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martedì 15 aprile 2014

conosco un posto nel mio cuore

“Guidavo per tornare a casa e sentivo che non poteva succedermi niente di male, perché tutto l’amore è negli alberi, e ne esiste una riserva infinita, se soltanto si trova il coraggio di sollevare lo sguardo e perdersi nell’intrico delle cose che si rimandano l’una all’altra, senza confini.”
(A. De Roma, La mia maledizione, Torino 2014, p. 156)

Era un po' di tempo che volevo scrivere questo post solo che non riuscivo a trovare il filo del pensiero giusto per iniziare. Più che altro a trovare un attimo di armonia mia che mi permettesse di guardarmi dentro senza correre il rischio di perdermi. Poi l'altro giorno ero in macchina e dalla radio è partita una canzone, una gran bella canzone. L'ascoltavo e cantavo - conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare - e mi si è fermato qualcosa. Su quel vento nel cuore, sul sedersi e ascoltare ho ri-pensato al libro della Mitia e ho capito che forse era arrivato il momento giusto. È stato un lampo e mi è venuto in mente Alberto, l'olmo che di notte si fa umano e va a ascoltare i racconti delle persone, i loro sogni, i loro pensieri. E mentre canticchiavo ho sorriso all'idea di una leggenda che non conoscevo minimamente ma che mi è sembrata da subito grandiosamente bella. Ho pensato che è bello quel libro lì, che è bella l'idea di mettere insieme storie diversissime, spesso anche molto dolorose e legarle con un filo tanto leggero quanto resistente rappresentato da un albero che ascolta di notte i pensieri e i sogni di un gruppo di persone. Tanti racconti più o meno separati tenuti insieme da un albero ascoltatore e da una stessa esperienza comune. Ho pensato a quante volte ci troviamo in mezzo a persone più o meno sconosciute con in testa soltanto i nostri pensieri; in mezzo a altri ma senza riuscire a avere la percezione di ciò che ci circonda, un po' come accade ai personaggi del libro che nonostante siano tutti alla stessa fermata e tutti in attesa dello stesso autobus sono talmente presi da loro stessi da non vederlo neanche passare. Ho pensato a quante volte mi sarà successo di non accorgermi di qualcosa e di deludere qualcuno, presa come ero dalla circolarità dei miei pensieri, delle mie emozioni, dalla tirannia dei miei pensieri e delle mie emozioni, tristi o felici non importa: un po' come la delusione dell'autista dell'autobus che è pronto a mostrare a tutti il suo orologio nuovo e a raccontare le novità belle della sua vita e li vede rimanere fermi completamente disinteressati a lui, completamente assorti, immobili. Ho pensato che forse ci voleva anche a me un albero, proprio come nella storia, un olmo dei sogni, per reintrodurmi nuovamente in un contesto, per farmi vedere le cose dall'alto senza l'obbligo di viverle in prima persona, senza la pesantezza di doverle vivere sempre in prima persona. Per farmi nuovamente sentire che sì ci sono io, ma che c'è anche un mondo intorno, un mondo fatto di storie che hanno solo voglia di essere scoperte. Ho pensato che ci voleva un albero, un olmo dei sogni, a farmi sentire per l'ennesima volta che è necessaria un'alternanza: a volte si sta sul palcoscenico, a volte si sta in platea e si guarda, a volte si sta dietro le quinte e si fa il tifo e a volte si sta nella buca del suggeritore sperando di dare il suggerimento giusto. Ho pensato a quante piccole sensazioni si provano leggendo queste pagine. Alla percezione delle proprie mani e delle proprie braccia, nel momento esatto in cui i rami di Alberto si fanno braccia e mani di corteccia, nel momento esatto in cui la sua linfa si fa sangue. Alla percezione delle proprie gambe nel momento esatto in cui Alberto libera le sue radici e si muove, acquistando una leggerezza sconosciuta. Alla percezione dello sfiorarsi della pelle quando Alberto si mette accanto alla ragazza dalla castagna matta, al ricercare quel minimo tocco, quel tocco assolutamente impercettibile e magico che fa la differenza tra dare la mano a qualcuno e innamorarsi. Due cose mi ha lasciato questa lettura, o forse me le ha fatte ritrovare: la bellezza di ascoltare e l'importanza di staccarsi, di dare una prospettiva, di vedere le cose al di fuori di sé. A ben pensarci mi ha fatto ritrovare due cose grandi, in un periodo in cui ero troppo presa da farmi ascoltare e troppo presa da tenermi sempre al centro delle situazioni.
Concludo dicendo un'ultima cosa. Alcune storie sono tristi, alcune molto tristi, ma io in questo libro ci sento la felicità. La felicità di averlo scritto, l'entusiasmo, la contentezza di aver messo un punto e di essere andati a capo. Ci sento la voce cristallina e molto ragazzina della sua autrice e la sua risata, che se non l'avete mai sentita mi dispiace per voi. Mi ricordo di averlo iniziato e dopo un po' di aver preso il telefono per mandare un messaggio alla Mitia, credo che il telefono facesse le scintille da come mi sentivo. Lei di sicuro se lo ricorda. Mi sono sentita felice per lei e forse anche un po' per me perché davvero ci sono delle contentezze che contagiano. Era dicembre e ora è aprile. Ci ho messo tanto a scriverlo questo post, spero che capisca. In questo periodo, forse, ho ascoltato un po' troppo me stessa.

