lunedì 29 settembre 2008

oggi si parla di attualità


e ci si fa aiutare da una frase trovata oggi per caso

"Ogni tempo ha il suo fascismo. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti sottili modi la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l’ordine".
(Primo Levi, 8 maggio 1974)


anzi vi dirò, mi sembra anche che basti.

domenica 28 settembre 2008

P. Levi: Nichel (8 puntata)

[SEGUE]

Il Tenente, che prestava servizio militare a Torino, salive alle cave solo un giorno alla settimana. Controllava il mio lavoro, mi dava indicazioni e consigli per la settimana seguente, e si rivelò un ottimo chimico ed un ricercatore tenace ed acuto. Dopo un breve periodo orientativo, accanto alla routine delle analisi quotidiane si andò delineando un lavoro di volo più alto.
Nella roccia delle Cave c'era dunque il nichel: assai poco, dalle nostre analisi risultava un contenuto medio dello 0,2 per cento. Risibile, in confronto ai minerali sfruttati dai miei colleghi-rivali antipodi in Canadà e in Nuova Caledonia. Ma forse il greggio poteva essere arricchito? Sotto la guida del Tenente, provai tutto il provabile: separazioni magnetiche, per flottazione, per levigazione, per stacciatura, con liquidi pesanti, col piano a scosse. Non approdai a nulla: non si concentrava nulla, in tutte le frazioni ottenute la percentuale di nichel rimaneva ostinatamente quella originale. La natura non ci aiutava: concludemmo che il nichel accompagnava il ferro bivalente, lo sostituiva come vicario, lo seguiva come un'ombra evanescente, un minuscolo fratello: 0,2 per cento di nichel, 8 per cento di ferro. Tutti i reattivi d'attacco pensabili per il nichel avrebbero dovuto essere impiegati in dose quaranta volte superiore, anche a non tener conto del magnesio. Un'impresa economicamente disperata. Nei momenti di stanchezza, percepivo la roccia che mi circondava, il serpentino verde delle Prealpi, in tutta la sua durezza siderale, nemica, estranea: al confronto, gli alberi della valle, ormai già vestiti di primavera, erano come noi, gente anche loro, che non parla, ma sente il caldo e il gelo, gode e soffre, nasce e muore, spande polline nel vento, segue oscuramente il sole nel suo giro. La pietra no: non accoglie energia in sé, è spenta fin dai primordi, pura passività ostile; una fortezza massiccia che dove smantellare bastione dopo bastione per mettere le mani sul folletto nascosto, sul capriccioso nichel-Nicolao che salta ora qui ora là, elusivo e maligno, colle lunghe orecchie tese, sempre attento a fuggire davanti ai colpi del piccone indagatore, per lasciarti con un palmo di naso.
[CONTINUA]

giovedì 18 settembre 2008

duettando



alcuni anni fa - correva l'anno 2001 mi sembra - per un eccesso di femminismo di cui ogni tanto mi fregio comprai una serie di CD che davano in allegato alla Repubblica il sabato mattina che si intitolava "Le donne della musica"*. Erano tutti bellissimi. Esecutrici eccezionali tra i quali a tutt'oggi non so ancora scegliere quale è che preferisco. Consumato è quello di Martha Argerich, che poi ho avuto la fortuna di sentire al Comunale a Firenze, straordinari quelli di Viktoria Mullova, Sabine Meyer e Anne-Sophie Mutter, più difficile ma non meno bello quello di Natalia Gutman. Oggi però mi sono ascoltata il loro (Katia & Marielle Labèque) che apre proprio con questa esecuzione qui...buon ascolto :)


* successivamente ne usci un'altra serie simile che si intitolava "Cinque stelle" (Sharon Isbin, Michala Petri, Nobuko Imai, Maria Graf, Evelyn Glennie) e onestamente meritava molto anche quella

martedì 16 settembre 2008

Amchiche


"Amchiche è in cerca di compagnia. Si è degnato a malapena di farsi vedere all'inizio della mattinata, seguito da due gatti dal pelo opaco. Anche spazzolati, non reggerebbero il confronto con Amchiche. Un vero signore... Non deve pesare più dei gatti di saint-Martin ma è più alto, più slanciato e la sua testa elegante a forma di triangolo allungato, trafitto da occhi immensi, dondola con una grazia sconosciuta da questa parte del Mediterraneo"

