stupidi" al momento economico che stiamo vivendo, di spiegarmi un po' di cose perché sono davvero molto poco portato, diciamo così. Altri miei libri (La banda dei brocchi, Circolo chiuso, La famiglia Winshaw) erano molto più volutamente incentrati su periodi storici particolari. Erano più indissolubilmente legati a un'ambientazione che fosse storica oltre che romanzata. Maxwell Sim invece è sì ambientato nel 2009 ma è meno legato al presente, a ciò che lo circonda.
Dell'Italia mi hanno detto che la situazione politica è pressoché disperata, persino molto peggio di quella che è la situazione inglese. Mi hanno però spiegato anche che se l'Italia non ha seri problemi economici è perché gode di un sistema bancario molto più arretrato rispetto ad altri paesi. Arretrato e quindi non abituato ad utilizzare quegli strumenti finanziari che poi invece hanno messo in ginocchio alcune economie.
Io a Londra abito nel quartiere di Chelsea, un quartiere ad alta densità di banchieri, e ho notato che niente è cambiato nelle abitudini di nessuno. Personalmente mi sono fatto l'idea che assolutamente niente è stato imparato dalla lezione di questa crisi. Di conseguenza mi sono fatto anche l'idea che quando verrà il momento gli errori verranno rifatti, tutti quanti.
Devo però dire che io non sono particolarmente innamorato del mio passato. O meglio, cerco di non esserlo troppo. Non voglio avere soltanto la mia musica di anni fa, le mie abitudini di anni fa, i miei film di anni fa. Ho due figlie di 9 e 12 anni che amano il loro presente, amano la musica di oggi, facebook, l'ipod, il loro stile di vita e io non voglio arroccarmi sulle cose della mia di gioventù. Voglio capire e vivere anche il presente e i presenti che avrò davanti a me. Questo forse è il motivo vero dell'ambientazione nella contemporaneità di Sim. Avevo voglia io di vivere il presente, più che raccontare del presente agli altri.

Arriva il momento delle domande del pubblico.

Pubblico: La sua casa editrice italiana (Feltrinelli) nel tempo ha affidato la traduzione dei suoi romanzi a numerosi traduttori diversi. Cosa pensa di questa scelta?
Maxwell Sim ha nel suo nome come una evocazione alle SIM card. È un riferimento voluto alle nuove tecnologie?

Jonathan Coe: La scelta dei traduttori è degli editori. Sono contento del lavoro fatto in Italia coi miei romanzi perché so da persone vicino a me che sono sempre stati trattati con estrema cura. Molti poi sono stati tradotti da Delfina Vezzoli che conosco e mi dicono essere una traduttrice molto brava e accurata.
Il nome Sim invece deriva da un attore comico scozzese, Alastair Sim, che sotto certi profili mi ricordava il personaggio di questo romanzo. Non nego però che anche la similitudine Sim/SIM card ha fatto la sua parte. Una cosa così piccola e apparentemente insignificante, anche poco attraente, che invece ha assunto un ruolo così importante nelle comunicazioni. Sono cose che mi colpiscono molto queste.

Pubblico: Dopo i suoi precedenti romanzi quello che mi ha colpito moltissimo in questo romanzo è la pressoché totale assenza di riferimenti alla musica e al cinema. C'è un motivo particolare o c'è un Coe diverso qui?

Jonathan Coe: Alcuni critici in Inghilterra si sono domandati come sia possibile scrivere di un personaggio così noioso come Maxwell Sim. Tutto sommato mi dovrei anche offendere perché in lui, a differenza di molti altri personaggi che ho descritto negli anni, c'è moltissimo di me. C'è però una differenza voluta tra lui e me ed è proprio quella relativa a questa domanda. Io mi sono sempre affidato al cinema, alla musica, all'arte. Ho sempre frequentato musei, biblioteche, concerti. Li considero una parte fondamentale della mia vita. Recentemente invece mi sono accorto che ci sono moltissime persone che fanno a meno di questi aspetti che per me sono così centrali e ho voluto che il personaggio così tanto simile a me per certi versi fosse così tanto diverso da me in questo. Un uomo solo e senza interessi. Forse hanno ragione i critici in effetti, Maxwell Sim è abbastanza noioso.