* La castagna matta / Mitia Chiarin ; con una prefazione di Stefano Pallaroni. - Pavia : Blonk, 2013. - 1 ebook

martedì 4 dicembre 2012

ostacoli

Stasera a yoga abbiamo fatto un esercizio di quelli difficili. Di quegli esercizi in cui assapori la quintessenza di questa disciplina straordinaria, ovvero l'imparare a guardarsi da fuori e soprattutto il forzarsi a farlo. Giocare di millimetri, giocare a prendere proprio quel punto lì del corpo e fargli fare quello che vuoi, senza perdere il controllo del respiro, senza perdere il controllo della testa che non deve volare ma stare lì, fissa sul quel millimetro, presente, e soprattutto senza tirare le labbra ma cercando sempre di rilassarle e aprire un sorriso. Per niente banale in effetti.
Era difficile quell'esercizio lì e quando abbiamo finito abbiamo parlato un po' tra noi. Allora la maestra ha iniziato a parlarci degli ostacoli fisici che sentiamo e che sono lì evidenti, li vediamo, li guardiamo e cerchiamo di andare quel pochino oltre. E mentre parlava io ho pensato che non sono solo quelli fisici gli ostacoli che sentiamo chiari. Che io ho ben chiari gli ostacoli emotivi che ho in questo periodo, che magari li abbellisco, ci metto le piantine sui miei muretti interni, ma sempre ostacoli sono, sempre muretti sono e soprattutto sempre lì sono. E forse devo fare lo stesso che con gli esercizi di yoga, guardarli da fuori, dargli la giusta prospettiva e non pensare di prenderli e eliminarli di un botto, ma un millimetro dopo l'altro andare avanti.
La testa sulle ginocchia ormai mi arriva sempre, anche a freddo, magari arriverà anche il momento che mi sentirò un po' più serena e consapevole di me. Spero ecco.

sabato 1 dicembre 2012

una frazione di secondo e un secolo

Tempo fa il dottore che ci parlo mi ha detto che io ci metto una frazione di secondo a sentire le cose e poi ci metto un secolo a prenderne atto. Ha ragione. E infatti sono giorni che ho una sensazione negativa e cerco di nascondermela. Il problema è che invece questa sensazione c'è ed è proprio viva viva dentro di me. Allora ho pensato che forse se lo scrivevo qui che questa sensazione negativa c'è e che so anche perfettamente che nome e cognome ha, allora magari dopo smetto di far finta che non esiste. Ora si tratta di decidere se ho voglia e soprattutto la forza e il coraggio adesso di affrontare anche questo o se decido che rinuncio in partenza. Anche se magari rinuncio a qualcosa di importante. Non lo so, intanto spengo.

mercoledì 18 luglio 2012

fermate, per non dire capolinea

Ci sono dei giorni che hai proprio voglia di fermarti. Guardare gli altri che vanno avanti e rallentare il passo, rallentare il respiro, goderti un po' il sole in faccia e sorridere al pensiero che quando si gireranno non ti troveranno. Perché quando li hai salutati neanche ti hanno sentito tanto erano presi da se stessi.

mercoledì 23 maggio 2012

anche più di uno

Ci sono momenti che sono belli. Le chiacchiere a cena con le compagne dello yoga. Una canzone in macchina che ti ricorda un cartello Umbria-Toscana di tanti anni fa. Un film sul divano e un bacio nella schiena, così, senza che te l'aspetti. Anche più di uno.