Racconto brevissimo di un'eleganza davvero rara questo di Didier Daeninckx; per me una sorpresa tanto inaspettata quanto piacevole. Il gatto di Tigali è, né più né meno, una storia di razzismo dove i protagonisti umani - una famiglia composta da padre, madre e figlia piccola di ritorno in Francia dopo un periodo di lavoro in Algeria - vengono colpiti dall'intolleranza dei propri concittadini (in maniera oltremodo crudele) attraverso l'affetto per il proprio animale: il gatto Amchiche. Torturare un gatto, ucciderlo per colpire degli uomini, per colpire chi si crede (o si crede di sentire) diverso da noi. Non ditemi che non è crudele questo. E a mio giudizio infatti la bravura dell'autore sta proprio nel rendere accessibile a dei bambini/ragazzi un argomento come questo, nel rendere questa storia un qualcosa su cui si può concretamente lavorare. Un po' come ha fatto Franco Brunetta che ha realizzato insieme a dei bambini della scuola elementare le illustrazioni a xilografia per l'edizione Sonda, illustrazioni nelle quali, come dice lo stesso autore, "non c'è improvvisazione, ma l'organizzazione di un complesso sistema di ricerca e di operazioni accessibili ai bambini". La storia è semplice, breve ma cattura, colpisce e non molla la presa. Il linguaggio è tanto poetico, luminoso, pieno di sabbia e di poesia nei paesaggi algerini quanto netto, senza fronzoli, crudo nei paesaggi francesi. Un po' lo stesso succede per i personaggi laterali che sono tanto affascinanti e fantasiosi nelle descrizioni dell'Africa (si pensi al tassista che canta la vecchia ninna nanna), quanto sono strutturati e inquadrati nelle descrizioni del villaggio francese.
Certo l'interrogativo che si pone è come mediare questa lettura, come affrontare un tema così e - non ultimo e problema sempre aperto quando si fa promozione con bambini e ragazzi - a quale età proporlo concretamente. In questo aiuta il finale che pur nella sua durezza offre una visione di speranza, di apertura e di luminosità estrema riducendo notevolmente le difficoltà nella promozione di questa storia.

"Nessuno dei nostri cinque gatti ha il pelo dello stesso colore. Si sentono fusa in nero, in biianco, in rosso, in grigio-perla... Hanno tutti madri diverse, ma basta guardarli drizzarsi sulle quattro lunghe zampe, allungare i corpi nervosi ed inclinare le teste eleganti a forma di stretto trongolo, per capire che il padre è lo stesso...
Neanche uno accetta di essere preso in braccio. E tuttavia non sono selvatici e sembrano abituarsi alla nostra presenza. L'amore strappa già loro i primi lamenti, come ai loro diciotto fratelli e sorelle sparsi per il paese.
La notte, le loro urla interminabili assomigliano stranamente al richiamo del muezzin di Tigali"
.

Il gatto di Tigali / Didier Daeninckx ; illustrazioni di Franco Brunetta e i suoi bambini. - Milano : Sonda, 1990. - 1 v. : ill. - (Brivido ; 3). - Premio «Polar Jeunesse» Festival di Grenoble 1989. - ISBN: 8871060369

[piccola nota personale: è un po' un caso se ultimamente parlo soltanto di libri per bambini e ragazzi. Mi sono messa a leggere un grande classico che in questo momento sta assorbendo un po' delle mie energie di lettrice per cui il tempo che mi rimane lo uso per ampliare un po' il mio gruppetto di libri per ragazzi... anche perché tra poco si ricomincia ed è necessario trovare un po' di titolini nuovi]

lunedì 15 settembre 2008

un filo di vento



Ma ora è il momento
di mettersi a dormire
lasciando scivolare il libro che
ci ha aiutati a capire
che basta un filo di vento
per venirci a guidare
perché siamo naviganti
senza navigare
mai.


