Visualizzazione post con etichetta letture. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letture. Mostra tutti i post

martedì 15 aprile 2014

conosco un posto nel mio cuore

“Guidavo per tornare a casa e sentivo che non poteva succedermi niente di male, perché tutto l’amore è negli alberi, e ne esiste una riserva infinita, se soltanto si trova il coraggio di sollevare lo sguardo e perdersi nell’intrico delle cose che si rimandano l’una all’altra, senza confini.”
(A. De Roma, La mia maledizione, Torino 2014, p. 156)

Era un po' di tempo che volevo scrivere questo post solo che non riuscivo a trovare il filo del pensiero giusto per iniziare. Più che altro a trovare un attimo di armonia mia che mi permettesse di guardarmi dentro senza correre il rischio di perdermi. Poi l'altro giorno ero in macchina e dalla radio è partita una canzone, una gran bella canzone. L'ascoltavo e cantavo - conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare - e mi si è fermato qualcosa. Su quel vento nel cuore, sul sedersi e ascoltare ho ri-pensato al libro della Mitia e ho capito che forse era arrivato il momento giusto. È stato un lampo e mi è venuto in mente Alberto, l'olmo che di notte si fa umano e va a ascoltare i racconti delle persone, i loro sogni, i loro pensieri. E mentre canticchiavo ho sorriso all'idea di una leggenda che non conoscevo minimamente ma che mi è sembrata da subito grandiosamente bella. Ho pensato che è bello quel libro lì, che è bella l'idea di mettere insieme storie diversissime, spesso anche molto dolorose e legarle con un filo tanto leggero quanto resistente rappresentato da un albero che ascolta di notte i pensieri e i sogni di un gruppo di persone. Tanti racconti più o meno separati tenuti insieme da un albero ascoltatore e da una stessa esperienza comune. Ho pensato a quante volte ci troviamo in mezzo a persone più o meno sconosciute con in testa soltanto i nostri pensieri; in mezzo a altri ma senza riuscire a avere la percezione di ciò che ci circonda, un po' come accade ai personaggi del libro che nonostante siano tutti alla stessa fermata e tutti in attesa dello stesso autobus sono talmente presi da loro stessi da non vederlo neanche passare. Ho pensato a quante volte mi sarà successo di non accorgermi di qualcosa e di deludere qualcuno, presa come ero dalla circolarità dei miei pensieri, delle mie emozioni, dalla tirannia dei miei pensieri e delle mie emozioni, tristi o felici non importa: un po' come la delusione dell'autista dell'autobus che è pronto a mostrare a tutti il suo orologio nuovo e a raccontare le novità belle della sua vita e li vede rimanere fermi completamente disinteressati a lui, completamente assorti, immobili. Ho pensato che forse ci voleva anche a me un albero, proprio come nella storia, un olmo dei sogni, per reintrodurmi nuovamente in un contesto, per farmi vedere le cose dall'alto senza l'obbligo di viverle in prima persona, senza la pesantezza di doverle vivere sempre in prima persona. Per farmi nuovamente sentire che sì ci sono io, ma che c'è anche un mondo intorno, un mondo fatto di storie che hanno solo voglia di essere scoperte. Ho pensato che ci voleva un albero, un olmo dei sogni, a farmi sentire per l'ennesima volta che è necessaria un'alternanza: a volte si sta sul palcoscenico, a volte si sta in platea e si guarda, a volte si sta dietro le quinte e si fa il tifo e a volte si sta nella buca del suggeritore sperando di dare il suggerimento giusto. Ho pensato a quante piccole sensazioni si provano leggendo queste pagine. Alla percezione delle proprie mani e delle proprie braccia, nel momento esatto in cui i rami di Alberto si fanno braccia e mani di corteccia, nel momento esatto in cui la sua linfa si fa sangue. Alla percezione delle proprie gambe nel momento esatto in cui Alberto libera le sue radici e si muove, acquistando una leggerezza sconosciuta. Alla percezione dello sfiorarsi della pelle quando Alberto si mette accanto alla ragazza dalla castagna matta, al ricercare quel minimo tocco, quel tocco assolutamente impercettibile e magico che fa la differenza tra dare la mano a qualcuno e innamorarsi. Due cose mi ha lasciato questa lettura, o forse me le ha fatte ritrovare: la bellezza di ascoltare e l'importanza di staccarsi, di dare una prospettiva, di vedere le cose al di fuori di sé. A ben pensarci mi ha fatto ritrovare due cose grandi, in un periodo in cui ero troppo presa da farmi ascoltare e troppo presa da tenermi sempre al centro delle situazioni.
Concludo dicendo un'ultima cosa. Alcune storie sono tristi, alcune molto tristi, ma io in questo libro ci sento la felicità. La felicità di averlo scritto, l'entusiasmo, la contentezza di aver messo un punto e di essere andati a capo. Ci sento la voce cristallina e molto ragazzina della sua autrice e la sua risata, che se non l'avete mai sentita mi dispiace per voi. Mi ricordo di averlo iniziato e dopo un po' di aver preso il telefono per mandare un messaggio alla Mitia, credo che il telefono facesse le scintille da come mi sentivo. Lei di sicuro se lo ricorda. Mi sono sentita felice per lei e forse anche un po' per me perché davvero ci sono delle contentezze che contagiano. Era dicembre e ora è aprile. Ci ho messo tanto a scriverlo questo post, spero che capisca. In questo periodo, forse, ho ascoltato un po' troppo me stessa.

* La castagna matta / Mitia Chiarin ; con una prefazione di Stefano Pallaroni. - Pavia : Blonk, 2013. - 1 ebook

mercoledì 27 giugno 2012

ma questa cosa vuol dire che sto uscendo pazza?

"Esaurimento?"
Non era tanto il fatto che non sapesse di cosa si trattava, perché lo sapeva, ne aveva parlato anche il Radiocorriere a proposito di una cantante famosa. Era più la circostanza che l'esaurimento nervoso sembrava essere una malattia da ricchi, una cosa di cui poteva soffrire qualcuno che dalla vita aveva già tutto, e, non sapendo cosa altro in più potesse avere o quale nuovo sfizio togliersi, si concedeva un bell'esaurimento nervoso. A Carmela riusciva difficile pensare che sua figlia, con un appartamento di tre stanze a via Cesare Sersale di cui faticava a pagare l'affitto, il lavoro di segretaria dattilografa a tempo pieno presso lo studio de Magistris e tutti i pensieri che le dava un bambino piccolo e non particolarmente riuscito come Peppino, potesse trovare il tempo e l'occasione per farsi venire pure l'esaurimento. Era un lusso del tutto ingiustificato.
"Esaurimento", ripetè quindi, approfittando anche del fatto che sua figlia di fronte a quella possibilità non aveva nemmeno aperto bocca. Il dottore annuì con forza.
"E' solo un'ipotesi. Basterebbe che incontrasse una volta uno psicologo, e ci facesse una chiacchierata. Poi sarebbe lui a decidere se occorre continuare."
"Se pensate... Dotto', noi la verità non conosciamo nessuno psicologo."
"Ne conosco io uno bravo. Sta alla Usl di piazza Municipio, che non è manco lontano. Però per funzionare, la signora, vostra figlia, deve essere convinta di volerci andare."
Rosaria per qualche istante non parlò. Poi, proprio quando Carmela stava per aprire bocca, la figlia disse solo: "Ma questa cosa vuol dire che sto uscendo pazza?"
"No, signora Rosaria, assolutamente no. Vuol dire che state affrontando un periodo difficile. E che parlare con qualcuno vi potrebbe aiutare."
"Ma se questa non vuole parlare manco con me che sono la mamma!" intervenne pronta Carmela. Il dottore sospirò e si preparò ad affrontare l'argomento, e a spiegare alla signora Sansone madre che proprio perché il dottor Matarrese era un estraneo, e per di più nemmeno di Napoli, ma di Roma, fare quattro chiacchiere con lui poteva funzionare.