giovedì 3 maggio 2012

una cornice

Dei miei disegni so tutte le storie. Le storie di quando sono stati fatti e le storie di come sono arrivati fino a me. Per ognuno ho un affetto diverso e un legame diverso. Poi ce n'è uno che stasera è tornato e che invece è un pezzettino di vita. Un pezzettino che fa male guardare ma che che adesso è bello avere di nuovo vicino. A un solo tiro di sguardo. Non il disegno più bello forse, sicuramente non il più apparentemente prezioso ma un pezzetto grande di quello che sono adesso e di quello che non potrò essere mai più. Grazie a Evelyn che stasera mi ha fatto la sorpresa ora gli trovo una cornice bella e vado avanti. Che pensare e ripensare fa male agli altri, ma le azioni sempre e comunque di impulso hanno fatto male a me per tanto tempo.

venerdì 27 aprile 2012

di mezzi secoli e altre ere geologiche

Il dottore con cui ci parlo l'altro giorno mi ha detto che io ho un livello di percezione che fa spavento. Che le cose le avverto ancora prima che accadano, che i sentimenti o le sensazioni mi arrivano dirette senza filtro, solo che poi ci metto un secolo e mezzo a elaborarle dentro di me, a dargli una forma, a prendere decisioni, a esserne consapevole. E allora io ci ho pensato a questa cosa qui che mi ha detto, perché è proprio verissima. E' verissimo che io sono una che a un tratto avverte una sensazione e poi ci pensa e ci ripensa e ci ripensa e poi se non è convinta ci pensa ancora un po'. E' proprio verissimo che sono così. E poi alla fine mi dico anche che ho pensato tanto per capire quello che a livello inconscio erano due anni che sapevo già. E poi sto lì a domandarmi se quei due anni li ho persi o li ho guadagnati. E intanto via che partono altri pensieri. Allora stanotte ho pensato che sono quasi due anni che vado dal mio dottore e ho pensato che forse all'epoca ho avuto una percezione e ora sono due anni che mastico queste cose con lui, le penso e nel raccontargliele le racconto a me stessa e mi aiuto a decidere. E infatti mi sento bene. Mi sento che piano piano senza traumi ho fatto tante cose. E le ho fatte alla mia velocità, quando sentivo che non mi avrebbero fatto male. Ieri pomeriggio per esempio ho parlato con mia mamma. Per motivi nostri era venuta da me e dopo aver affrontato i motivi nostri abbiamo parlato. Non so neanche che mi è preso ma ero seduta sul divano e a un tratto ho sentito che era venuto il momento, che alcune cose le avevo elaborate e ne volevo parlare con lei. E allora abbiamo parlato di me, delle cose che mi fanno paura e delle cose che voglio cambiare. Di quelle cose che voglio cambiare e che non cambio da tanto solo per paura. Per paura, anche e soprattutto, del giudizio degli altri, pure del suo. E come sempre succede mi sono accorta che il mondo non mi è cascato addosso, che nessuna catastrofe è avvenuta e anzi che ieri sera ero molto più leggera e più tranquilla. Che a volte i genitori ti stupiscono, che mia mamma a volte mi stupisce. Quando se n'è andata si è girata sulla porta e mi ha detto "Cacchio Fra, sii felice". Ecco il mondo non casca così. Certo adesso mi servirà un altro mezzo secolo per andare avanti, ma intanto un altro passo grande è fatto.