(potrei scrivere tante cose, ma forse è meglio se non scrivo niente)

martedì 9 settembre 2008

Le lettere del sabato, di Irene Dische

"Si sedeva sul bordo del letto, prendeva la mano di suo figlio, lo guardava bene in faccia e sussurrava: - Oh be', almeno so che quando crescerai penserai con la tua testa. Non avrai paura di nulla. Non avrai paura nemmeno di morire. Eppure amerai la vita. Oh sì, l'amerai tanto, la vita. E hai le mani appiccicose. Ci siamo scordati di lavarle. Non fa niente.
[...] Laszlo carezzava la fronte di Peter, lo guardava diritto negli occhi e continuava a sussurrare, e gli parlava di arte, di architettura, di certe persone che si comportavano come maiali, anche se a dirlo si faceva torto ai maiali. Peter, notando che quelle parole strane non alteravano la congenita allegria del volto del padre, si addormentava riscaldato da quello sguardo affettuoso"


Questo di Irene Dische è un piccolo libro esile esile. La scrittura è lieve, leggera, fluida, la storia bella. E' un piccolo libro che si legge in un soffio. Certo se si guarda la quarta di copertina ci si aspetterebbe un qualcosa di diverso, ovvero un romanzo più descrittivo, più "storico". L'ennesimo ma importante romanzo che racconti - attraverso gli occhi di un bambino - la seconda guerra mondiale, la deportazione. L'ennesimo ma importante romanzo che ti aiuti a parlarne ai ragazzi delle scuole. E in parte è così: vi si trovano infatti raccontate la notte dei cristalli, l'atmosfera berlinese tra la fine degli anni '30 e gli inizi degli anni '40, la necessità di fuggire, di capire e di far capire quello che sta succedendo. Personalmente penso però che se ci si limita a cercare nel libro di Irene Dische solo questo aspetto allora è una lettura che un po' delude e non assolve pienamente al suo compito, o almeno non lo fa come sono riusciti invece a farlo altri autori e altre storie. Penso ad esempio all'Uri Orlev de L'isola di via degli uccelli, al Jerry Spinelli di Misha corre, all'Eric-Emmanuel Schmitt di Il bambino di Noè o allo Jona Oberski di Anni d'infanzia, per non parlare poi di famosissimi diari e testimonianze dirette.
C'è però, a mio giudizio, un qualcosa di straordinario nel libro della Dische: la resa dei legami affettivi e familiari che presenta. Storie queste che se da un lato aiutano a spiegare e interpretare la contingenza dei tempi in cui sono ambientate, dall'altro sembrano quasi superarla e dilatarsi un uno spazio senza tempo. Straordinaria ad esempio è la figura di Laszlo Nagel, un padre dal "temperamento troppo vivace", un padre che "corre troppi rischi", un padre del tutto "privo di buon senso" ovvero un padre totalmente al di fuori di tutti i canoni prescritti per il suo ruolo. Straordinario è il legame di affetto reciproco, di aspettativa, di attesa che si crea con il figlio Peter, che lettera dopo lettera capisce l'irrealtà delle storie che gli vengono raccontate e con fiducia vi si adegua e soprattutto vi si abbandona inventando storie a sua volta. Straordinario è a sua volta il ruolo del nonno che, diversissimo dal figlio nella sua rigidità e canonicità, alla fine rivela un aspetto umano che lascia esterefatti e colpiti.

Concludo però col dire che il finale invece lascia perplessi. Non lo racconto perché magari a qualcuno era venuta voglia di leggere il libro. Però sono d'accordo con quello che in più occasioni ho sentito dire a Carla Poesio che in fatto di libri per ragazzi ha ben più esperienza e capacità di me. Una storia per bambini e ragazzi anche in un "cattivo finale" deve avere e dare una speranza e questo libro invece non lo fa. Certo la Dische ci prova, ma in modo affrettato e un tantino sconclusionato col risultato, a mio avviso, di lasciare soltanto un gusto molto amaro in bocca.

Una seppur piccola nota di merito va invece all'editore (Feltrinelli) che dopo aver fatto uscire in maniera un po' azzardata il libro nella collana Sburk con una copertina (che è quella che si vede sopra) nettamente indirizzata a bambini forse un po' troppo piccoli, ha via via aggiustato il tiro inserendo dapprima il libro nella collana Il gatto nero e poi arrivando a farlo uscire nella Universale economica. Anche se certo ora si corre il rischio che i ragazzi non lo identifichino come un libro per sé.