Rientrata a casa, più tardi, Carmela si mise immediatamente a cucinare. Tirò fuori un paio di chili di cipolle dal frigidèr e cominciò ad affettarle per preparare una bella genovese. Sua figlia sarebbe andata da uno psicologo. Non lo avrebbe saputo nessuno, tranne le persone strettamente coinvolte, vale a dire i suoi altri tre figli. Suo marito Pasquale fino a quando si poteva non doveva venire a conoscenza di nulla, non avrebbe capito, lui era, come dicevano tutti, "antico". Peppino era troppo piccolo. Antonio era un bravo ragazzo, e bisognava dirglielo comunque, ma la cosa la preoccupava. Quando si innervosiva suo genero tendeva a parlare troppo, e come ci si poteva fidare che poi al momento buono, magari a tavola, davanti a parenti del Nord e affini, non se ne uscisse con un "Statti zitta tu, che vai pure dal medico dei pazzi!" Carmela affettava e affettava, e per quanto affettasse cipolle non riusciva nemmeno a piangere. Già vedeva sua figlia varcare la soglia dell'ambulatorio del dottor Matarrese per uscirne poi in camicia di forza, internata in una di quelle case di cura che stavano sotto al Vesuvio, lo sguardo da pazza, i capelli arruffati in testa, e la voce che non si capiva niente di quello che diceva, come la zia Antonietta quando a settant'anni aveva preso quel morbo suo. Sospirò. Carmela ne aveva passate molte nella vita. Aveva visto la guerra e conosciuto la fame. Si ricordava una sua amica di quand'era piccola che un inverno era morta di freddo, nel letto di casa sua, con le mani strette intorno al lenzuolo troppo leggero. Si ricordava il mercato nero e le grotte dove andavano quando bombardavano Napoli. Si ricordava quando non c'era la televisione. Si ricordava che erano stati così poveri dopo la guerra che una sera, a ora di cena, erano entrati i ladri in casa, e Pasquale senza scomporsi gli aveva detto: "Non teniamo niente. Solo questa pasta e fagioli. Se volete favorire..." I due ladri, che dovevano essere più affamati di loro, avevano favorito, e poi se n'erano andati ringraziando. Poteva dire di aver visto molto, e di sentirsi pronta a vedere anche di più. Ma questo, proprio questo, non pensava mai che avrebbe dovuto affrontarlo. Sua figlia sarebbe andata in cura da uno psicologo. Cominciò a soffriggere le cipolle e finalmente un paio di lacrime vennero giù.

* La kryptonite nella borsa / Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 2007. - 205 p. - (Narratori italiani). - ISBN: 9788845259883

domenica 20 maggio 2012

e poi inciampi nei particolari che ti increspano un sorriso

«A me piacciono 'ste date qua: sette settembre, otto ottobre, le date così.»
«Ho capito.»
«No, che non hai capito, tu non capisci mai niente.»
«Invece 'sta volta si...Trentasette.»
«Fammi un esempio.»
«Ti piace... Trentotto!»
«Smettila di contare.»
«Ti piace... il ventisette dicembre.»
«Gerruso.»
«Ho indovinato?»
«Tu non hai idea di quanto io ti detesto.»
«Ma perché ho sbagliato? E' una bella data il ventisette di dicembre.»
«Non c'entra niente con quello che dicevo io! Sette settembre, capisci? Otto ottobre, nove novembre e...»
«E' il compleanno di Nina il ventisette dicembre.»
«Ma và?»

* Così in terra / Davide Enia. - Milano : Baldini Castoldi Dalai, 2012. - 302. - (ReR ; 544). - ISBN: 9788866202110

lunedì 7 maggio 2012

un ripostiglio si, uno sgabuzzino si, una pattumiera anche, un angelo no decisamente no

"Allora riassumo: l'uomo non è un angelo, e ha molta confusione in testa; si è inventato il linguaggio algebrico per avvicinarsi alla lingua degli angeli, ma normalmente quando parla (e anche quando sta zitto) è traversato da molte fantasticazioni, anche in contemporanea, che gli vengono dal fatto che ha un corpo con tutte le sue impellenze, il fatto che ha fame, ha sete, è impaziente di andare a mangiare, ha magari un ascesso a un dente che lo fa sacramentare, o il raffreddore che lo ottunde e non capisce più niente; e poi ha tutti gli umori, che gli variano ogni cinque minuti, è nervoso, poi è pacifico, ha sonno, è rincoglionito, amareggiato, disperato, poi ci sono gli altri, i discorsi degli altri, le loro coglionerie, che magari diventano un'ossessione, diventano odi e rancori da cui non si può districare, e quindi un uomo è mediamente un accavallarsi di idee, frasi sentite, rimuginamenti, antipatie, pezzi di psicologia, pezzi di libri, pezzi di malinconia per una fidanzata che non c'è più, ahimè, quando l'avevo non sapevo mi piacesse tanto, e sono io che l'ho lasciata andare, perché sono un cretino, sono un cretino, sono un cretino, non c'è rimedio, chissà lei adesso dov'è, sarà più contenta, anch'io se fossi una donna, me mi sarei piantato da un pezzo ecc. ecc. L'uomo è un gran guazzabuglio, e la Bibbia avrebbe dovuto dire che è fatto a immagine e somiglianza di un ripostiglio, dove ci finisce di tutto; e quando parla, nel suo discorso tutto questo s'insinua, tutto questo ciarpame, nel senso che ogni frase è un accumulo e ci si può trovare traccia di tante cose. Poi l'uomo impara a tenere chiuso quanto più possibile lo sgabuzzino e a tirar fuori un discorso per volta. ...] Dunque riassumendo [...] un uomo non è come un angelo, ma è qualcosa di multiplo, e la parola di cui è dotato peggiora ulteriormente la situazione, nel senso che ci convergono strati diversi, è uno sgabuzzino più o meno ordinato; gli angeli dicono che siamo delle pattumiere, loro non van tanto per il sottile, sanno dire solo la verità; e sa da una pattumiera uno cerca di tirar su qualcosa (per dirlo), ci vien dietro qualcosa attaccato, o ci vien dietro anche solo dell'immondizia e dello sporco, torsoli di mela, lische di pesce, roba avariata, ma anche ad esempio cose che a lucidarle sembrano nuove e splendenti".

Il limbo delle fantasticazioni / Ermanno Cavazzoni. - Macerata : Quodlibet, 2009. - 143 p. - (Compagnia Extra ; 11). - ISBN: 9788874622740

mercoledì 25 maggio 2011

rompere l'involucro

Questo post è solo una segnalazione. La segnalazione di un'intervista secondo me davvero incantevole a Antonio Tabucchi. C'è davvero poco da aggiungere.



(grazie a Mariela)

lunedì 28 febbraio 2011

a Bologna le bici erano come i cani





Questo è un libro che soprattutto si sentono le voci.