mercoledì 11 aprile 2012

di fogli bianchi, di abbracci e di cose varie che a volte ti frullano in testa

Ci sono situazioni in cui pensare ti viene più facile. Tipo quando sei in treno che guardi dal finestrino e le immagini ti scorrono e niente cattura troppo l'attenzione. Attimi in cui tutto ti attrae ma niente riesce davvero a fermarti. E io l'altro giorno ero in treno e vedevo scorrere tutta una pianura e un appennino e pensavo. E ho pensato che appena tornata a casa volevo una nuova pagina bianca su cui scrivere, nessuna immagine, nessun colore, nessun ricordo, nessun peso non mio addosso.
E ho pensato al sorriso che mi si è stampato addosso e non mi lascia e ai motivi di un sorriso così bello e persistente. E ho pensato a quello che ci eravamo detti venerdì col dottore che ci parlo, al fatto che per la prima volta non ho avuto paura di un distacco, che ho scelto per me senza far scegliere gli altri. Meglio tardi che mai mi sono detta. Per fortuna si cresce a ogni età. E poi ho pensato agli abbracci, a quegli abbracci che io non amo e che difficilmente mi faccio dare. E ho pensato che spesso quando le persone ti abbracciano ti si buttano addosso e tu senti tutto il peso dell'altro. E allora tu lo rifuggi quell'abbraccio lì e ti convinci che gli abbracci sono così, che non ti piacciono, che gli abbracci sono soltanto il sentire addosso tutto il peso dell'altro. Solo che un giorno arriva l'abbraccio bello, quello che ti senti in equilibrio e senti l'altra persona in equilibrio. Un po' precari tutti e due, un po' imperfetti tutti e due, un po' sconclusionati tutti e due, ma senza pesi da rimpallarsi. Un po' stretti tra un muro e una macchina ma in equilibrio. E allora ho pensato che è bello un abbraccio così. Che un abbraccio così sono capace anche io di farmelo dare. Che ci si può voler bene senza buttarsi addosso le cose, condividendole ma con sostegno. Senza robe infuocate da tirarsi addosso o da cercare di evitare. Mi è sembrato bello. Un po' come quando a un tratto ti si apre un pezzetto di panorama inaspettato e incantevole. Mi è sembrato di sentire quello che voglio e non quello che è giusto, o sbagliato. Mi sono accorta che le cose belle esistono, basta che le guardi. E allora ho pensato che questi ultimi anni pieni di esperienze forti alla fine mi hanno reso solo più me stessa. Si cresce davvero a ogni età. E forse si, hai ragione, dovevo passare da tutto per diventare la persona di adesso, quella capace di sentire quello che vuole. E io voglio rimanere come sono ora, col sorriso, tranquilla e in equilibrio e con il futuro da pensare e costruire o anche solo da provare a arrangiare che le cose perfette, le persone perfette e gli obiettivi scritti non esistono. Ci arrivi a capirlo e a un tratto respiri a pieni polmoni. Tipo quando sei sulla spiaggia e c'è vento.

Adesso il foglio bianco ce l'ho e un po' di equilibrio anche. Non a caso martedì a yoga l'albero mi è riuscito benissimo. Per anni invece ero caduta sempre.

venerdì 15 luglio 2011

chi trova un'amica trova un tesoro

Apro la posta e niente volevo dirvi a tutti che io ho delle belle amiche. Ma belle proprio. Senza aggiungere troppe parole che a volte le parole sono superflue sono proprio belle. Belle belle.

giovedì 14 luglio 2011

sembreranno cazzate

Ognuno ha la sua madeleine o forse ognuno ha le sue madeleine perché sono più di una le cose che all'improvviso sono capaci di far partire i ricordi. Stamani ero in macchina e a un tratto mi sono ritrovata in Sardegna, ho sentito l'odore del mare e la mia voce di trent'anni fa che cantava la stessa canzone che stava passando alla radio in quel momento. Mi sono messa a cantare e le due voci viaggiavano insieme. A un tratto c'erano Loretta, Valentina, c'erano i miei giovani giovani, c'erano Marco, Matteo, Lorenzo, Enrico. C'era lo spiazzo del cancello nel campeggio di Vignola che non ha niente ma proprio niente di speciale ma che per me è tra i luoghi più belli al mondo. Pochi anni fa ci sono tornata ed era ancora tutto lì. C'era la notte del mondiale '82 e i gavettoni. C'erano gli occhi di Santa Lucia sulla spiaggia. C'era Marta che non c'è più e per un secondo ci siamo sorrise. Pagherei oro per un sorriso vero. C'era la parte più bella di me in una canzone, quella parte che cerco cerco ma spesso non trovo più.
Sembreranno cazzate, ma a me queste cazzate mi fanno andare avanti.

mercoledì 18 maggio 2011

ti volevo dire

Ti volevo dire che a volte sembra che ti manchi il tempo, il battito di pensiero per riflettere sui pro e i contro del fare una cosa, del dire una cosa, sugli effetti anche solo emotivi che produce. Ecco io penso che il tempo invece non manca mai. E' un battito davvero. Il problema spesso è decidere di prenderselo.

