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martedì 15 aprile 2014

conosco un posto nel mio cuore

“Guidavo per tornare a casa e sentivo che non poteva succedermi niente di male, perché tutto l’amore è negli alberi, e ne esiste una riserva infinita, se soltanto si trova il coraggio di sollevare lo sguardo e perdersi nell’intrico delle cose che si rimandano l’una all’altra, senza confini.”
(A. De Roma, La mia maledizione, Torino 2014, p. 156)

Era un po' di tempo che volevo scrivere questo post solo che non riuscivo a trovare il filo del pensiero giusto per iniziare. Più che altro a trovare un attimo di armonia mia che mi permettesse di guardarmi dentro senza correre il rischio di perdermi. Poi l'altro giorno ero in macchina e dalla radio è partita una canzone, una gran bella canzone. L'ascoltavo e cantavo - conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare - e mi si è fermato qualcosa. Su quel vento nel cuore, sul sedersi e ascoltare ho ri-pensato al libro della Mitia e ho capito che forse era arrivato il momento giusto. È stato un lampo e mi è venuto in mente Alberto, l'olmo che di notte si fa umano e va a ascoltare i racconti delle persone, i loro sogni, i loro pensieri. E mentre canticchiavo ho sorriso all'idea di una leggenda che non conoscevo minimamente ma che mi è sembrata da subito grandiosamente bella. Ho pensato che è bello quel libro lì, che è bella l'idea di mettere insieme storie diversissime, spesso anche molto dolorose e legarle con un filo tanto leggero quanto resistente rappresentato da un albero che ascolta di notte i pensieri e i sogni di un gruppo di persone. Tanti racconti più o meno separati tenuti insieme da un albero ascoltatore e da una stessa esperienza comune. Ho pensato a quante volte ci troviamo in mezzo a persone più o meno sconosciute con in testa soltanto i nostri pensieri; in mezzo a altri ma senza riuscire a avere la percezione di ciò che ci circonda, un po' come accade ai personaggi del libro che nonostante siano tutti alla stessa fermata e tutti in attesa dello stesso autobus sono talmente presi da loro stessi da non vederlo neanche passare. Ho pensato a quante volte mi sarà successo di non accorgermi di qualcosa e di deludere qualcuno, presa come ero dalla circolarità dei miei pensieri, delle mie emozioni, dalla tirannia dei miei pensieri e delle mie emozioni, tristi o felici non importa: un po' come la delusione dell'autista dell'autobus che è pronto a mostrare a tutti il suo orologio nuovo e a raccontare le novità belle della sua vita e li vede rimanere fermi completamente disinteressati a lui, completamente assorti, immobili. Ho pensato che forse ci voleva anche a me un albero, proprio come nella storia, un olmo dei sogni, per reintrodurmi nuovamente in un contesto, per farmi vedere le cose dall'alto senza l'obbligo di viverle in prima persona, senza la pesantezza di doverle vivere sempre in prima persona. Per farmi nuovamente sentire che sì ci sono io, ma che c'è anche un mondo intorno, un mondo fatto di storie che hanno solo voglia di essere scoperte. Ho pensato che ci voleva un albero, un olmo dei sogni, a farmi sentire per l'ennesima volta che è necessaria un'alternanza: a volte si sta sul palcoscenico, a volte si sta in platea e si guarda, a volte si sta dietro le quinte e si fa il tifo e a volte si sta nella buca del suggeritore sperando di dare il suggerimento giusto. Ho pensato a quante piccole sensazioni si provano leggendo queste pagine. Alla percezione delle proprie mani e delle proprie braccia, nel momento esatto in cui i rami di Alberto si fanno braccia e mani di corteccia, nel momento esatto in cui la sua linfa si fa sangue. Alla percezione delle proprie gambe nel momento esatto in cui Alberto libera le sue radici e si muove, acquistando una leggerezza sconosciuta. Alla percezione dello sfiorarsi della pelle quando Alberto si mette accanto alla ragazza dalla castagna matta, al ricercare quel minimo tocco, quel tocco assolutamente impercettibile e magico che fa la differenza tra dare la mano a qualcuno e innamorarsi. Due cose mi ha lasciato questa lettura, o forse me le ha fatte ritrovare: la bellezza di ascoltare e l'importanza di staccarsi, di dare una prospettiva, di vedere le cose al di fuori di sé. A ben pensarci mi ha fatto ritrovare due cose grandi, in un periodo in cui ero troppo presa da farmi ascoltare e troppo presa da tenermi sempre al centro delle situazioni.
Concludo dicendo un'ultima cosa. Alcune storie sono tristi, alcune molto tristi, ma io in questo libro ci sento la felicità. La felicità di averlo scritto, l'entusiasmo, la contentezza di aver messo un punto e di essere andati a capo. Ci sento la voce cristallina e molto ragazzina della sua autrice e la sua risata, che se non l'avete mai sentita mi dispiace per voi. Mi ricordo di averlo iniziato e dopo un po' di aver preso il telefono per mandare un messaggio alla Mitia, credo che il telefono facesse le scintille da come mi sentivo. Lei di sicuro se lo ricorda. Mi sono sentita felice per lei e forse anche un po' per me perché davvero ci sono delle contentezze che contagiano. Era dicembre e ora è aprile. Ci ho messo tanto a scriverlo questo post, spero che capisca. In questo periodo, forse, ho ascoltato un po' troppo me stessa.