* A Bologna le bici erano come i cani / Paolo Nori. - Portogruaro : Ediciclo, 2010. - 206 p. - (Ciclopolis ; 3). - ISBN: 9788865490013

martedì 11 gennaio 2011

idee differenti

"Ma le tribù dei Boscimani sono diverse e le idee differenti, anche su cosa c'è in cielo. Così ci sono vecchie donne che, quando vedono la notte affacciarsi all'orizzonte della sera, raccontano una storia che piace tanto ai bambini.
Dopo una giornata di duro cammino nel cielo, spiegano indicando il percorso con la mano, il Sole è stanco e ha bisogno di dormire qualche ora per riprendere le forze, quindi si sdraia nella sua capanna ai confini del mondo e si copre con una vecchia coperta per ripararsi dal freddo della notte. La coltre nasconde la sua luce accecante e il buio scende sul Kalahari; ma è una coperta molto vecchia e piena di buchi, così la luce ci passa attraverso e nel cielo nero appaiono tanti puntini luminosi: ecco cosa sono le stelle."

M. Hack, V. Domenici, Notte di stelle, Sperling&Kupfer 2010.

(grazie @mauro)

lunedì 13 dicembre 2010

a voi vista da fuori sembrerò triste

Ma io ieri sera camminavo a un metro da terra per aver trovato, in un colpo solo, le memorie di Gasquet su Cézanne e il catalogo e la biografia di Gerda "Pohorylle" Taro :)

prevedo giorni di letture molto "sorridevoli"..

mercoledì 1 dicembre 2010

lucidare lo stronzo

"Carl era seduto in macchina e guardava fuori dal finestrino. Là davanti c'era il suo edificio con il mendicante che conosceva così bene seduto a gambe incrociate vicino alle porte girevoli, apparentemente già stanco a quell'ora di mattina, dato che a stento aveva la forza di scuotere il suo bicchiere Dunkin Donuts ogni volta che entrava qualcuno. Guardandosi intorno, Carl riconobbe i colleghi che convergevano sull'edificio, ma nessuno con cui avesse voglia di parlare.
Direttamente alla sua destra stava accadendo qualcosa di curioso. Due uomini con l'uniforme marrone innaffiavano il vicolo, un piccolo vicolo cieco che fungeva da area di scarico tra il nostro edificio e quello accanto. Carl li guardò lavorare. Dalle loro pompe usciva acqua bianca. Muovevano il getto sull'asfalto. La pressione sembrava molto forte, perché gli uomini stringevano saldamente con entrambe le mani le sottili pistole nere, di quelle che si usano negli autolavaggi. Alzarono le pistole e spruzzarono il cassonetto, nonché i muri di laterizio. Pulivano con cura spostando i rifiuti con il getto. A tutti gli effetti, stavano pulendo un vicolo. Un vicolo! Lo pulivano! Carl era ipnotizzato. Era il genere di cose che sei mesi prima lo avrebbe irritato, vedere quegli uomini, americani di prima generazione senza molta scelta, passare la mattina nei recessi bui di un'area di scarico a spruzzare d'acqua l'asfalto e il cassonetto. Buon Dio, il lavoro era così insignificante? Era così insignificante la vita? Gli ricordò la volta con cui uno slogan era stato annacquato da un cliente al punto di far sparire ciò che conteneva di interessante. Carl doveva ancora scrivere il testo. L'art director doveva ancora mettere al posto giusto l'ombreggiatura e il logo. Quel procedimento era noto come lucidare lo stronzo. Quei due poveri sempliciotti che innaffiavano il vicolo stavano facendo esattamente la stessa cosa. In tutta l'America, infatti, oggi la gente si dava un gran da fare nello sforzo continuato di lucidare gli stronzi. Certo, lo faceva per sopravvivere, ma nell'immediato era per il bene di un manager sadico o di un cliente merdoso la cui scarsa immaginazione e le cui idee stupide candeggiavano il mondo per cancellarne senso e speranza. E nel frattempo, quel tipo laggiù con la barba assurda e le gambe stese riusciva a fatica ad alzare le mani incrostate di sporcizia per facilitare i lanci di un quarto di dollaro". (pp. 246-247)

* E poi siamo arrivati alla fine / Joshua Ferris ; traduzione di Katia Bagnoli. - Vicenza : Neri Pozza, c2006. - 398 p. - (Bloom ; 1). - ISBN: 8854501417

mercoledì 15 settembre 2010

a patti

Non sono passati cinque minuti che hai già un groppo alla pancia insostenibile. Non sono passate un cinquantina di righe che ti chiedi se è il momento di affrontare anche una cosa così. Pensi a quel sasso, a quel sasso nella tasca. Alle parole di un biglietto troppo crudele, ma al tempo stesso troppo dolce, intimo e complice da non lacerare al centro chi lo riceve proprio con la sua dolcezza, la sua intimità, la sua complicità. Vedi quel pilone del ponte e pensi a due occhi di vetro, al velo dell'acqua sopra quegli occhi. Pensi a come vedresti il mondo in quell'attimo lì. Per un istante folle vorresti viverlo quell'attimo lì. Un ponte da sotto, il velo dell'acqua che rende rarefatto tutto e la luce che piano piano si spegne. Per una frazione di secondo c'è solo la luce luminosissima che trapassa l'acqua e diventa raggio. Un momento di bellezza assoluta sul finale. Solo che il finale è il finale di una vita. Solo che quella vita non è stata finzione ma è stata una vita vera. Con un finale vero. E il finale è proprio quello lì.
Non sono passati cinque minuti che la lentezza ti ha avvolto, quell'incedere faticoso tra parole ricercatissime, immagini che si incastrano perfette ma complicate, personaggi di cui non riesci a tratteggiare i volti, ambienti e geografie di cui non riesci a limitare i confini. Poi ti accorgi che è proprio quella stessa lentezza che ti spinge, che ti trattiene e ti spinge. Quasi ti da slancio. A quel punto tutto diventa lentamente veloce. Una suggestione dopo l'altra, una parola dopo l'altra, un'immagine dopo l'altra. Ti ritrovi a pensare a un ramo, a delle rose gialle e a un tordo, a Londra in un momento di giugno, a una glassa con le briciole e alla N di Dan troppo vicina alle rose. Senti il disagio di una vita perfetta intorno a te. Di una vita che guardi da fuori e che non vuoi. Perché Laura sei tu e quella donna che si muove in schemi altrui ti mette l'angoscia. Ti senti urlare dentro. Senti il bisogno di provare. Di rifare la torta, di riglassarne la superficie, di preparare la cena. E poi senti l'urgenza di prendere la macchina, girare e girare e poi affittare una stanza d'albergo. Una stanza d'albergo per leggere, per dormire, per pensare, per essere te stessa e per due ore diventare una donna proibita al mondo intero.
Non sono passati cinque minuti che tutti i piani di un racconto talmente costruito e strutturato da sembrare di una spontaneità assoluta si spiegano lì davanti a te. Ti sorprendono. Ti fanno socchiudere le labbra di stupore. In sottofondo un libro e in superficie tre vite. In superficie tutti gli spessori e le sfumature della morte. Una morte che è dentro e fuori, una morte da cui non si può fuggire. In superficie tutti gli spessori e le sfumature dello scorrere del tempo. Uno scorrere del tempo che è dentro e fuori, uno scorrere del tempo da cui non si può fuggire. In sottofondo un libro, in superficie quattro vite. La quarta è la tua.
Alla fine ti resta la meraviglia per un finale perfetto e poi solo parole, suggestioni, colori, sensazioni. Avresti voglia di rileggerle al contrario per ritrovarle tutte lì, presenti. Parole, sensazioni che sono soltanto tue perché per una volta ti sei lasciata andare e ci hai accordato te stessa a quello strumento lì. Hai sentito risuonare note dentro di te, solo che sono note dolcemente stridenti. Di quelle note che il tuo orecchio non vorrebbe sentire ma che poi cerca, furiosamente quasi. Soltanto tu e la tua musica perfetta.
E ognuno in fondo, dove la trova, è giusto che cerchi la propria di musica. E ci venga a patti.