(scanso equivoci il tu è per tutti e per nessuno)

venerdì 26 novembre 2010

certe notti

certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c'è..


Come ieri notte che ero in giro per Firenze e pioveva e pioveva e pioveva e non c'era quasi nessuno. Vagando per piazze e strade che di solito sono invase e che a un tratto invece sono lì tutte per te. Complice il novembre, complice la pioggia, complice l'ora. Senza ombrello e solo col cappuccio del piumino in testa in posti che di giorno davvero non esistono. Ci sono momenti che non ti da noia nulla, neanche la pioggia forte, tanto arrivi a casa e al massimo ti infili nella doccia.

lunedì 15 novembre 2010

asimmetrie

Guardando le nuvole da sopra. Che le nuvole da sopra sono diversissime dalle nuvole da sotto. Sotto le nuvole le persone sono nascoste dagli ombrelli mentre tu sei sopra uno spazio bianco con l'azzurro e il sole. Il sole che scende. Da sotto le hai viste le nuvole grigie. Le hai viste mentre le tagliavi. Ci sei passata proprio nel mezzo a quel grigio. Quel grigio che è proprio dello stesso colore di un viaggio nella direzione sbagliata. Lo stesso colore di un pensiero, di una giornata, di un momento.
Poi all'improvviso esci e ti ritrovi in mezzo a quel regalo di sole, con lo sguardo un po' fuori e un po' a quel mezzo profilo sul vetro. E non sai se a vincere sarà una lacrima o un'increspatura sulle labbra. In realtà è inutile che bari perché lo sai chi vince.
Eppure stamani il posto degli aerei era stranamente bellissimo. Luccicante. Pieno di vetri, di persone calme, di piccole cose. Alcune stelline di Natale anche se manca tanto al Natale. Un corridoio, un vetro, una luce. Da ascoltare il silenzio e pianissimo una versione lenta di Yesterday.
A volte la vita te lo dice in strani modi che è inutile che ti trattieni.

(da qualche parte h. 14.12)


lunedì 13 settembre 2010

rami e rifrazioni

L'altro giorno mi è arrivato un messaggio parlava di spessori e di rifrazioni, di luminosità e se si vuole anche di ombre. Dei miei spessori, delle mie luminosità, delle mie luci e se si vuole delle mie ombre. Un bel messaggio, reso bello dal fatto che chi me l'ha scritto non mi conosce, non mi conosce più di tanto almeno. Reso soprattutto bello dal fatto che è arrivato in un momento in cui l'unica cosa di luminoso che avevo era una bella lacrima all'angolo di un occhio. Una bella lacrima che infatti inesorabile ha deciso immediatamente di scendere giù. Una sola sensazione quella dell'acqua salata che si fa strada nel viso millimetro dopo millimetro, poro dopo poro, piega dopo piega lasciando una scia che brucia dietro di sé. Nessuna agitazione reale, nessuna difficoltà, solo un lasciarsi andare a un'emozione. Una solo desiderio poi, quello di dire grazie, magari trovando le parole giuste. Che le parole giuste sono importanti, essenziali. Così essenziali che le vorrei avere sempre giuste, per ognuno. Vorrei poter avere il tempo di sceglierle, di avere la lucidità giusta per pesarle e regalarle. Adeguate, sonore, musicali, secche, ironiche o arrabbiate. Di tanti tipi, con tanti gusti, soltanto mai a caso. Vorrei questo da me per gli altri. In questo caso grazie è una bella parola, breve e scrocchiante. Una parola che si potrebbe legare a un abbraccio se ci fosse la possibilità di trovarsi. Davvero.
Oggi invece con qualcun'altro si parlava di suggestioni, di frasi e di rami. Di cose che ti entrano da una porta strana e poi stanno lì ad aspettare che tu gli trovi un significato, o se non un significato un posto. O se non un posto una ragione. Poi ti fermi e pensi che non sempre c'è bisogno di ragioni, di posti o di significati. Basta che quella cosa sia entrata dalla porta strana.