* La castagna matta / Mitia Chiarin ; con una prefazione di Stefano Pallaroni. - Pavia : Blonk, 2013. - 1 ebook

martedì 25 settembre 2012

i pensieri al soffitto / 1

Giovedì mentre stavo andando via e ero sulla porta il dottore con cui ci parlo mi ha detto che sono una persona che sa voler bene. Giovedì quando torno gli domando a cosa mi serve questa cosa qui, perché in tutta onestà io ancora non l'ho capito.

venerdì 21 settembre 2012

del giusto e dell'ingiusto

A una certa età impari a conoscerti, se poi decidi che è il momento di conoscerti meglio per smussare alcuni angoli che ti creano sofferenza e inizi un percorso guidato, allora inizi a conoscerti davvero e ti diventa impossibile tornare indietro. Perché quando inizi a vedere alcune cose di te poi non riesci più a nascondertele, proprio ti diventa impossibile, le puoi solo affrontare e smussare, combattere e assecondare, ridimensionare o fare emergere. Cammini tanto, parli tanto, ma sono i momenti decisivi a farti fare quel clic dentro da cui non si torna indietro. In questi anni col dottore che ci parlo ho avuto alcuni di questi momenti così, momenti decisivi da cui non sono più potuta tornare indietro. Anche se quel che avevo dietro era decisamente più semplice di quello che a un tratto mi sono trovata davanti. Perché sia chiaro, mica sono tutte belle le cose che scopri, anzi spesso sono delle pugnalate vere e proprie. Mica ti piaci poi così tanto dopo, proprio no. Ci sono delle volte che esci e ti chiedi se la gente se ne accorge che persona orribile sei. Poi la verità è che spesso sei orribile con te stessa e accettabile e carina all'esterno. E' riuscito a rivoltarmi contro quasi tutte le cose per cui mi sentivo in ragione e a farmi sentire in ragione in quasi tutto quello per cui mi sentivo in torto. Poi un giorno memorabile della mia vita mi ha insegnato che devo proprio eliminare dal mio vocabolario il giusto e l'ingiusto. E io ero una che la ripetevo in continuazione questa cosa del giusto e dell'ingiusto. Sono concetti che non vogliono dire nulla mi ha detto quel giorno lì. Giusto rispetto a cosa? mi ha chiesto. Ingiusto rispetto a cosa? ai tuoi valori? i tuoi valori sono tuoi mica sono assoluti. Rispetto all'etica cristiana? se non credi non valgono più. Rispetto alla morale pubblica? e chi la stabilisce la morale pubblica? mi ha smontato. Mi ha guardato e mi ha detto di togliermeli dalla testa il giusto e l'ingiusto. Di sforzarmi di non dire proprio più queste due parole. Perché così facendo scarico solo le mie responsabilità su altri, mi sollevo da quello che devo fare io e trovo sempre una giustificazione altrove. Cara mia non va così, mi ha detto. Salvo due o tre cose del vivere civile non esistono cose veramente giuste o ingiuste, esistono cose che si vogliono per noi e cose che non si vogliono. Cara mia lo decidi tu, mi ha detto. Ti devi dire questa cosa la voglio, oppure, questa cosa non la voglio. Ci ho pensato tanto a questa cosa, specialmente nell'ultimo periodo. Ho pensato tanto a questo decidere in prima persona se quello che mi viene da fuori io lo voglio oppure no. Mi sono chiesta a lungo se mi sentivo forte di prendere e dire a me stessa e a qualcun altro, "No guarda io questa cosa qui proprio non la voglio, tienitela per te". Ho pensato tanto e alla fine mi sono accorta che gira che ti rigira sono sempre io a fare il bello e il cattivo tempo delle mie giornate. E che tutte le volte che ho fatto il cattivo tempo era perché intimamente io quella cosa che accettavo in verità non la volevo. Sono alcuni mesi che giusto e ingiusto non lo dico più. All'inizio ogni tanto mi scappava ora invece non più. E sono giorni questi in cui, per la prima volta, ho deciso che alcune cose non le voglio. Ho provato al lavoro a dire quello che non ero più in grado di accettare, l'ho detto civilmente ma ferma, e le cose che volevo le ho ottenute. Non è caduta la biblioteca e nessuno mi ha tolto il saluto perché per una volta mi sono imposta. L'ho deciso nella mia vita privata e sono giorni in cui giro parecchio a vuoto, ma giro su strade mie, non su strade di altri. Il mondo mi sembra che non sia cascato neanche in questo caso. Probabilmente neanche se ne è accorto.

