martedì 17 febbraio 2009

giovedì 5 febbraio 2009

L'istruttoria, di P. Weiss


Uscii dal Lager
ma il Lager esiste sempre


Qualche tempo fa lessi un libro molto duro ma importante dal titolo Le reaparecide. Sequestrate, torturate, sopravvissute al terrorismo di Stato in Argentina. Un libro pubblicato da Stampa alternativa che raccoglieva i ricordi comuni di un gruppo di donne argentine scampate alle torture fisiche e psicologiche della ESMA. Tra tutte quelle pagine, tra tutti quei ricordi, tra tutte quelle testimonianze mi colpì moltissimo una frase: vivi una vita normale finché qualcosa, a volte forte come un fulmine, a volte sottile come la nebbia, ti colpisce o ti avvolge: e il campo torna. Mi colpì perché dava nettissima l'idea di come non ci si può liberare da certe esperienze vissute, di come ti rimangono scolpite nella mente, incise sulla pelle o attaccate sotto le unghie. La stessa identica sensazione che adesso ho ritrovato leggendo L'istruttoria di Peter Weiss: uscii dal Lager, ma il Lager esiste sempre. Stessa sensazione, stesso dolore, stesso senso di soffocamento. Ma in questo caso c'è persino di più. Questo di Weiss infatti è uno dei testi più duri ed emotivamente forti che mi sia mai capitato di leggere e anche se ormai l'ho finito da un po' non riesco a togliermi dalla testa la crudezza di certe immagini, la cattiveria di alcune parole, la freddezza inumana di alcuni racconti. Io che di solito leggo molto non riuscivo ad andare oltre le poche pagine e poi mi fermavo. Troppo il coinvolgimento emotivo, troppa la voglia in alcuni momenti di smettere, troppo lo schifo. E allora mi sono domandata e ridomandata che cosa rendeva questa lettura così diversa dalle molte altre fatte sull'argomento e credo di aver trovato una risposta nelle pagine di introduzione scritte da Giorgio Zampa all'edizione Einaudi 1966: "Il giudice, il difensore, il procuratore, diciotto accusati e nove testimoni anonimi, ognuno dei quali impersona più di un testimone reale, sono i personaggi di questo «oratorio in undici canti»; nel quale non è passata una parola che non sia stata pronunciata nell'aula del tribunale". E' l'assoluta verità di queste pagine, la mancanza totale di filtri, l'assenza di una qualsiasi finzione letteraria, la «materia inaudita» che pagina dopo pagina viene fuori, a rendere queste pagine drammaticamente uniche. A renderle significativamente insostenibili. L'autore infatti tra il 20 dicembre 1963 e il 20 agosto 1965 assistette alle udienze del processo che si svolse a Francoforte sul Meno contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz ed è dai sui appunti, dalle parole annotate fedelmente, dalle risate degli accusati e dalle difficoltà dei testimoni che nacque il testo per teatro de L'Istruttoria. Un testo che, attraverso la riproduzione fedele di frasi brevi, di racconti spogliati di ogni orpello, riesce a colpire centrando in pieno e con forza il lettore. Un testo che adesso mi piacerebbe poter vedere sulle scene a cui è destinato anche se so già l'effetto dirompente che avrebbe su di me.

L'istruttoria : oratorio in undici canti / Peter Weiss. - Torino : G. Einaudi, 1966. - 251 p. - (Collezione di teatro ; 106)

lunedì 2 febbraio 2009

P. Levi: Nichel (9 puntata)

[SEGUE]

Ma non è più tempo di folletti, di niccoli e di coboldi. Siamo chimici, cioè cacciatori: nostre sono «le due esperienze della vita adulta» di cui parlava Pavese, il successo e l'insuccesso, uccidere la balena bianca o sfasciare la nave; non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. Siamo qui per questo, per sbagliare e correggerci, per incassare colpi e renderli. Non ci si deve mai sentire disarmati: la natura è immensa e complessa, ma non è impermeabile all'intelligenza; devi girarle intorno, pungere, sondare, cercare il varco o fartelo. I miei colloqui settimanali col Tenente sembravano piani di guerra.
Fra i molti tentativi che avevamo fatti, c'era anche stato quello di ridurre la roccia con idrogeno. Avevamo disposto il minerale, finemente macinato, in una navicella di porcellana, questa in un tubo di quarzo, e nel tubo, riscaldato dall'esterno, avevamo fatto passare una corrente d'idrogeno, nella speranza che quest'ultimo strappasse l'ossigeno legato al nichel e lo lasciasse ridotto, cioè nudo, allo stato metallico. Il nichel metallico, come il ferro, è magnetico, e quindi, in questa ipotesi, sarebbe stato facile separarlo dal resto, solo o col ferro, semplicemente per mezzo di una calamita. Ma, dopo il trattamento, avevamo dibattuto invano una potente calamita nella sospensione acquosa della nostra polvere: non ne avevamo ricavato che una traccia di ferro. Chiaro e triste: l'idrogeno, in quelle condizioni, non riduceva nulla; il nichel, insieme col ferro, doveva essere incastrato stabilmente nella struttura del serpentino, ben legato alla silice ed all'acqua, contento (per così dire) del suo stato ed alieno dall'assumerne un altro.
Ma se si provasse a sgangherare quella struttura? L'idea mi venne come si accende una lampada, un giorno in cui mi capitò casualmente fra le mani un vecchio diagramma tutto impolverato, opera di qualche mio ignoto predecessore; riportava la perdita di peso dell'amianto delle Cave in funzione della temperatura. L'amianto perdeva un po' d'acqua a 150°C, poi rimaneva apparentemente inalterato fin verso gli 800°C; qui si notava un brusco scalino con un calo di peso del 12 per cento, e l'autore aveva annotato: «diventa fragile». Ora, il serpentino è il padre dell'amianto: se l'amianto si decompone a 800°C, anche il serpentino dovrebbe farlo; e, poiché un chimico non pensa, anzi non vive, senza modelli, mi attardavo a raffigurarmi, disegnandole sulla carta, le lunghe catene di silicio, ossigeno, ferro e magnesio, col poco nichel intrappolato fra le loro maglie, e poi le stesse dopo lo sconquasso, ridotte a corti mozziconi, col nichel scovato dalla sua tana ed esposto all'attacco; e non mi sentivo molto diverso dal remoto cacciatore di Altamira, che dipingeva l'antilope sulla parete di pietra affinché la caccia dell'indomani fosse fortunata.
Le cerimonie propiziatorie non durarono a lungo: il Tenente non c'era, ma poteva arrivare da un'ora all'altra, e temevo che non accettasse, o non accettasse volentieri, quella mia ipotesi di lavoro così poco ortodossa. Me la sentivo prudere su tutta la pelle: capo ha cosa fatta, meglio mettersi subito al lavoro.
[CONTINUA]