* Le ore / Michael Cunningham ; traduzione di Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 1999. - 169 p. - (Narratori stranieri Bompiani). - ISBN: 8845240975

venerdì 10 settembre 2010

accanto

"Mentre si dirigeva al bar spingendo a mano la bicicletta, gli tornò alla mente un dipinto di Balthus nel quale era ritratta una ragazzina che avrebbe potuto essere la figlia del farmacista da giovane, prima di perdere l'adolescenziale fiducia nella sensualità delle proprie braccia sollevate a raccogliere i capelli. Si disse che accadeva a quasi tutte le donne nate con quella qualità di smarrirla divenendo adulte, mentre quella che la manifestavano in età avanzata l'avevano quasi sempre rinvenuta per strada, essendone sprovviste in origine. Questo gli parve premiare la dedizione rispetto al talento, cosa che in natura avveniva colpevolmente di rado, e generò in lui un moto di buon umore"

(D. Longo, L'uomo verticale, Roma 2010, p. 40)

mercoledì 4 agosto 2010

a iosa

Questo è il classico libro che da sola non avrei incrociato mai. Guardandolo in libreria o in biblioteca non avrei provato alcuna attrazione per la copertina, per il titolo o per l'autore. Uno di quei classici libri che ci sarei passata davanti e non l'avrei neanche notato. Di quelli che non mi sarebbe venuta voglia di leggere neanche la quarta di copertina. Insomma, il classico libro che se mi arriva di solito mi arriva per un passaparola, un consiglio. E tutto considerato anche un consiglio serio, circostanziato, oppure il consiglio di qualcuno a cui, per un motivo o per un altro tengo molto. Riguardando l'oggetto di questo libro, anche più di molto. Un libro per leggere insieme a qualcuno, forse per capire un po' di più di quel qualcuno.
Un libro che parte con folgorazione, tanto che ci pensi e tra te e te sottovoce ti dici che meno male che quel qualcuno te l'ha consigliato perché altrimenti forse, un po' per snobismo, non l'avresti letto mai. Un libro che a un tratto ti fa così male che saresti tentata di buttarlo in un angolo, ma quando dico buttarlo dico buttarlo proprio con astio, restituirlo e cercare di togliertelo il più velocemente possibile dalla memoria, dalla testa. Un libro che ha pagine di leggera introspezione che ti tagliano come un sottilissima lama di coltello. Talmente sottile che senti il dolore e vedi il sangue solo dopo che il taglio te l'ha già fatto e a quel punto ti ha già fregato. Un libro su cui ho pianto delle lacrime, e di recente era tanto che non mi capitava. Di piangere lacrime per fantasia intendo. Di recente piango solo per realtà.
Un punto di vista maschile distante e vicino insieme. Una cosa particolare. Un libro che poi però purtroppo rientra nei suoi binari e alla fine non stupisce, anzi,un po' banalmente finisce. Certo a pensarci bene non è che aveva molte altre alternative per finire. Di fatto tutta la storia è incanalata per il finale felice, solo che un po' forse te lo aspetti, anzi, siamo sincere, un po' lo vorresti che lui rimanesse il trentenne non cresciuto, superficiale e anche un po' bastardo dell'inizio. Oppure che lei fosse abbastanza forte da dire "guarda grazie ma basta così". Un po' lo vorresti che le cose andassero secondo logiche diverse, più cattive forse, meno romantiche, meno scontate. Un po' lo vorresti di trovare qualcuno con la forza di dire basta. Quella forza un po' irrazionale e autoconservativa che scatta o che dovrebbe scattare. Anzi che dovrebbe scattare perché poi l'autoconservazione non è mai dei sentimenti, ma delle abitudini e lì scatta l'errore.

Ti accorgi che alla fine era molto meglio il camionista della Gimenez-Bartlett che bastardo lo è davvero, ma fino in fondo, e non offre spazi a romanticherie o finali (sinceramente un po' forzati) da confetto. Così convintamente bastardo che alla fine una donna lo apprezza per la coerenza, oppure (cosa ancora più liberatoria) ha la possibilità di mandarlo a fanculo e di gusto. Con libertà. Certo quel libro lì regalava un'atmosfera diversa fin dall'inizio e il finale felice non te lo aspettavi manco per niente. Anzi il finale felice sarebbe stato il vero finale a sorpresa.

Detto ciò, alcune pagine di O'Farrell rimarranno dentro di me. Le ferite di fatto si rimarginano, ma un segnettino sulla pelle te lo lasciano, anche se impercettibile, anche se minuscolo. Anche il sale delle lacrime te lo senti per un po' sulla guancia. A tradimento ha colpito in alcuni dei miei lati scoperti, delle mie paure, delle mie aspirazioni e io non ero preparata. So già che ogni tanto mi ritroverò a pensarci, razionalmente o più facilmente irrazionalmente. Un libro però che tutto sommato apprezzeranno fino in fondo più gli uomini delle donne.

Le ultime pagine poi mi hanno incuriosito. E' del 2000 questo libro, proprio come L'ultimo bacio di Muccino e un po' tutta l'atmosfera generale, la paternità, il matrimonio finale e soprattutto l'ultima scena sembrano così (diversamente) identici che qualche domanda sinceramente me la sono posta. Del resto di trentenni non cresciuti anche lì a iosa.



* Il meglio di un uomo / John O'Farrell ; traduzione di Nicoletta Lamberti. - Milano : A. Mondadori, 2002. - 270 p. - (Oscar bestsellers ; 1209). - ISBN: 8804500980

giovedì 29 luglio 2010

dell'esistenza della somiglianza (ovvero dove si arriva e dove invece si parte)