Sono giorni che ho finalmente capito che io la confusione non la voglio, che voglio dare importanza alle cose che per me sono importanti. Mi ha fatto clic qualcosa l'altro giorno, all'improvviso. Mi ha fatto bene. Forse è stato lo scoprire che se ti si vuol ferire tutti i mezzi sono validi, anche il renderti invisibile. L'ho scoperto e ho deciso che io una cosa così non la voglio, perché se decido di accettarla allora posso appellarmi a tutti i santi della giustizia e dell'ingiustizia, il fatto finale è che mi sta bene perché sono io che sono stata al gioco.

Sono stata molto fuori e mi sono goduta la mia città in questi ultimi giorni. Ma proprio me la sono goduta nelle immagini, nei suoni e nel tempo. Ho anche scritto una cosa, mi sono anche commossa nel farlo. Se mi prendo di coraggio la pubblico, altrimenti questa dichiarazione d'amore rimane tra me e lei. Ogni tanto in effetti tenere le cose private farebbe anche bene.

[con un grazie alla mia amica Fata per la lettura, è stata preziosa]

mercoledì 27 giugno 2012

ma questa cosa vuol dire che sto uscendo pazza?

"Esaurimento?"
Non era tanto il fatto che non sapesse di cosa si trattava, perché lo sapeva, ne aveva parlato anche il Radiocorriere a proposito di una cantante famosa. Era più la circostanza che l'esaurimento nervoso sembrava essere una malattia da ricchi, una cosa di cui poteva soffrire qualcuno che dalla vita aveva già tutto, e, non sapendo cosa altro in più potesse avere o quale nuovo sfizio togliersi, si concedeva un bell'esaurimento nervoso. A Carmela riusciva difficile pensare che sua figlia, con un appartamento di tre stanze a via Cesare Sersale di cui faticava a pagare l'affitto, il lavoro di segretaria dattilografa a tempo pieno presso lo studio de Magistris e tutti i pensieri che le dava un bambino piccolo e non particolarmente riuscito come Peppino, potesse trovare il tempo e l'occasione per farsi venire pure l'esaurimento. Era un lusso del tutto ingiustificato.
"Esaurimento", ripetè quindi, approfittando anche del fatto che sua figlia di fronte a quella possibilità non aveva nemmeno aperto bocca. Il dottore annuì con forza.
"E' solo un'ipotesi. Basterebbe che incontrasse una volta uno psicologo, e ci facesse una chiacchierata. Poi sarebbe lui a decidere se occorre continuare."
"Se pensate... Dotto', noi la verità non conosciamo nessuno psicologo."
"Ne conosco io uno bravo. Sta alla Usl di piazza Municipio, che non è manco lontano. Però per funzionare, la signora, vostra figlia, deve essere convinta di volerci andare."
Rosaria per qualche istante non parlò. Poi, proprio quando Carmela stava per aprire bocca, la figlia disse solo: "Ma questa cosa vuol dire che sto uscendo pazza?"
"No, signora Rosaria, assolutamente no. Vuol dire che state affrontando un periodo difficile. E che parlare con qualcuno vi potrebbe aiutare."
"Ma se questa non vuole parlare manco con me che sono la mamma!" intervenne pronta Carmela. Il dottore sospirò e si preparò ad affrontare l'argomento, e a spiegare alla signora Sansone madre che proprio perché il dottor Matarrese era un estraneo, e per di più nemmeno di Napoli, ma di Roma, fare quattro chiacchiere con lui poteva funzionare.