Ora ero qui, in un attimo di pausa non so se dal lavoro o da me stessa e riflettevo su una cosa: ho belle conversazioni io a volte.

lunedì 6 settembre 2010

ho solo

Ci sono dei momenti che sono speciali anche se a pensarci bene non c'è assolutamente niente di speciale intorno a te. L'altra sera ad esempio ero sola in macchina. Tornavo a casa all'inizio della notte e tra me e il fuori c'erano solo il finestrino semiaperto e la radio accesa. Tra me e il dentro invece c'era una massa informe di pensieri che si srotolavano, si arricciavano e si annodavano e si allungavano. Tra me e il dentro c'era un momento di calma strana, di una piacevolezza quasi fisica. Una di quelle sere in cui hai da fare un po' di strada e la città ti sembra bellissima anche se in effetti non attraversi nessun posto bellissimo. Hai da fare un po' di strada e quando arrivi ti faresti ancora un giro dell'isolato per prolungare quel momento lì, come se uscendo da quella scatola si rompesse un equilibrio fragile. Come se fermandoti si interrompesse l'incantesimo.
Credo sia l'incantesimo di riuscire a godere di momenti propri. Di vederli forse, di ascoltarli, di non farseli soltanto scivolare addosso. Di ascoltare una canzone con un senso che solo raramente ti ricordi di avere. Un senso che ti sta lì sospeso tra la pancia, il cuore, il respiro e la testa. E forse ci vuole un momento in cui sei sola, la città intorno, il vento e l'inizio della notte per ricordarti di averlo quel senso lì. E allora la radio suona bassa e tu quella canzone l'ascolti e un po' ti meravigli che possa non stancarti mai, un po' ti commuovi che ti smuova migliaia di cose dentro, un po' ti viene da sorridere, un po' te la senti addosso come se la musica fosse una mano che ti sfiora e ti tocca nei punti più sensibili che hai.
Ecco avrei voluto non essere sola l'altra sera per quei quattro, cinque minuti che mi sono sembrati lunghi e brevi insieme, per la durata di quella canzone lì e poi dopo. Avrei voluto ascoltare quelle note e quelle parole nel silenzio di un viale, di altre macchine, e di un respiro accanto al mio. E adesso vorrei riuscire a trovare le parole giuste per far sentire quell'emozione e l'intensità di quel momento in cui ero sola ma non lo ero, ma non le ho. Non ho l'insieme del vento, della temperatura, della città, della velocità della macchina, non ho l'insieme del mio respiro, del mio stato d'animo, non ho la consistenza dei vestiti che avevo e che mi sfioravano. Non ho tutto quell'insieme lì. Ho solo la parte finale di tutto questo e poi adesso ho solo la canzone.

martedì 31 agosto 2010

quello che inizia con senti

Sono due mesi, forse anche tre, che col dottore che ci parlo una volta a settimana mi alleno a sentire le cose. Io che di natura forse vorrei provare a capirle le cose, mi devo limitare a sentirle. Io che già vivo di pancia devo andare ancora oltre e provare a staccare ancora di più la spina e a avvertire sottilmente a un livello di intimità che sono sincera mi fa parecchia paura.

L'altro giorno ero al mare, dai miei, nel giardino con la siepe intorno. La siepe che limita lo sguardo ma che adesso mi protegge. Che ultimamente mi sento nuda anche quando sono vestita, mi sento come se chiunque mi potesse leggere attraverso. Saranno gli occhi sempre lucidi. Sarà che mi vedo incerta, nei movimenti. A tratti quasi storta. Io che di me apprezzo più di tutto il portamento. Quasi altero, diritto.
L'altro giorno ero al mare dai miei nel giardino con la siepe intorno, il libro in mano a far finta di leggere. Il libro in mano perché nessuno mi chiedesse conto dei miei pensieri. Lo sguardo sulle pagine. Le pagine trasparenti. E a un tratto mi sono detta, "Prova" e ho provato a sentire, a staccare la testa e semplicemente a sentire. Un po' come dare gas e accelerare, la schiena incollata alla sedia e via. Provare a sentire le mie paure, provare a sentire i miei sentimenti. Sembra uno scherzo che se le cose sono tue mica è difficile sentirle. E invece lo è, ve l'assicuro. Perché come si finge bene con l'essenza delle proprie cose non si può descrivere. Ero lì e ci ho provato e li ho sentiti entrambi. Ne ho avvertito i contorni, gli ostacoli. Ho sentito la vertigine per gli strapiombi. Un primo passo che da sentire c'è ancora tanto, ma un piccolo passo importante.
Ho sentito l'importanza di un amore. Ne ho sentito la profondità. Si è fissato dentro di me e ci vive. Ho sentito le mie paure. Che non è per niente vero che sono brava con le mie paure. Io baro con le mie paure. Solo che ultimamente le paure erano troppe e quindi era bene iniziare a provare a sentirle, a guardarle, a toccarle. Paure piccole, medie, grandi. Paure enormi. Anche paure che non ho avuto mai ma che ultimamente sono arrivate anche loro. Queste proprio bastarde. Ero lì e sentivo e provavo a fissare dentro di me quelle emozioni, quelle sensazioni. Il sorriso al pensare a un volto e l'angoscia allo stomaco a pensare ai passi, alle strade da fare, ai volti della mia famiglia che guarda aspettando quello che faccio. Tutti lì in apnea senza respirare quasi non fossi più la stessa persona e non sapessero più come agire con me.