Pubblico: Quindi il tema portante di Maxwell Sim è la solitudine dell'uomo contemporaneo, la sua quasi totale mancanza di comunicazione?

Jonathan Coe: Sinceramente mi sembra una cosa troppo più grande di me "la solitudine dell'uomo contemporaneo". Io non credo assolutamente che gli uomini e le donne di oggi siano più soli di quelli di cinquant'anni fa. Questo libro parla di un personaggio che sarebbe stato solo in ogni epoca. L'unica differenza reale è che adesso ha a disposizione gli strumenti per nascondersi dalla sua solitudine. Può fingere di avere amici su facebook, di avere contatti che però nella vita reale non ha. Forse questo è il solo vero tema importante di Maxwell Sim legato alla tecnologia. Adesso rispetto a cinquant'anni fa è diverso solo lo sfogo, il modo di affrontare la solitudine. Ma come era allora è oggi, almeno secondo me.

Pubblico: Più che una domanda è un invito. Io sono molto affezionata al Coe dei ricordi e della famiglia (come ne La pioggia prima che cada) quindi la invito a lasciar perdere la tecnologia e a tornare a quei temi lì. Poi volevo sapere se c'è un libro che sente la necessità di rileggere una volta l'anno per come è importante per lei.

Jonathan Coe: Io credo che i ricordi, la famiglia, il raccontare, il raccogliere siano importanti perché danno il senso della continuità e della storia. Della storia maggiore ma anche della storia minore quella che è fatta delle vite delle persone. In questo non sono assolutamente d'accordo che Maxwell Sim non sia un libro sui ricordi e sul raccontare, anzi. Il viaggio di Maxwell Sim è proprio un viaggio di ricostruzione e di memoria.
Per rispondere alla seconda domanda non c'è un libro che rileggo ogni anno. Mi sembra anche un po' troppo rileggere tutti gli anni lo stesso libro. Se proprio devo dire però qualcosa direi le storie di Sherlock Holmes, anche perché tutte le volte non mi ricordo il finale e quindi me li ritrovo come nuovi.

Pubblico: Un riferimento alla modalità della sua scrittura. Quando inizia a scrivere un romanzo sa già come sarà strutturato oppure via via la storia le prende la mano?

Jonathan Coe: Di solito ho ben presente la struttura quando inizio a scrivere. Così è stato per tutti i miei romanzi che poi a quella struttura originaria si sono attenuti direi rigorosamente. Proprio in Maxwell Sim invece ci sono stati almeno due momenti, che alcuni lettori mi hanno poi segnalato come vere e proprie sorprese (e in virtù di questo non le racconterò qui stasera) che mi sono arrivate così, mentre scrivevo, senza alcuna premeditazione. La verità del Coe scrittore è, confesso, piuttosto noiosa. Ho un ufficio dove vado la mattina e lavoro fino alle cinque e mezzo circa poi torno a casa e ricomincio il giorno dopo. Molto poco romantico in effetti.

Pubblico: Come si sente quando ha finito un romanzo?

Jonathan Coe: Ecco con questa domanda torniamo da dove siamo partiti. Legga l'ultimo capitolo di Maxwell Sim. Credo lo troverà davvero molto interessante.

Poi la serata finisce, si autografano le copie, si scambiano poche parole e sì bisogna dire che un po' di voglia di leggere questo libro è venuta. Che alla sottoscritta le vite minori, i piccoli viaggi fuori e dentro, le solitudini affascinano, e non poco. Pare anche che circolino foto dell'autore e della sottoscritta, ma non credo si vedranno in giro :)

2 commenti:

elena quella di londra ha detto...

ha ragione dilaudid.
se il post supera le cinque righe, il riassunto al primo commento è un segno di benevolenza verso noi, lettori imbecilli e frettolosi.
di che parla?

mastrangelina ha detto...

ciao elena!
ha ragione dilaudid insomma. Mica è sempre obbligatorio leggere tutto! cmq l'altro giorno sono andata a un incontro con Jonathan Coe sul suo nuovo libro e ne ho parlato qui.. ora se ti va leggi altrimenti passi oltre. Tu come stai? spero bene, ma mi sembri alzata storta stamani :)