Rientrata a casa, più tardi, Carmela si mise immediatamente a cucinare. Tirò fuori un paio di chili di cipolle dal frigidèr e cominciò ad affettarle per preparare una bella genovese. Sua figlia sarebbe andata da uno psicologo. Non lo avrebbe saputo nessuno, tranne le persone strettamente coinvolte, vale a dire i suoi altri tre figli. Suo marito Pasquale fino a quando si poteva non doveva venire a conoscenza di nulla, non avrebbe capito, lui era, come dicevano tutti, "antico". Peppino era troppo piccolo. Antonio era un bravo ragazzo, e bisognava dirglielo comunque, ma la cosa la preoccupava. Quando si innervosiva suo genero tendeva a parlare troppo, e come ci si poteva fidare che poi al momento buono, magari a tavola, davanti a parenti del Nord e affini, non se ne uscisse con un "Statti zitta tu, che vai pure dal medico dei pazzi!" Carmela affettava e affettava, e per quanto affettasse cipolle non riusciva nemmeno a piangere. Già vedeva sua figlia varcare la soglia dell'ambulatorio del dottor Matarrese per uscirne poi in camicia di forza, internata in una di quelle case di cura che stavano sotto al Vesuvio, lo sguardo da pazza, i capelli arruffati in testa, e la voce che non si capiva niente di quello che diceva, come la zia Antonietta quando a settant'anni aveva preso quel morbo suo. Sospirò. Carmela ne aveva passate molte nella vita. Aveva visto la guerra e conosciuto la fame. Si ricordava una sua amica di quand'era piccola che un inverno era morta di freddo, nel letto di casa sua, con le mani strette intorno al lenzuolo troppo leggero. Si ricordava il mercato nero e le grotte dove andavano quando bombardavano Napoli. Si ricordava quando non c'era la televisione. Si ricordava che erano stati così poveri dopo la guerra che una sera, a ora di cena, erano entrati i ladri in casa, e Pasquale senza scomporsi gli aveva detto: "Non teniamo niente. Solo questa pasta e fagioli. Se volete favorire..." I due ladri, che dovevano essere più affamati di loro, avevano favorito, e poi se n'erano andati ringraziando. Poteva dire di aver visto molto, e di sentirsi pronta a vedere anche di più. Ma questo, proprio questo, non pensava mai che avrebbe dovuto affrontarlo. Sua figlia sarebbe andata in cura da uno psicologo. Cominciò a soffriggere le cipolle e finalmente un paio di lacrime vennero giù.

* La kryptonite nella borsa / Ivan Cotroneo. - Milano : Bompiani, 2007. - 205 p. - (Narratori italiani). - ISBN: 9788845259883

venerdì 27 aprile 2012

di mezzi secoli e altre ere geologiche

Il dottore con cui ci parlo l'altro giorno mi ha detto che io ho un livello di percezione che fa spavento. Che le cose le avverto ancora prima che accadano, che i sentimenti o le sensazioni mi arrivano dirette senza filtro, solo che poi ci metto un secolo e mezzo a elaborarle dentro di me, a dargli una forma, a prendere decisioni, a esserne consapevole. E allora io ci ho pensato a questa cosa qui che mi ha detto, perché è proprio verissima. E' verissimo che io sono una che a un tratto avverte una sensazione e poi ci pensa e ci ripensa e ci ripensa e poi se non è convinta ci pensa ancora un po'. E' proprio verissimo che sono così. E poi alla fine mi dico anche che ho pensato tanto per capire quello che a livello inconscio erano due anni che sapevo già. E poi sto lì a domandarmi se quei due anni li ho persi o li ho guadagnati. E intanto via che partono altri pensieri. Allora stanotte ho pensato che sono quasi due anni che vado dal mio dottore e ho pensato che forse all'epoca ho avuto una percezione e ora sono due anni che mastico queste cose con lui, le penso e nel raccontargliele le racconto a me stessa e mi aiuto a decidere. E infatti mi sento bene. Mi sento che piano piano senza traumi ho fatto tante cose. E le ho fatte alla mia velocità, quando sentivo che non mi avrebbero fatto male. Ieri pomeriggio per esempio ho parlato con mia mamma. Per motivi nostri era venuta da me e dopo aver affrontato i motivi nostri abbiamo parlato. Non so neanche che mi è preso ma ero seduta sul divano e a un tratto ho sentito che era venuto il momento, che alcune cose le avevo elaborate e ne volevo parlare con lei. E allora abbiamo parlato di me, delle cose che mi fanno paura e delle cose che voglio cambiare. Di quelle cose che voglio cambiare e che non cambio da tanto solo per paura. Per paura, anche e soprattutto, del giudizio degli altri, pure del suo. E come sempre succede mi sono accorta che il mondo non mi è cascato addosso, che nessuna catastrofe è avvenuta e anzi che ieri sera ero molto più leggera e più tranquilla. Che a volte i genitori ti stupiscono, che mia mamma a volte mi stupisce. Quando se n'è andata si è girata sulla porta e mi ha detto "Cacchio Fra, sii felice". Ecco il mondo non casca così. Certo adesso mi servirà un altro mezzo secolo per andare avanti, ma intanto un altro passo grande è fatto.