Piccola confessione estemporanea. Se c'è una cosa che mi piace proprio da impazzire è quando una cosa, una conoscenza mi tira addosso un'altra conoscenza, una suggestione, un'idea. Quasi per incanto due cose apparentemente slegate, staccate, casuali si ritrovano li appaiate e posso passare da un argomento a un altro come per incanto. Mi si apre una finestra di luce nuova e sta a me decidere se guardare fuori, metterla in un angolo della mia mente oppure ignorarla.
Ho ripensato a questa cosa qui l'altro giorno mentre leggevo un libro, che per me i libri sono di due tipi essenzialmente: i libri dove parto e arrivo e i libri dove parto e non mi fermo neanche che riparto. I primi sono quelli che mi appagano, mi riposano, mi fanno sorridere, mi riempono emotivamente. Sono quei libri che quando li chiudo sono contenta e li metto in libreria con affetto. I secondi invece sono quei libri che mentre li leggo mi viene voglia di leggere centomila altre cose, che mi aprono curiosità, aspettative. Fondamentalmente sono quelli che mi aprono delle urgenze. E io di urgenze e di curiosità alla fine sono golosa. Tanto che spesso mi ritrovo a leggere cose strane, inusuali, di cui spesso vorrei riuscire a condividere di più con gli altri.
Ci provo oggi, così, con questo post. L'altro giorno leggendo Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini, di cui in futuro forse mi verrà voglia di parlare perché è un libro strano, per partire, ho trovato una pagina che parlava di somiglianze. Dell'esistenza o meno della somiglianza in realtà. Mi ha colpito moltissimo il finale. "La somiglianza non esiste. [...] È una suggestione "simpatica". [...] Viene dall'empatia molto più che dalla biologia". Mi ha fatto ripensare un po' ai cani che assomigliano ai propri padroni, oppure ai padroni che assomigliano ai propri cani perché a un tratto si rileva come una sorta di espressività comune.
Ma la cosa che mi ha più incuriosito è stata la citazione del lavoro di Markus Hansen. Un tipo tedesco che, utilizzando la fotografia, sulle somiglianze ha lavorato. Affiancando il suo volto a persone diversissime da lui. "Ebbene, non ci crederete ma riesce a somigliare a chiunque. Lui con pochi capelli, dall'altra parte una signora bionda cotonata. Si somigliano. Lui quarantenne, dall'altra parte un ragazzino di dieci anni. Ti convinci che ne sia il padre. Lui bianco, dall'altra parte un afroamericano. Sembrano fratelli. Hansen somiglia per empatia, con l'espressione, la piega della bocca, l'atteggiamento. È una somiglianza di grado superiore la sua, fuori della portata recitativa. [...] Ha sviluppato il particolare talento di somigliare. E con questo dimostra che la somiglianza non è un destino, ma un'attitudine". certo si potrebbe stare a discutere un bel po' sull'interesse di Lorenzo Pavolini sul concetto di somiglianza, da cosa gli deriva e dove vuole arrivare. Però a me è sembrato lo stesso interessante e mi ha fatto partire alla ricerca dei ritratti di Markus Hansen. Vi lascio i link, nel caso vi interessassero.

- Markus Hansen
- Markus Hansen al MIT


venerdì 23 luglio 2010

vedere lontano, guardando vicino

Nato come sceneggiatura del film Hamsun di Jan Troell che fu presentato a Venezia nel 1996 questo libro fa rivivere la figura dello scrittore norvegese Knut Hamsun famoso, oltre che per i suoi romanzi Pan e Fame (pubblicati in Italia da Adelphi) che gli valsero nel 1920 il premio Nobel per la letteratura, soprattutto per lo scandalo e il processo seguito al suo appoggio ufficiale, durante la seconda guerra mondiale, all'occupazione tedesca della Norvegia.
Ad essere proprio sincera ho comprato questo libro perchè apprezzo molto la scrittura di Per Olov Enquist, uno scrittore scoperto per caso leggendo Il libro di Blanche e Marie, ma non ero troppo entusiasta della trama e l'ho cominciato un po' controvoglia. Devo dire invece che mi ha conquistato. La scrittura è come un soffio, velocissima e risente moltissimo della sua destinazione: la trasposizione cinematografica (e infatti adesso mi sarebbe venuta la curiosità di vedere il film).
Solo per fare un esempio ho trovato davvero suggestiva e significativa l'immagine di Hamsun che ormai vecchio, sordo, sconfitto e accusato pubblicamente viene condotto in una saletta cinematografica per vedere un film sulle deportazioni. Con la penna/telecamera dello scritore che indugia sulle immagini in bianco e nero e sul primo piano.

Riporto una citazione (e qui è Enquist che parla) che tutto sommato mi sembra di notevole attualità: "Infine rimane la domanda più importante: perché? Non per emettere sentenze, che non è più necessario, né per giustificare, che è ancor meno necessario. Ma per noi stessi, come riflessione. Hamsun era un intellettuale, un grande scrittore, uno dei migliori premi Nobel che ci sia dato leggere; perché possiamo ancora leggerlo, e i suoi romanzi sopravviveranno a quelli della maggior parte dei premi Nobel. Solo che volle giocare anche un ruolo politico. [...] Il grande problema non è tuttavia personale, né riguarda solo Hamsun. Il problema non è che egli scelse di giocare un ruolo politico, ma che trasferì la propria autorità da un campo in cui, attraverso l'impegno, l'assiduità, l'ostinazione, il talento e la vivacità intellettuale, era arrivato fin dove era possibile arrivare - cioè il campo della scrittura - a un campo, quello della politica, nel quale non fu in grado di penetrare i problemi. Le virtù sulle quali aveva costruito la sua autorità erano in qualche modo troppo nobili per la politica. Oppure non ne ebbe l'energia. O credette di essere troppo vecchio. O era troppo sordo, troppo stanco, o troppo arrogante o troppo orgoglioso. L'orgoglio! Scelse di guardare lontano, e di non abbassare gli occhi sulla realtà. Il grande sogno europeo di Hitler gli pareva un'idea brillante, alla peggio una costruzione puramente teorica, ma ad ogni modo un'utopia affascinante. Come fosse la realtà, e come sarebbe stata, e la totale mancanza di strumenti democratici all'interno del nazionalsocialismo, e tutto il resto, dal terrorre all'oppressione al razzismo alle camere a gas, lui non lo vide, perché aveva lo sguardo troppo puntato in alto. Questa sindrome di Hamsun è senza tempo. L'altra manifestazione di questa sindrome è la torre d'avorio della scrittura: disinteresse per l'esterno, presunzione e un'indolenza la cui alternativa è l'isolamento. L'altra faccia dell'orgoglio. Anche questo fa parte della sindrome di Hamsun, ed è una malattia piuttosto diffusa nel nostro tempo. Ma in fondo non è che un altro lato dello stesso problema. Essere capaci di vedere lontano, e al tempo stesso guardare vicino, ecco l'alternativa. Non è facile. Ma chi ha mai detto che dovrebbe esserlo. E questa difficoltà è alla fine l'unica cosa che ci rimane"

* Processo a Hamsun : un racconto per film / Per Olov Enquist ; prefazione di Goffredo Fofi. - Milano : Iperborea, 1996. - 244 p. ; 20 cm. - (Iperborea ; 58). - ISBN: 88-7091-058-X

mercoledì 21 luglio 2010

quasi una tradizione

Pare diventata una tradizione, Jonathan Coe a Firenze in luglio e la sottoscritta ad ascoltare. Già quando uscì La pioggia prima che cada vi avevo raccontato il piacevolissimo incontro avvenuto in una gremita sala grande della libreria Feltrinelli. Adesso con l'uscita de I terribili segreti di Maxwell Sim l'occasione si è ripresentata; l'unica differenza il luogo. Il Salone di Palagio di Parte Guelfa a cui mancava soltanto l'aria condizionata (che a Firenze di questi tempi non è una mancanza secondaria in effetti)
Al tavolo Jonathan Coe col suo stile sempre molto inglese e il suo aspetto sempre un po' agé, l'interprete e l'assessore alle politiche culturali del Comune di Firenze Giuliano da Empoli.

Giuliano da Empoli: quello che colpisce leggendo questo romanzo è il tono leggero del racconto, dei sentimenti evocati, del mondo raccontato. Quasi come un'Odissea minore di un personaggio minore. Quasi come una strada percorsa sottovoce. Sembra di rivivere un'atmosfera di nostalgia epocale.