Le lettere del sabato / Irene Dische ; traduzione di Roberto Serrai ; illustrazioni di Marilena Pasini. - Milano : Feltrinelli Kids, 1999. - 93 p. : ill. - (Sbuk ; 3). - ISBN: 8807920034

quello che manca

Salve, amici! diceva Legrandin venendoci incontro. Beati voi che potete restare qui così a lungo; io domani devo tornare a Parigi, nella mia nicchia. Oh! aggiungeva con quel sorriso dolcemente ironico e deluso, un po' distratto, che gli era peculiare, non mancano certo, là nella mia casa, tutte le cose inutili. Quello che manca è solo il necessario, un gran lembo di cielo come qui. Cercate sempre di conservare sempre un lembo di cielo sopra la vostra vita, fanciullo mio, aggiungeva voltandosi verso di me. Voi avete un'anima bella, d'una qualità rara, una natura d'artista, non lasciatele mancare ciò di cui ha bisogno.
(M. Proust, Dalla parte di Swann)

martedì 2 settembre 2008

presi all'amo

Era il 1957 quando Vance Packard, precorrendo un po' i tempi, scriveva questo illuminante libro sui meccanismi di persuasione utilizzati dai professionisti del messaggio pubblicitario. E' il 2008 e tanti di questi meccanismi sono tutti lì davanti ai nostri occhi immutati, arricchiti, affinati e raffinati più che mai.

E dire che mentre lo leggi ti ritrovi a pensare: no è impossibile a me non succede, io la macchina la cambio ogni dieci anni, il cellulare finché non si rompe me lo tengo, il frigo? che fai scherzi? mi ricordo sempre lo stesso a casa da quando sono nata e quando vado a fare la spesa compro solo quello che mi serve e nient'altro. Poi più gli esempi si susseguono e più ti sorgono dei dubbi e allora dopo che lo hai finito pensi: vabbé quel che è stato è stato ma ora giuro che non mi faccio fregare più. Poi però ci ricaschi, vai al supermercato e ti fregano. Ti vedi la rughetta e dici forse se mi compro la crema tizia mi passa e allora vai e te la compri; poi ti vedi l'occhiaia e pensi che forse è anche l'ora della cremina caia e ti compri pure quella con il risultato che tutte le tue rughette e le tue belle occhiaie te le tieni, però in compenso hai la casa piena di creme. Insomma neanche te ne accorgi che abbocchi all'amo.
E allora un po' ti viene l'atroce dubbio - subito scacciato peraltro - di somigliare un po' a quelle massaie descritte da Packard (che seppur con un fondo di compassione ti hanno fatto tanto ridere mentre leggevi) le quali con l'occhio pallato e in pieno stato ipnotico si aggirano tra gli scaffali del supermercato totalmente incapaci di intendere e di volere.

Provando a tornare seria. Tante cose sono cambiate e sicuramente in questo libro è forte lo scenario tipicamente americano, però sono moltissimi gli spunti che questa lettura è ancora in grado di produrre, moltissimi i dubbi che è ancora capace di insinuare e sinceramente dopo più di mezzo secolo da quando è stato scritta non mi sembra una cosa da poco. Cosa poi non secondaria il tutto in uno stile scorrevole e fortemente accattivante. Se fai infatti uno sforzo di razionalità e ti fermi a riflettere su quello che ti circonda ti accorgi come il meccanismo della persuasione è forte, come è raffinato, come davvero siamo tutti un po' presi all'amo, anche (o volendo esagerare soprattutto) chi pensa orgogliosamente di esserne estraneo. L'utilizzo sfrenato della persuasione dei bambini, il meccanismo dell'invecchiamento psicologico degli oggetti, l'utilizzo smodato e martellante di slogan e volti capaci di insinuarsi come figure rassicuranti nella psiche delle persone sono cose tanto innocue e invisibili, quanto pericolose e di tutti i giorni.

E allora ti si accende una lampadina e riesci a capire anche alcuni risultati elettorali per i quali altrimenti non trovi spiegazioni.

Certo alla fine Packard prova a chiudere con una prospettiva di ottimismo:

Ci resta ancora un ottimo mezzo di difesa contro questi persuasori: possiamo non lasciarci persuadere. In tutte le situazioni abbiamo ancora, virtualmente, la possibilità di scegliere, e i tentativi di manipolazione non avranno alcun effetto se il cittadino è preparato a riceverli. Mi auguro che questo libro possa contribuire a dare l'allarme.

ma onestamente sembra non crederci troppo neanche lui (e noi con lui).

I persuasori occulti, con I persuasori occulti rivisitati negli anni ottanta / Vance Packard ; traduzione di Carlo Fruttero. - 11. ed. - Torino : Einaudi, [2006]. - xiii, 281 p. - (ET Saggi ; 9). - ISBN: 8806173448