venerdì 4 novembre 2011

pensierino delle 17 e 17 mentre guidavo e uno alla radio mi cantava che nessuno è come me

Prima guidavo e ho pensato questo. Le persone sensate sono sensate, soppesano bene le cose, i pro, i contro, fanno programmi realizzabili e poi li realizzano. Le persone sensate sono sensate, sono brave, coi loro programmi e i loro calendari. Solo che io credo che ogni tanto ci vogliano le pazzie, i colpi di testa, perché sono quelli che fanno sorridere davvero e fanno percepire e far percepire agli altri i sentimenti più belli. Io prima pensavo e mi sono detta che le pazzie sono proprio necessarie perché altrimenti rimane il magone dentro. Ho pensato, me lo sono detto e ho sorriso.

giovedì 16 giugno 2011

senti il contatto col pavimento (parquet)

Il sonno quando ci si mette è una bestia nera, passa i periodi che non arriva e la testa allora ne approfitta e gira, gira e gira. E più gira e più il sonno sta alla larga, ti evita come la peste. Le giornate vivono di stanchezza ma le notti sembrano trovare energie inspiegabili, improvvise.
E allora può essere una soluzione sdraiarsi a terra, lo sguardo al soffitto, a fare a pugni con te stessa oppure può essere una soluzione sdraiarsi a terra e provare invece a far confluire il pensiero nel soffio del respiro.
Sdraiarsi e iniziare a respirare in maniera controllata. Quando una mastrangelina è a terra mentre l'altra guarda da fuori che l'allineamento delle gambe, del corpo e della testa sia perfetto. Quando una mastrangelina sente un'ostruzione dolorosa del respiro all'altezza dello sterno e l'altra pigia per far uscire tutta l'aria proprio da lì, con lentezza, perché il canale si riapra e il dolore sparisca. Quando una mastrangelina non riesce a concentrarsi sul respiro e sulle parti del suo corpo e l'altra la rintuzza per farla rimanere lì con la testa, con l'attenzione, senza deviazioni, obbligandola a non partire. Quando invece partire con le emozioni sembra l'unica soluzione.
E allora senti il piede destro, senti il suo contatto col pavimento. Senti la caviglia, il polpaccio, il ginocchio destro. Senti il loro contatto col pavimento. E intanto il buchino si fa piccino, il respiro non passa, la testa vuole andare via, gli occhi pigiano. Senti la coscia destra, la natica. Senti il loro contatto col pavimento. Senti il piede sinistro, la caviglia, il polpaccio, il ginocchio sinistro. Senti il loro contatto col pavimento. Il respiro vira, i pensieri non riescono a coincidervi. Senti la coscia sinistra, la natica. Senti il loro contatto col pavimento. Senti il sedere, la schiena. Senti il loro contatto con il pavimento. Senti, ascolti, il tuo respiro fluire nella pancia. Alla pancia, un sussulto, vorresti staccare la mano dal pavimento per posarla lì e interrompere il flusso. Ma la mastrangelina che guarda non lo permette, tiene ancorata la mano a terra. Quasi la inchioda. Senti la schiena. Senti il suo contatto col pavimento. Senti le scapole, le spalle. Senti il loro contatto col pavimento. E' un attimo e ti accorgi che il dolore a respirare è più lieve, più sottile. Prima non ce la facevi e adesso senti che ce la fai. Senti la mano destra, il polso, il gomito, la spalla. Senti il loro contatto con il pavimento. Prima facevi dieci respiri e adesso ne fai cinque. Più lunghi. Inizia a piacerti quasi quel dolorino lì all'altezza dello sterno, proprio sotto il seno. Il dolorino dell'aria che si fa strada, riuscendo finalmente a passare. Senti la mano sinistra, il polso, il gomito, la spalla. Senti il loro contatto col pavimento. Il pensiero è nel respiro. Fa un po' male all'altezza della pancia e del cuore ma si sta arrotondando. Senti la nuca, la testa. Senti il loro contatto con il pavimento. Senti i capelli intorno alla tua testa, senti che toccano morbidi il pavimento. Il respiro fluisce, il pensiero ha una forma tonda. Non graffia più tanto, solo un po'. Vedi la bolla dei tuoi pensieri che galleggia dentro di te e senti il tuo corpo a terra, pesantissimo. Lo spirito è di una leggerezza impalpabile mentre il corpo è più pesante del piombo. Lì per lì duri fatica a riacquistare il movimento, a uscire dalla circolarità di quel flusso.
Poi la stanza torna a essere una stanza. Le due mastrangeline si riuniscono. Il respiro si accorcia di nuovo un po', ma il pensiero è più chiaro e vanno cercate le parole. La luce inizia a entrare dalla finestra e si ricomincia. Adesso quella bolla di pensieri deve uscire e infatti esce, con fatica ma esce.