Jonathan Coe: Chi arriverà alla fine del libro rimarrà credo colpito dal capitolo finale. Molti miei lettori mi hanno già scritto in merito. Un capitolo che non ha niente a che vedere col libro, con i suoi personaggi, con la sua storia. Un capitolo che vuole spiegare solo il perché. Il perché di questo libro qui o forse un perché più ampio. I critici hanno subito identificato nel tema delle nuove tecnologie il tema portante de I terribili segreti di Maxwell Sim. In realtà non è così, o almeno non è solo così, perché niente può essere scisso da quelli che sono i sentimenti umani. L'idea del romanzo è nata circa tre anni fa mentre ero insieme alla mia famiglia in un ristorante nel porto di Sidney. Guardandomi intorno mi sono accorto che nessuna delle persone che si trovavano intorno a me parlavano l'una con l'altra. Anche io e la mia famiglia stavamo insieme, ma in silenzio. Tutto sembrava immobile e silenzioso se non fosse stato per una signora cinese che giocava a carte con la figlia piccola. Colpiva la simpatia, la complicità, la circolarità del loro comunicare; un affetto e uno stare insieme che in quel momento lì mi sono sembrati il paradigma di quelli che sono i rapporti tra le persone.
Ecco. L'idea del romanzo è nata proprio chiedendomi come mi sarei sentito se invece di una famiglia, di figli, amici, colleghi fossi stato solo, senza legami. E soprattutto come mi sarei sentito se, solo, avessi assistito a una scena di così elevato livello emotivo e affettivo. Forse a quel punto mi sarei sentito davvero solo. Non è un caso forse se in alcuni paesi questo romanzo è stato tradotto col titolo La terribile solitudine di Maxwell Sim.
Oltre ai sentimenti poi c'è il tema della casualità. La casualità degli eventi, degli incontri, dell'accadere delle cose. Sempre nello stesso viaggio avevo un appuntamento con un amico al caffè dei giardini botanici di Melbourne. Il problema era che ai giardini botanici di Melbourne ci sono due caffè e nessuno dei due lo sapeva, per cui siamo stati delle ore ad aspettarci uno seduto in un caffè e l'altro nell'altro senza neanche avere modo di chiamarci perché siamo tutti e due senza cellulare.
Il tema della casualità però non è solo di Maxwell Sim, ricorre un po' in tutti i miei libri. Perché mi piace osservare le cose, il loro susseguirsi e costruirsi, guardare le pieghe che prendono senza apparente motivo.

Giuliano da Empoli: con i suoi libri ha affrontato molti temi di attualità. Gli anni '70, il tatcherismo, il periodo di Blaire e adesso la contemporaneità più pura e la crisi economica attuale. Si può parlare nel tempo di una storia della realtà?

Jonathan Coe: Secondo me questo libro vive nel contemporaneo ma potrebbe anche benissimo non farlo. Non volevo necessariamente scrivere sulla crisi economica. Mi sentirei anche addirittura abbastanza incapace. Riguardo a questo momento storico particolare ho chiesto a un amico, che in Inghilterra ha scritto una sorta di guida "per stupidi" al momento economico che stiamo vivendo, di spiegarmi un po' di cose perché sono davvero molto poco portato, diciamo così. Altri miei libri (La banda dei brocchi, Circolo chiuso, La famiglia Winshaw) erano molto più volutamente incentrati su periodi storici particolari. Erano più indissolubilmente legati a un'ambientazione che fosse storica oltre che romanzata. Maxwell Sim invece è sì ambientato nel 2009 ma è meno legato al presente, a ciò che lo circonda.
Dell'Italia mi hanno detto che la situazione politica è pressoché disperata, persino molto peggio di quella che è la situazione inglese. Mi hanno però spiegato anche che se l'Italia non ha seri problemi economici è perché gode di un sistema bancario molto più arretrato rispetto ad altri paesi. Arretrato e quindi non abituato ad utilizzare quegli strumenti finanziari che poi invece hanno messo in ginocchio alcune economie.
Io a Londra abito nel quartiere di Chelsea, un quartiere ad alta densità di banchieri, e ho notato che niente è cambiato nelle abitudini di nessuno. Personalmente mi sono fatto l'idea che assolutamente niente è stato imparato dalla lezione di questa crisi. Di conseguenza mi sono fatto anche l'idea che quando verrà il momento gli errori verranno rifatti, tutti quanti.
Devo però dire che io non sono particolarmente innamorato del mio passato. O meglio, cerco di non esserlo troppo. Non voglio avere soltanto la mia musica di anni fa, le mie abitudini di anni fa, i miei film di anni fa. Ho due figlie di 9 e 12 anni che amano il loro presente, amano la musica di oggi, facebook, l'ipod, il loro stile di vita e io non voglio arroccarmi sulle cose della mia di gioventù. Voglio capire e vivere anche il presente e i presenti che avrò davanti a me. Questo forse è il motivo vero dell'ambientazione nella contemporaneità di Sim. Avevo voglia io di vivere il presente, più che raccontare del presente agli altri.

Arriva il momento delle domande del pubblico.

Pubblico: La sua casa editrice italiana (Feltrinelli) nel tempo ha affidato la traduzione dei suoi romanzi a numerosi traduttori diversi. Cosa pensa di questa scelta?
Maxwell Sim ha nel suo nome come una evocazione alle SIM card. È un riferimento voluto alle nuove tecnologie?

Jonathan Coe: La scelta dei traduttori è degli editori. Sono contento del lavoro fatto in Italia coi miei romanzi perché so da persone vicino a me che sono sempre stati trattati con estrema cura. Molti poi sono stati tradotti da Delfina Vezzoli che conosco e mi dicono essere una traduttrice molto brava e accurata.
Il nome Sim invece deriva da un attore comico scozzese, Alastair Sim, che sotto certi profili mi ricordava il personaggio di questo romanzo. Non nego però che anche la similitudine Sim/SIM card ha fatto la sua parte. Una cosa così piccola e apparentemente insignificante, anche poco attraente, che invece ha assunto un ruolo così importante nelle comunicazioni. Sono cose che mi colpiscono molto queste.

Pubblico: Dopo i suoi precedenti romanzi quello che mi ha colpito moltissimo in questo romanzo è la pressoché totale assenza di riferimenti alla musica e al cinema. C'è un motivo particolare o c'è un Coe diverso qui?

Jonathan Coe: Alcuni critici in Inghilterra si sono domandati come sia possibile scrivere di un personaggio così noioso come Maxwell Sim. Tutto sommato mi dovrei anche offendere perché in lui, a differenza di molti altri personaggi che ho descritto negli anni, c'è moltissimo di me. C'è però una differenza voluta tra lui e me ed è proprio quella relativa a questa domanda. Io mi sono sempre affidato al cinema, alla musica, all'arte. Ho sempre frequentato musei, biblioteche, concerti. Li considero una parte fondamentale della mia vita. Recentemente invece mi sono accorto che ci sono moltissime persone che fanno a meno di questi aspetti che per me sono così centrali e ho voluto che il personaggio così tanto simile a me per certi versi fosse così tanto diverso da me in questo. Un uomo solo e senza interessi. Forse hanno ragione i critici in effetti, Maxwell Sim è abbastanza noioso.

Pubblico: Quindi il tema portante di Maxwell Sim è la solitudine dell'uomo contemporaneo, la sua quasi totale mancanza di comunicazione?