Ho sentito che è il momento di chiudere gli occhi, farsi un po' di forza e provare. Che provare me lo devo.

Che poi ora non so neanche perché ho scritto questo post. So che lo pubblicherò e che immediatamente mi sentirò come una che è rimasta in mutande. Intanto venerdì torno a chiacchierare che questo tragitto fino a Roma me lo devo fare tutto e a piedi. Anche se in effetti il Freccia Rossa era più comodo.

sabato 21 agosto 2010

goccia

Da sola, i piedi in un mare che ha del turchese e del cristallo, il sole che accarezza, una bottiglia di acqua fresca e la goccia di cioccolata alla fine del cornetto. Ci sono momenti in cui tutto sembra semplice.

martedì 22 giugno 2010

la devo aver convinta bene

Quando ho fatto la maturità io il tema che ho scelto era una cosa sulla figura del poeta nella poesia del novecento. In pratica c'erano tutti dei pezzettini di poesie di autori ermetici, crepuscolari, criptici, volutamente incasinati ecc. ecc. che volevano dire e non volevano dire. In più la traccia non è che ti diceva parlami della poesia e della figura del poeta in questi che scrivevano per dire e per non dire. Ci dovevi arrivare tu, che lei diceva una cosa tipo che un filo rosso legava parte delle figure maggiori della poesia italiana e poi il filo rosso te lo cercavi tu e occhio che dovevi trovare quello giusto che se magari ti sembrava che parlavano tutti dei fiori, o tutti del ritmo, o tutti della musica della vita o di qualcos'altro non è che andava bene. Che succede, nelle interpretazioni, che i fili che trovi sono tanti, ma i tuoi di fili quando fai un tema di solito sono di altri colori quello rosso è uno solo. Culo chi lo azzecca. Io però per fortuna all'epoca ero abbastanza arguta e la poesia italiana del Novecento l'avevo anche studiata bene che il Novecento è stato sempre il mio pallino (già all'esame di quinta elementare per dire avevo portato La pioggia nel pineto) e per fortuna avevo anche capito dove volevano andare a parare. Insomma per farla breve ho fatto un tema che a ripensarci era bello solo un po' tanto incasinato. E infatti all'orale la professoressa che c'era mi disse molto bello, molto scritto bene, solo che mica si capisce cosa dicevano questi autori qui sulla poesia e sulla figura del poeta. Cioè si capisce e non si capisce. E io, che all'epoca ero campionessa di arrampicata libera sugli specchi, gli ho risposto che in effetti si capiva e non si capiva perché anche nelle poesie citate si capiva e non si capiva e quindi era il gioco che era così, si parlava di una cosa che si capiva e non si capiva in un modo che si capiva e non si capiva. La devo aver convinta che mi ha dato nove.

Col tempo invece scrivo peggio e soprattutto sugli specchi adesso scivolo che è una bellezza.


* (il video/ricordo è un regalo di francesco e ci sta benissimo qui sotto in effetti)

sabato 9 gennaio 2010

neanche l'aceto (canzone per un'amica)

Per forza un vien neanche l'aceto! E' da quando sono bambina che lo sento dire intorno a me. Ci riflettevo stanotte che tanto per cambiare non dormivo e pensavo e leggevo e pensavo e chiudevo gli occhi e macinavo idee. E pensavo che è vero. Per forza non viene l'aceto. Per forza non si fanno e di certo non si fortificano le amicizie. Per forza non nascono gli amori. Per forza non si costruisce quasi niente. Per forza si fanno ben poche cose.
Sicuramente non si entra nella vita delle persone, se non a costo di perderle e per sempre. Troppo più bello chi ti si avvicina in punta di piedi.