Il dottore con cui ci parlo domani mi dirà che sono stata brava. Io un po' brava mi ci sento già.

venerdì 25 marzo 2011

a volte

A volte serve un battito, il non semplificare, il non capire, il prendere. A volte serve un'uscita fuori di sé. Serve il doversi fermare per fare l'imprevedibile, il non richiesto. Riflettere davanti a una parola e finalmente sceglierla.A volte basta il nulla che però è tanto.

lunedì 10 gennaio 2011

sostegno

Di notte ti ritrovi seduta a terra a pensare. Di nuovo la testa appoggiata al cuscino del divano e il soffitto da giù. Il lampadario. La luna di carta. L'angolo della libreria. La Egle. Ti ritrovi a osservare da fuori un corpo troppo piccolo per contenere tutte le emozioni, tutte le paure, tutte le cose che si sono accumulate negli ultimi mesi. Ti chiedi come faccia la pelle a resistere lì. Immobile. Neanche arrossata. Come possa fare a non far trasparire niente. Come se sotto non si agitasse nulla, mentre tu senti tutte le onde del mondo. Più che le onde, le tempeste.
Un attimo e ti ritrovi a condividere una paura, un momento. A condividere tante paure, tanti momenti. Ti ritrovi a raccontarti e a nasconderti. Un attimo. Un attimo e ti arriva una parola: sostegno. Io quel sostegno lì non lo chiederò. Lo so già. Non lo chiederò se non nella risata di una sera, nella canzone di una notte o in un abbandonarsi allo scherzo. Non lo chiederò perché di natura sono così, alla fine introversa nel mio essere me. Ma quella parola, quell'offerta, quel momento di condivisione distante sono stati un attimo prezioso. Adesso è il tempo della camminata di mattino presto. Il tempo delle rivoluzioni che non servono e delle decisioni che servono. Il tempo di una cosa alla volta, di un passo alla volta. Anzi di tutti i passi ma fatti uno alla volta. Altrimenti si cade. Adesso è il tempo di trovare i coraggi. Adesso è il momento di un respirone di aria frizzante. Il momento di provare a essere dura nello scegliere e tenace nell'andare avanti. Perché hai ragione perfettamente tu. Io lo so dentro di me cosa voglio e lo so anche benissimo.