Jonathan Coe: Sinceramente mi sembra una cosa troppo più grande di me "la solitudine dell'uomo contemporaneo". Io non credo assolutamente che gli uomini e le donne di oggi siano più soli di quelli di cinquant'anni fa. Questo libro parla di un personaggio che sarebbe stato solo in ogni epoca. L'unica differenza reale è che adesso ha a disposizione gli strumenti per nascondersi dalla sua solitudine. Può fingere di avere amici su facebook, di avere contatti che però nella vita reale non ha. Forse questo è il solo vero tema importante di Maxwell Sim legato alla tecnologia. Adesso rispetto a cinquant'anni fa è diverso solo lo sfogo, il modo di affrontare la solitudine. Ma come era allora è oggi, almeno secondo me.

Pubblico: Più che una domanda è un invito. Io sono molto affezionata al Coe dei ricordi e della famiglia (come ne La pioggia prima che cada) quindi la invito a lasciar perdere la tecnologia e a tornare a quei temi lì. Poi volevo sapere se c'è un libro che sente la necessità di rileggere una volta l'anno per come è importante per lei.

Jonathan Coe: Io credo che i ricordi, la famiglia, il raccontare, il raccogliere siano importanti perché danno il senso della continuità e della storia. Della storia maggiore ma anche della storia minore quella che è fatta delle vite delle persone. In questo non sono assolutamente d'accordo che Maxwell Sim non sia un libro sui ricordi e sul raccontare, anzi. Il viaggio di Maxwell Sim è proprio un viaggio di ricostruzione e di memoria.
Per rispondere alla seconda domanda non c'è un libro che rileggo ogni anno. Mi sembra anche un po' troppo rileggere tutti gli anni lo stesso libro. Se proprio devo dire però qualcosa direi le storie di Sherlock Holmes, anche perché tutte le volte non mi ricordo il finale e quindi me li ritrovo come nuovi.

Pubblico: Un riferimento alla modalità della sua scrittura. Quando inizia a scrivere un romanzo sa già come sarà strutturato oppure via via la storia le prende la mano?

Jonathan Coe: Di solito ho ben presente la struttura quando inizio a scrivere. Così è stato per tutti i miei romanzi che poi a quella struttura originaria si sono attenuti direi rigorosamente. Proprio in Maxwell Sim invece ci sono stati almeno due momenti, che alcuni lettori mi hanno poi segnalato come vere e proprie sorprese (e in virtù di questo non le racconterò qui stasera) che mi sono arrivate così, mentre scrivevo, senza alcuna premeditazione. La verità del Coe scrittore è, confesso, piuttosto noiosa. Ho un ufficio dove vado la mattina e lavoro fino alle cinque e mezzo circa poi torno a casa e ricomincio il giorno dopo. Molto poco romantico in effetti.

Pubblico: Come si sente quando ha finito un romanzo?

Jonathan Coe: Ecco con questa domanda torniamo da dove siamo partiti. Legga l'ultimo capitolo di Maxwell Sim. Credo lo troverà davvero molto interessante.

Poi la serata finisce, si autografano le copie, si scambiano poche parole e sì bisogna dire che un po' di voglia di leggere questo libro è venuta. Che alla sottoscritta le vite minori, i piccoli viaggi fuori e dentro, le solitudini affascinano, e non poco. Pare anche che circolino foto dell'autore e della sottoscritta, ma non credo si vedranno in giro :)

domenica 25 aprile 2010

25 aprile

Cosa pensasti
in quell’ultimo attimo,
un momento prima
che il calappio ti stringesse?
Poi ci fu il volo notturno
degli uccelli,
li occhi tuoi
che più non guardavano,
le orecchie che non udivano
le risate dei tedeschi.

M. Tobino, Al partigiano Mario Pasi (in M. Tobino, Veleno e amore, Mondadori, Milano 1974)

venerdì 9 aprile 2010

la malattia della bussola

Un romanzo straripante Madame Ba. Proprio come straripa una vita se la si vuole rinchiudere in una casella o in una definizione. Sempre ammesso che una vita la si possa rinchiudere in una casella o in una definizione. E' un'intuizione originale quella che Erik Orsenna mette alla base di questo romanzo. Una donna africana, un nipote in pericolo, un viaggio da fare e per farlo un modulo da riempire, un visto da ottenere. Una ventina di caselle. Una ventina di caselle che possono non rappresentare niente come possono invece rappresentare tutto. Una ventina di caselle che possono essere riempite formalmente, o che possono essere riempite con fantasia, con entusiasmo fino a rievocare un mondo, una sensibilità, una vita appunto. 
Cosa scrivere dopo "cognome" se non la storia di un'intera famiglia, di un'intera dinastia, di mestieri che si tramandano e di guerre lontano da casa? Cosa scrivere dopo "nome" se non le aspettative di un primogenito maschio, la scelta accurata per mesi di un nome che esprima forza, fortuna, che esprima futuro e poi invece la delusione rapida per la primogenita femmina e la scelta frettolosa del nome? La baruffa tra un padre e una madre per la scelta di un nome. Cosa scrivere dopo "professione" se non i tanti mestieri di una vita, lo srotolare di un'esperienza? Ogni casella un pretesto, ogni casella un racconto, ogni casella uno scenario. 
Una canzone a due voci Madame Ba. Due voci che però escono dalla stessa bocca. Marguerite e Madame Ba, due donne in un unico corpo. Marguerite la donna, la moglie innamorata e tradita, la madre, la figlia, la nipote. Madame Ba la combattente, la studentessa, il futuro avvocato, la collaboratrice per lo sviluppo. Due donne che si incontrano, si scontrano, pensano, riflettono, urlano, piangono, parlano, chiedono, si ritirano e protestano. Due donne che delineano una figura di donna magistrale. Una donna dove ci stiamo un po' tutte e dove non ci stiamo nessuna. Colpisce che a penetrare così l'animo femminile sia stato un uomo.
Un romanzo sul guardare Madame Ba. Su chi guarda avanti e chi invece di quello che c'è avanti ha paura. Su chi regala una bussola a un figlio e chi quella bussola la butta via e racconta e ricostruisce sempre storie del passato.   
Un romanzo pieno di perle Madame Ba, di immagini dai contorni netti, dai colori scelti quasi fossero piccoli quadri. Un nonno, un padre e una figlia che risalgono il fiume col vestito buono per andare a salutare il passato. Due donne dai colori diversi ai confini dell'Africa che parlano bevendo, che si raccontano mostrando senza vergogna la nudità del proprio animo. Una Renault 12 con appesa ogni giorno una frase diversa per meditare col tassista. Un esercito schierato ma sgangherato, assolutamente incapace di tenere una fila decente.
Un romanzo che denuncia Madame Ba. Il "museo degli attrezzi arroganti e delle macchine presuntuose" inviate a un'Africa impreparata a riceverle e quindi assolutamente inutili. I contributi per lo sviluppo arrivati attraverso babyfoot con le partite a pagamento. I meccanismi del co-sviluppo. Ma soprattutto i suoi sprechi e le ipocrisie.
Un romanzo cantato Madame Ba. Di cui affascina soprattutto il tono narrato, il ritmo cadenzato del racconto orale, della narrazione familiare. Una narrazione in cui si avverte come un suono che culla, come una melodia.  

Una scena ho trovato assolutamente straordinaria. Ci sono una Marguerite bambina che chiede al padre il perché del verde che rianima gli argini del fiume dopo la pioggia e un padre che si sente impreparato a rispondere. Un padre che  vuole però per la figlia la migliore spiegazione possibile e quindi chiede a chi può sapere. C'è quindi un ingegnere che deve aiutare a spiegare e che studia tutta la notte, la luce della scrivania costantemente accesa, per trovare le parole semplici, bambine che raccontino con magia la nascita di una vita. E fuori un padre e una figlia che aspettano il racconto, con un'aspettativa e una fiducia nell'adulto e nel sapere che commuove. E' una scena che la leggi e sinceramente ti rimane impressa. Rimane impressa l'attesa prima, rimane impresso il racconto poi.

Ora più ci penso e più cose mi verrebbe da scrivere e da citare. È un romanzo che straripa Madame Ba questo ve l'avevo detto anche all'inizio.

* Madame Ba / Erik Orsenna ; traduzione di Francesco Bruno. - Milano : Ponte alle Grazie, 2004. - 426 p. ; 21 cm. - ISBN 8879286846        

venerdì 26 marzo 2010

eh!

La cosa più bella che ci è successa a me e alla Sidgi ieri che siamo andate alla mostra del libro oltre aver visto tutta la Fiera, aver visitato la mostra degli illustratori, aver conosciuto Scarabottolo, aver chiacchierato con RobyC e Sandra, aver scoperto che ci sono più di 4000 animali fantastici (che noi ora li conosciamo e voi no), aver chiacchierato tipo dalle noveemezzolamattina alle setteemezzolasera senza interruzione, aver fatto una giretto in centro e essere andate alla Libreria della Coop, oltre tutto ciò. Che già di per sé in effetti non sarebbe neanche tanto poco. Ecco oltre a tutto ciò dicevo. La cosa più bella che ci è successa è stata quando sotto i portici una ragazzina ci ha chiesto: "me lo dite l'ultimo libro che avete letto?" e noi che leggiamo tutte e due diciamo abbastanza parecchio le abbiamo risposto ridendo "eh!" come per dire "ora quale ti dico tra i venti che ho appena letto e i dieci che sto leggendo?" e forse avremmo anche risposto subito solo che lei la ragazzina mica l'ha capito e ci ha guardato con l'aria schifata di chi pensa "oddio è così tanto che non leggete che non vi ricordate neanche un titolo? Topolino, ehi il Corrierino dei piccoli... iuhuu" e anzi non l'ha solo pensato ma ci ha fatto la battuta con la sua amica.
Ecco sappiate che noi da donne adulte e di mondo neanche l'abbiamo guardata, neanche ci siamo voltate e ci siamo messe a ridere. Ecco. Che ci avevamo anche due bustate di libri nuovi appena comprati tra l'altro.

martedì 9 marzo 2010

monologando (ma tutte insieme)

"Vagina". Ecco, l'ho detto. "Vagina". L'ho ripetuto. Sono tre anni che pronuncio questa parola. L'ho detta in teatri, università, salotti, caffé, cene mondane, programmi radiofonici in tutto il paese. La direi in televisione se qualcuno me lo permettesse. La pronuncio 128 volte ogni sera quando rappresento il mio spettacolo, I monologhi della vagina, che si basa su interviste a un gruppo eterogeneo di più di duecento donne. L'argomento è la vagina. La pronuncio nel sonno. La dico perché non è previsto che la dica. La dico perché è una parola invisibile - una parola che suscita ansia, imbarazzo, disprezzo e disgusto.
La dico perché credo che ciò che non si dice non venga visto, riconosciuto e ricordato. Ciò che non diciamo diventa un segreto, e i segreti spesso creano vergogna, paura e miti. La dico perché un giorno o l'altro vorrei sentirmi a mio agio pronunciandola, e non vergognarmo o sentirmi in colpa.
(Eve Ensler, Introduzione, p. 25)

Questo per dirvi che in questa settimana che è iniziata con la festa della donna insieme ad alcune amiche - ma mi dicono dalla regia anche due amici più o meno a sorpresa - ci siamo prese il piacere, o tolte lo sfizio, di leggere per Collettivovoci alcuni brani tratti da I monologhi della vagina di Eve Ensler. Un libro di cui si possono dire tante cose, che butta tanti semi, che apre tanti scenari di discussione e che sicuramente lascia un segno.
Ecco di sotto dove potete ascoltare ognuna di noi:

Poi via via aggiungo tutte le altre. Però volevo dire una cosa. A me questa cosa fatta tutte insieme è piaciuta molto.

*I monologhi della vagina / Eve Ensler ; prefazione di Gloria Steinem ; traduzione di Margherita Bignardi. - Milano : Il saggiatore, [2008]. - 218 p. ; 19 cm. - (Tascabili ; 19). - ISBN: 9788856500233

lunedì 16 novembre 2009

isole

Ci sono libri che appena ti entrano negli occhi fanno il tuffo e vanno diritti in pancia. Non ci passano neanche per la testa, prendono quella strada lì in discesa e appena arrivano a destinazione iniziano a fare le bollicine, a grattare, a tirare calci, a gonfiare, a risucchiarti. Ti entrano in pancia e fanno di te quello che vogliono. Così hanno fatto con me all'alba di una domenica mattina le isole di Erri De Luca. L'ho aperto e mi è sembrato di aprire il rubinetto. Non ero arrivata a metà prima pagina che mi è uscita una lacrima, ma non una lacrima qualunque. No. Una di quelle lacrime che se solo provassi a misurarle ti ci riempiresti un bicchiere. Eppure non sono racconti tristi. Le storie scorrono rapide, non c'è malinconia, non c'è inquietudine. C'è il sole, c'è il mare, c'è la salsedine, ci sono i calli sotto i piedi che tanto mi avevano fatto sorridere leggendo l'infanzia di Fosco Maraini, c'è la guerra, c'è un Ulisse contemporaneo e un'Atena che incatena con gli occhi. Ci sono i ricordi e io non so perché mentre mi perdo nei ricordi degli altri, sento sempre riaffiorare i miei. Mi era già successo in altre occasioni, anche se quelli erano ricordi di neve. E più sono belli i ricordi e più mi finiscono in pancia e grattano. C'è del perverso in questo. Di questo libro mi hanno colpito il mare, il sale, mi hanno colpito i pomeriggi in acqua fin quasi a trasformarsi in pesci, i piedi sulla sabbia e sugli scogli, i bucatini ribelli al sugo di coniglio di Luigi. Ma soprattutto mi ha colpito il sentimento dell'isola, di uno sguardo che gira tutto intorno a trecentossessanta gradi, il sentire una forza che proprio dalle piante dei piedi, dalle narici, dagli occhi e dalla pelle è capace di pervaderti e invaderti. Mi ha colpito la capacità di sentire al di là della ragione, di percepire attraverso vibrazioni più interne. Su tutto l'amore per un'isola, l'isola delle estati che non è però l'isola della villeggiatura. Auguro a tutti di trovare un'isola così . Io sono fortunata e ce l'ho. O forse non sono fortunata, ma per una volta sono stata soltanto brava che l'ho ascoltata e l'ho trovata.

* L'isola è una conchiglia : racconti / Erri De Luca. - Capri : La Conchiglia, 2008. - 49 p. - (Diodora. I libri delle isola ; 2). - ISBN: 9788860910813