Intanto venerdì torno dal dottore con cui ci parlo. Ci torno con l'eredità di quel mercoledì terribile, con tante cose pensate e sentite in questi giorni e in queste notti. Non so neanche cosa cercherò, meno ancora cosa troverò. So che arriverò lì e metterò in fila davanti a me stessa, a voce alta quello che fino ad adesso mi sono detta soltanto nella testa. Mi devo ricordare i fazzolettini.

lunedì 11 ottobre 2010

prestigiatora

L'altro giorno col dottore che ci parlo chiacchieravamo di una cosa che si chiama trasparenza. Cioè non mi ricordo come l'ha definita lui, ma io gli ho detto che era una sensazione tipo la trasparenza e lui mi ha risposto si, ecco brava proprio così. Mi ha detto che tutti abbiamo un problema col sentirsi trasparenti, che mica sono speciale io se mi sento così. Allora io ci ho riflettuto e ho riflettuto sul fatto che che io più che avere un problema con la trasperenza ci soffro proprio. Che quando mi sento trasparente, e ci sono persone che sembra che abbiano presa una laurea nel farti sentire trasparenti, tendo anche a trasparire ancora di più. Che ci aggiungo del mio dopo. Che io la seconda laurea invece ce l'ho in pippe. Che magari mi verrebbero anche le battute carine ma mi trattengo, che entro in una dinamica del meglio no, magari non interessa, forse la capisco solo io. Oppure magari mi viene di dire ora chiamo tizio o scrivo a caia ma poi mi trattengo. A volte non ho ragione di sentirmi trasparente, a volte invece decisamente sì. La soluzione però è che io tendo a scomparire in tutti e due i casi. Ecco oggi ad esempio faccio la prestigiatora e penso che scompaio che tra le altre cose mi sono anche alzata male.

giovedì 30 settembre 2010

cazzata

Ieri parlavo con una mia amica che sta per fare una gran bella cazzata e anzi sono tre giorni che ci parlo perché lei mica è convinta di questa cosa qui per cui parla e parla e io ascolto e ascolto. E io la ascolto e sono anche la meno adatta di tutti a dire guarda che questa che stai per fare è una cazzata bella grossa perchè io negli ultimi anni ne ho confezionate così tante che ci potrei fare un catalogo e in materia mica mi considero troppo attendibile. Sembra che mi ci ingegno quasi. Che a volte se alle undici e mezzo di sera ancora non se ne è vista in giro neanche una sembra che la giornata non è completa. E mi viene un'urgenza quasi animale di farne o dirne una. Tra l'altro devo anche ammettere che la notte sono parecchio ispirata.
Adesso sono giorni che vedo la cazzata che sta per fare la mia amica e la vedo nitida. Bella lì chiara la sua futura cazzata. Sembra fare luce e dire guardami guardami. Un bel pacco regalo con la carta lucida e un gran fiocco. Di quelle cose che sembra che ti aspetti chissà che mentre sai già da sola che dentro ci trovi un Harmony.
Ecco ora ero qui che mi chiedevo perché le mie invece non le vedo così, che le vedo sempre impacchettate con la carta delle scuse o del magari non è una cazzata, oppure del vedrai che fai bene. Mentre in effetti di solito lampeggiano forte anche loro. Sono arrivata alla conclusione che gli occhiali che guardano fuori vedono bene, ma a quelli che guardano dentro gli devo cambiare le lenti.

sabato 4 settembre 2010

reggersi

Ieri nel chiacchierare ho scoperto che io sto come quando si sale in un crepaccio in montagna con una mano a un appiglio, l'altra a un altro appiglio, un piede puntato su una roccia e l'altro arpionato in un buco e che sarebbe bene che mollassi un po' mani e piedi. Stanotte mi sono chiesta, ma non è che cado se mollo tutte le prese?

martedì 31 agosto 2010

quello che inizia con senti

Sono due mesi, forse anche tre, che col dottore che ci parlo una volta a settimana mi alleno a sentire le cose. Io che di natura forse vorrei provare a capirle le cose, mi devo limitare a sentirle. Io che già vivo di pancia devo andare ancora oltre e provare a staccare ancora di più la spina e a avvertire sottilmente a un livello di intimità che sono sincera mi fa parecchia paura.

L'altro giorno ero al mare, dai miei, nel giardino con la siepe intorno. La siepe che limita lo sguardo ma che adesso mi protegge. Che ultimamente mi sento nuda anche quando sono vestita, mi sento come se chiunque mi potesse leggere attraverso. Saranno gli occhi sempre lucidi. Sarà che mi vedo incerta, nei movimenti. A tratti quasi storta. Io che di me apprezzo più di tutto il portamento. Quasi altero, diritto.
L'altro giorno ero al mare dai miei nel giardino con la siepe intorno, il libro in mano a far finta di leggere. Il libro in mano perché nessuno mi chiedesse conto dei miei pensieri. Lo sguardo sulle pagine. Le pagine trasparenti. E a un tratto mi sono detta, "Prova" e ho provato a sentire, a staccare la testa e semplicemente a sentire. Un po' come dare gas e accelerare, la schiena incollata alla sedia e via. Provare a sentire le mie paure, provare a sentire i miei sentimenti. Sembra uno scherzo che se le cose sono tue mica è difficile sentirle. E invece lo è, ve l'assicuro. Perché come si finge bene con l'essenza delle proprie cose non si può descrivere. Ero lì e ci ho provato e li ho sentiti entrambi. Ne ho avvertito i contorni, gli ostacoli. Ho sentito la vertigine per gli strapiombi. Un primo passo che da sentire c'è ancora tanto, ma un piccolo passo importante.
Ho sentito l'importanza di un amore. Ne ho sentito la profondità. Si è fissato dentro di me e ci vive. Ho sentito le mie paure. Che non è per niente vero che sono brava con le mie paure. Io baro con le mie paure. Solo che ultimamente le paure erano troppe e quindi era bene iniziare a provare a sentirle, a guardarle, a toccarle. Paure piccole, medie, grandi. Paure enormi. Anche paure che non ho avuto mai ma che ultimamente sono arrivate anche loro. Queste proprio bastarde. Ero lì e sentivo e provavo a fissare dentro di me quelle emozioni, quelle sensazioni. Il sorriso al pensare a un volto e l'angoscia allo stomaco a pensare ai passi, alle strade da fare, ai volti della mia famiglia che guarda aspettando quello che faccio. Tutti lì in apnea senza respirare quasi non fossi più la stessa persona e non sapessero più come agire con me.

Ho sentito che è il momento di chiudere gli occhi, farsi un po' di forza e provare. Che provare me lo devo.

Che poi ora non so neanche perché ho scritto questo post. So che lo pubblicherò e che immediatamente mi sentirò come una che è rimasta in mutande. Intanto venerdì torno a chiacchierare che questo tragitto fino a Roma me lo devo fare tutto e a piedi. Anche se in effetti il Freccia Rossa era più comodo.

sabato 24 luglio 2010

birbona

Io ho un dottore che parliamo una volta alla settimana. Vado lì e gli racconto. A volte se sono successe cose che mi sembrano importanti gli racconto quelle. A volte invece stiamo un'ora a chiacchierare di cose piccine. A volte se penso che ci sono delle cose che vorrei capire gli chiedo se le possiamo capire insieme. A volte chiacchieriamo e io non so perché mi viene da piangere solo che insieme mi viene anche da ridere che non so neanche in effetti perché rido, ma mi fa ridere moltissimo. Una scena strana lui che ride, io che piango e che rido insieme, nel mezzo parlo e intanto piango e rido. Una cosa tipo piove e c'è il sole e ora aspetta che arriva anche l'arcobaleno. Solo che poi le cose come per magia perdono consistenza. Le paure si ridimensionano. E non ho ancora capito se è il piangere, il ridere o il chiacchierare. Oppure se è soltanto che mentre ti/gli racconti le cose senza barare allora le cose prendono dimensioni, forme e pesi diversi.
Qualche settimana fa dovevo fare una cosa. Ne abbiamo parlato un sacco di questa cosa e abbiamo deciso che la dovevo fare per forza. Solo che mi sembrava terribile. Poi una sera l'ho fatta. Ero lì che rimandavo da settimane e una sera l'ho fatta. Ho vinto l'attimo di quando apri la bocca per dire una cosa che ti fa paura dire e l'ho detta, con sincerità. Ecco è stato tutto semplice, non piacevole, ma più semplice. Allora poi ho pensato che a volte è la paura che ti fa sembrare le cose più grandi. Che alla fine è superare quel piccolo blocco lì che devo un po' imparare a fare. Come quando sono a yoga e sento che sono quasi al limite ma posso ancora andare un millimetro oltre. Quel millimetro oltre che mi fa un male bello.
Ieri invece abbiamo parlato di conferme, di bisogni, di richieste. Che ultimamente ho paura di tutte le cose di cui ho sempre bisogno, in continuazione. Mi pare di essere una drogata di affetto. E lui mi ha detto che sono birbona, che in fondo un momento così mica capita tutti i giorni, che se ho bisogno è perché davvero ho bisogno. E mi ha detto che la prossima volta mi dice se sono più birbona con gli altri o con me stessa. Io però lo so già, era meglio se glielo dicevo. Lo sono di più con me stessa.